Poeti avvelenati: storia di una delle più provinciali province italiane Analisi,Contemporanea-mente

di William Domenichini

img1Questa è una delle storia che parla di in una terra stretta tra mari e monti, di una città, La Spezia, porta di accesso al Mediterraneo della pianura Padana, terra che racchiude in sé forti contraddizioni tra straordinari paesaggi e laceranti disastri ambientali tanto che uno dei suoi cantori, Gino Patroni, la definì come “la più settentrionale delle province meridionali”, quasi a sottolineare sarcasticamente il viscerale contrasto tra i pregiudizi latitudinali per un territorio del profondo nord che stregò Byron, Sand, Shelley e tanti altri poeti ai quali fu dedicato il golfo antistante la città. Ma questa è anche una storia fatta di tante vicende, tanti fili che si aggomitolano intorno alla città, che avvolgono il suo porto ed il suo mare, una storia in cui i poeti vengono messi in soffitta per lasciare spazio a rifiuti tossici, le banchine e gli approdi, che furono vanto di generazioni di instancabili ed orgogliosi lavoratori portuali spezzini, trasformarsi in un misterioso “porto delle nebbie”.

Tutto inizia dalla fine. Nell’estate del 2009, in seguito alle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, viene rinvenuto al largo di Cetraro (CS) il relitto di una nave, probabilmente la Cunsky, di proprietà dell’armatore Ignazio Messina, inabissata con a bordo bidoni contenenti rifiuti tossiche. La prua della nave è squarciata, lasciando angoscianti dubbi sul destino del suo carico, e certamente le affermazioni di Fonti pongono un interrogativo assai più pressante: esistono altre navi cariche di veleni disseminate nei nostri mari? Quante sono? E dove si trovano? Domande tanto inquietanti quanto le loro probabili risposte. Certo è che nel 1985, durante il viaggio dalla Spezia a Lomé (Togo), scompare la motonave Nikos I e lo stesso anno s’inabissa a largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Michigan, partita da Marina di Carrara, il porto toscano a pochi chilometri dalla Spezia, e affondata con il suo carico sospetto. Nel 1987 naufraga, ancora una volta in Calabria, tocca alla Rigel, anch’essa salpata dal porto toscano. Le rivelazioni di Fonti gettano luce su un sistema, una prassi, che vede rifiuti tossici, scarti di lavorazioni industriali, abbandonati in mare «anche nel tratto davanti alla Spezia e al largo di Livorno, dove Natale Iamonte – storico capobastone dell’omonima cosca della ‘ndrangheta calabrese – disse che aveva “sistemato” un carico di scorie di un’industria farmaceutica del Nord».

imgAbbiamo detto che questa è una storia fatta di tante storie, e per capire molte di queste occorre portare le lancette dell’orologio indietro di qualche anno, procedendo a ritroso in un flashback in cui il porto spezzino è nuovamente protagonista. Il 18 gennaio 1989 attracca alla Spezia la Jolly Rosso, appartente alla flotta Messina. La Jolly Rosso fu noleggiata dal governo italiano nel 1988 per recuperare 9532 fusti di rifiuti tossici in Libano, esportati illegalmente da aziende italiane e probabilmente provenienti dal disastro di Seveso, conquistandosi così l’appellativo di “nave dei veleni”. Tornata in Italia rimane in disarmo per quasi 4 anni alla Spezia ed il 4 dicembre 1990 riprende il mare, questa volta ribattezzata motonave Rosso, per la volta di Malta passando da Napoli. Saranno scaramanzie da lupi di mare, ma il cambio del nome della Jolly Rosso non è di buon auspicio e durante la navigazione spiaggia lungo le coste calabresi, di fronte ad Amantea, arenando con sé la sua cupa e celebre storia.

Ma cos’è accaduto alla Jolly Rosso? Sulle cause del naufragio, e sulla natura del suo carico, indagava il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente tecnico del pubblico ministero Francesco Neri, nell’inchiesta aperta dalla procura di Reggio Calabria. De Grazia parte alla volta della Spezia per interrogare i marinai della Jolly Rosso il 13 dicembre 1995, ma non arriverà mai in Liguria. Dopo la sosta per cena in un ristorante in provincia di Salerno, riparte con i compagni di viaggio, si appisola senza mai più risvegliarsi: ”arresto cardiocircolatorio, morte improvvisa dell’adulto”. Anche questa vicenda rimane avvolta da una fitta nebbia ed i risultati dell’autopsia fatta sul cadavere dell’ufficiale non confermarono l’ipotesi dell’infarto. Nicola Maria Pace, Procuratore Capo a Trieste, collaborò con la procura reggina ed in particolare con il capitano De Grazia, e dopo la sua morte dichiarò fermamente: «La mia intima convinzione è che l’abbiano ucciso: era un ufficiale davvero in gamba, in procinto di scovare prove sull’affondamento delle navi».

