L’impatto del commercio equo, il cambio di mentalità Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Marco Coscione

coscione1Ci sono molti approcci per capire l’impatto che stanno avendo le relazioni di commercio equo e solidale nelle comunità di appartenenza dei piccoli produttori, lavoratori agricoli e artigianali.

Ovviamente, vi sono anche molti ambiti di sviluppo che possiamo prendere in considerazione per vedere che cambiamenti stanno avvenendo: gli aspetti economici, dei ricavi, la sostenibilità dell’attività; gli aspetti sociali, dell’istruzione, della salute, del rafforzamento dell’associazionismo o del tessuto comunitario; gli aspetti ambientali, quelli della gestione delle risorse naturali, l’adattamento agli effetti negativi del riscaldamento globale; e gli aspetti politici collegati all’empowerment di attori economici che non hanno mai realmente compreso le loro potenzialità. Forse perché non lo abbiamo loro permesso.

Ma ci sono anche profondi aspetti culturali, che forse non sono tanto facili da individuare o quantificare, ma che risultano essere davvero molto significativi se desideriamo cambiare certi schemi economici prefissati. Qui vi presenterò una breve storia, un caso che ritengo veramente degno di essere raccontato e magari di essere replicato anche da altre associazioni di lavoratori che lavorano in piantagioni private di banane certificate Fairtrade.

Durante la prima settimana di marzo del 2017, ho potuto accompagnare due gruppi di lavoratori rurali di diverse imprese private dell’Urabà antiocheno (Colombia) che commerciano le loro banane anche attraverso i circuiti Fairtrade. E ho avuto anche l’opportunità di visitare due di esse.  

Vi racconterò l’esperienza che si sta vivendo all’interno dell’impresa “Finca La Frontera”, dove i lavoratori, associati nella “Corporación Social Eurofrontera” si chiesero: “Che ci  succederà se un giorno l’impresa cessasse di vendere banane in condizioni di commercio equo?”. La domanda è molto pertinente, perché l’esistenza stessa dell’associazione dei lavoratori dipende dal premio di commercio equo (1 dollaro per una cassa di banane, 18Kg, venduta secondo gli standards Fairtrade), che rappresenta l’appoggio che i lavoratori delle imprese certificate ricevono per implementare progetti sociali e migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie in accordo con i criteri del commercio equo.

Mi accolgono Julieth, segretaria dell’associazione, Javier Antonio, rappresentante del consiglio di amministrazione dell’associazione e Luis Carlos, amministratore  generale della  Finca La Frontera e rappresentante della stessa impresa nel Comitato dei lavoratori Fairtrade.

“Costituiamo l’associazione dei lavoratori nel marzo 2007”, dice Julieth, “quando iniziamo a lavorare secondo gli standard Fairtrade. Oggi rappresentiamo a 37 lavoratori che lavorano su una superficie di 48 ettari di banane, e 4 amministrativi. La Frontera è una piccola impresa agricola a conduzione familiare e anche le relazioni lo sono”. Eccetto una persona, Javier Antonio commenta che vivono “tutti nel paesino di Currulao (Turbo) e l’età media è 40 anni. I più vecchi lavorano da 20 o 25 anni nell’impresa”.

Per rispondere a quella pertinente domanda, relativa alla sostenibilità dell’associazione, i lavoratori della piantagione hanno deciso di scommettere su un progetto produttivo proprio: e fu così che, con il  premio Fairtrade, hanno acquistato un appezzamento di terra dove producono plátanos (non le banane convenzionali da dessert) per l’esportazione al mercato statunitense. “Al momento nell’appezzamento stiamo producendo soltanto banane, ma in futuro vorremmo includere altre colture e anche animali da cortile per soddisfare diverse esigenze”, spiega Javier Antonio.

Accanto all’appezzamento, è stata costruita l’infrastruttura necessaria per il maneggio della frutta ed anche la casa della famiglia del lavoratore che cura la terra. “Il premio Fairtrade é bastato per l’investimento, ed ora le vendite provenienti da questo appezzamento ci permettono di coprire lo stipendio e le prestazioni sociali del lavoratore, oltre le spese della casa, dato che la famiglia paga un affitto simbolico , praticamente nullo”, commenta Julieth.

“L’appezzamento sta producendo altri introiti per l’associazione dei lavoratori, cosí non dipendiamo soltanto dal premio Fairtrade e possiamo fare  maggiori investimenti negli aspetti sociali individuati tra le famiglia e nella comunità”, spiega Javier Antonio.

“Questo attivo, prosegue Luis Carlo, sta già contribuendo alle spese per i progetti sociali dell’associazione. Principalmente nel campo educativo, dove stiamo sostenendo concretamente i processi educativi di molti giovani”. Nell’appezzamento, continua Luis Carlos, “stiamo migliorando le condizioni di produttività, anche se l’obiettivo non è una elevata redditività: il suo obiettivo di fondo è permettere ai lavoratori di  ricevere altre entrate, nel caso in cui terminassimo di ricevere il premio Fairetrade; in questo modo i lavoratori possono mantenere il loro sostegno alla comunità e possono gestire loro stessi gli attivi dell’associazione. Come è il caso di questo appezzamento di tre ettari”.

E’ l’inizio di un progetto produttivo che rappresenta un chiaro impegno a lungo termine, capace di prevedere ogni eventualità, ma poiché vogliamo essere anche  strategici , è un progetto che rappresenti la costruzione di un impegno e di un  ruolo in cui i lavoratori siano sempre più protagonisti nella comunità.

I lavoratori da tempo stanno pensando di acquistare altri terreni, ma il prezzo della terra nell’Urabá è salito alle stelle, e ora la questione non è piú così semplice. Luis Carlos stima che oggi un ettaro in questa zona può costare centinaia di milioni di pesos colombiani (34.000 dollari). “Di per sé, l’acquisto della terra è stato un buon investimento; nel peggiore dei casi, il denaro investito non va  mai perso; naturalmente bisogna andare avanti, ma tutto quello che è stato fatto finora è frutto del lavoro dei lavoratori della piantagione. Tutto dipende da loro e loro hanno capito che con il frutto del loro lavoro possono aiutare anche altri”.
Secondo Luis Carlos, “la cosa migliore che ci potesse capitare grazie al commercio equo è che persone con livelli molto bassi di istruzione e nessuna conoscenza di gestione organizzativa così come lo erano i nostri lavoratori all’inizio, ora possono assumere responsabilità nei processi interni della piantagione e addirittura possono, con la loro associazione, costruire un progetto  proprio  e di lungo termine, trasformandosi in proprietari di un  piccolo appezzamento produttivo. La cosa migliore è il cambiamento di mentalità che ha permesso il commercio equo”. Un cambiamento di prospettiva importante per l’empowerment dei lavoratori agricoli, soprattutto in zone rurali come l’Urabá in Colombia; una zona con moltissime esigenze e duramente colpita dal conflitto armato.

 

Questo articolo é la traduzione in italiano di “El impacto del comercio justo: el cambio de mentalidad a largo plazo”, pubblicato il 24 aprile 2017 sul Blog Alterconsumismo del giornale spagnolo “El País” (http://elpais.com/elpais/2017/04/23/alterconsumismo/1492955259_346842.html)  

Foto: M. Coscione

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