Il mistero di questa storia si avvita su altri misteri ed occorre ricordare un fatto chiave, ritornando alla Spezia ma spostandoci dal suo mare all’entroterra: il 28 ottobre 1996 il pubblico ministero Franco Tarditi, della procura di Asti, avvia un’inchiesta che porterà alla luce ciò che diventerà nota alle cronache nazionali come la “collina dei veleni”, un promontorio vicino al borgo di Pitelli, in cui fu costruita una discarica da cui emerge di tutti e di più, fino ad alcuni fusti della Union Carbide, la società chimica responsabile del disastro di Bophal. L’inchiesta mette in luce fin da subito la figura chiave di Orazio Duvia. Nel 1997 viene presentano il dossier “Rifiuti Connection Liguria” in cui WWF e Legambiente denunciano le responsabilità di Duvia nella gestione delle discariche dello spezzino: la discarica di Vallescura, gestita dalla Valtec, società il cui CdA viene condannato nel 1993 dal Pretore della Spezia per gravi reati ambientali, e la discarica di Pitelli, gestita dalla Sistemi Ambientali e poi dalla Ipodec, entrambe società di Duvia. La Valtec segna una altro intreccio, risultando partecipata anche da Termomeccanica, società spezzina che, tra le altre cose, costruì impianti di incenerimento per rifiuti, alcuni dei quali, entrano nel mirino delle procure di mezz’Italia a causa di presunte manomissioni dei dispositivi di controllo che taroccavano i dati sulle emissioni nocive.

img3Il “golfo dei veleni” assume le dimensioni di un vero e proprio caso e le fonti crescono in modo inversamente proporzionale al silenzio del mainstream mediatico: nel dossier “La Spezia crocevia dei veleni”, Legambiente descrive la città ligure come il centro nevralgico del malaffare ambientale italiano, sia per le presunte attività illecite che si svolgevano in ambito portuale, sia per il sistema logistico nel territorio interno al golfo spezzino, costituito da una miriade di cave e di discariche, prima fra tutte quella di Pitelli. Il 7 marzo 1997 la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia ascolta Enrico Fontana, responsabile nazionale di Legambiente, il quale si sofferma sulla realtà della città della Spezia sottolineando l’estrema gravità della situazione, tale da ritenere la città come uno dei maggiori centri di traffico illegale di rifiuti e di inquinamento criminale nel settore ambientale.

Nello stesso anno, con il dossier “La Rete”, Greenpeace descrive le attività ed i collegamenti internazionali di una rete di società operanti nel mercato internazionale dei rifiuti, collegate all’Oceanic Disposal Management Inc. (ODM), sostenendo che tale società avesse libero accesso al porto spezzino, stabilendovi un controllo pressoché monopolistico nel settore del trattamento dei rifiuti nell’area tra La Spezia e Livorno. Eccoci al punto di partenza, l’area chiamata in causa dal pentito Francesco Fonti che ci riporta ad uno degli elementi principali di questa storia: le navi. L’11 marzo 1996 viene pubblicata la relazione conclusiva della Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti ed in riferimento alle indagini della procura di Reggio Calabria sulla Jolly Rosso parla esplicitamente delle “navi a perdere, che si ipotizza siano state utilizzate per l’affondamento di rifiuti radioattivi” nel Mediterraneo, in particolare a largo delle coste ioniche e calabresi ma anche “lungo tratti di mare antistanti paesi africani come la Somalia, la Sierra Leone e la Guinea”. Le strade di questo labirinto si tingono ancora più di giallo, mettendo in luce il carattere globale di una vicenda locale in cui emergono correlazioni tra storie di traffici illeciti e le indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, i giornalisti del TG3 assassinati in Somalia: in un appunto ritrovato dai genitori sul taccuino di Ilaria Alpi c’era scritto “sei navi”, le navi dei veleni. Ma questa è un’altra, brutta ed oscura vicenda.

img4Fin dall’inizio abbiamo detto che questa è una storia di una terra particolare, una storia della più provinciali delle province italiane, nella quale passa inosservata l’incidenza record di mortalità per mesotelioma pleurico causato dall’onnipresenza dell’amianto, piuttosto che per altre forme tumorali, e si sottace sulle possibili correlazioni tra la vicenda della collina avvelenata di Pitelli, che perde lentatamente la sua spinta sensazionalistica caduta nell’oblio di un opionione pubblica ammaestrata, e le dichiarazioni confermate di un pentito come Fonti.

La nebbia che avvolge la cronaca ed i fatti datati di almeno 20 anni, tanti, forse troppi, certamtente tali da ritenere che quella coltre oscura ci sia penetrato nelle ossa, elaborata in un codice genetico che piuttosto di espellerla dal proprio organismo la assimila, la occulta, facendo quasi finta che non esista. Solo grazie ad un risveglio della società civile, di quella cittadinanza assopita che per anni ha assistito ignara ad una processione di rifiuti tossici proprio sotto il suo naso, sarà possibile diradare queste nebbie, portare le istituzioni alle loro responsabilità e porre la parola fine su queste vicende, ma solo dopo avervi scritto prima altre due parole definitive: Verità e Giustizia.

Pubblicato il 18 novembre 2009  (Prima pagina)

Poeti avvelenati: storia di una delle più provinciali province italiane
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Recent Comments

  1. Franco

    Meno male che dopo decenni di omertà forse mafiosa qualcuno comincia a parlare. Giornalisti americani, tedeschi, spagnoli, francesi (meno gli italiani) sullo scandalo dei veleni alla Spezia, una storiaccia che da altre parti avrebbe spazzato via un’intera classe politica e amministrativa che ha portato ad una simile irreversibile situazione.
    Adesso, com’era prevedibile, i miliardari (sulla pelle degli spezzini) non pagheranno le bonifiche (cifre che nepure lo stato può affrontare) né le malattie dei cittadini (attuali e soprattutto futuri), il processo agli inquinatori della Spezia e di Pitelli andrà in prescrizione, dopo 10 anni di dibattimento (tanto paghiamo tutto noi). L’importante è che chi sa non parli, o non parli oltre il dovuto: sennò cadrebbe il castello di carte, anzi di corruzione.
    Nessuno parla dei personaggi della Mafia e della Camorra coinvolti nelle discariche e e altri soggetti internazionali nell’affare delle navi a perdere, e del perché alla Spezia ci sono spesso picchi di radioattività fuori norma (ormai lo abbiamo capito: tutte le navi dei veleni partivano da lì). Proprio una bella città! libertaria (per i delinquenti) e pluralista (per gli affaristi senza scrupoli e gli spedizionieri di dibbia provenienza). E soprattutto convinta del proprio nordismo e della propria pulizia, confidando che la mafia sia solo nel Sud (che barzelletta!)
    Quel che è venuto fuori è perché si sono mosse Procure di altre città come Asti ecc. Ma si dice che il giudice Tarditi (al quale la cittadinanza onesta spezzina dovrebbe intitolare una piazza) se passasse in città verrebbe impallinato (e forse non solo metaforicamente). Si è preferito finora deriderlo e sbeffeggiarlo come un giudice-protagonista: ancora ora i notabili cittadini lo considerano tale, dopo tutto quel che è venuto fuori, ed altro che si tenta di nascondere.
    Bisogna sperare nei pentiti: quelli ogni tanto tirano fuori qualcosa e allora addio tranquillità spezzina!

  2. Comitato Spiagge Libere Olivo - Portovenere

    E’ tragicamente vero, anche per questioni storiche, che vedono incrociarsi massoneria e cooperative rosse, un intreccio che tutt’oggi copre questioni di giustizia piccola e grande sotto una coltre peggiore di quella inquinata della citta della Spezia. Noi portiamo un piccolo esempio con una spiaggia cancellata da una scogliera artificiale completamente abusiva, notizia che non riesce ad arrivare a nessuna testata della carta stampata, ma solo ad alcuni giornali locali online: https://www.facebook.com/notes/comitato-spiagge-libere-olivo-portovenere-sp/quando-una-scogliera-artificiale-cancella-una-spiaggia/443510335742321

    Saluti

  3. Primo Tancredi

    Dopo essere stati recuperati dalla Jolly Rosso, centinaia di fusti contenenti sostanze tossiche vennero depositati in un’area industriale dismessa nell’immediata periferia di La Spezia.
    Ad un certo punto questi bidoni … scomparvero, guarda caso in coincidenza con l’allargamento del porto commerciale di La Spezia (molo Fornelli ed ex “area Messina”) e con l’avvio dei lavori di realizzazione del Terminal di Gioia Tauro da parte della stessa societa’ che gestiva (e gestisce) i nuovi moli spezzini.

    Sara’ un caso ?

    Eppure, a quei tempi, era voce comune tra i portuali e gli addetti ai lavori che nei riempimenti effettuati per realizzare le banchine ci fosse finito di tutto.
    Non dimentichiamo che nella vicenda erano coinvolti Messina, Duvia, Termomeccanica, spedizionieri vari e altri notabili spezzini (Unione Industriali, Autorita’ Portuale, ecc.) con il beneplacito della Capitaneria di Porto che vide diversi suoi “comandanti” passare, anche ufficialmente, a libro paga delle societa’ piu’ coinvolte nella vicenda.

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