Nomi e cognomi di chi difende l’impunità Analisi,In Evidenza

di Daniela Binello

I grandi eventi nel bene e nel male del nostro ultimo secolo e mezzo sono contrassegnati, rispetto a epoche precedenti, dallo sviluppo di uno straordinario e audace progetto di penetrazione lungo una zona di confine infinita che va dai reati di tortura e persecuzione etnica e politica, fino alla barbarie dei crimini di guerra, compreso il genocidio.
Possiamo chiamare più efficacemente questa zona di confine infinita – che concettualmente è un ossimoro – “l’attraversamento della frontiera dei crimini contro l’umanità”.

E’ il Tribunale di Norimberga che processò i capi nazisti – come anche, sebbene in misura minore, i processi di Tokyo contro gli ufficiali giapponesi – a spalancare i cancelli verso questo nuovo territorio del diritto umano universale, ulteriormente definito nel 1948 dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del reato di genocidio. La Convenzione, approvata dall’assemblea generale dell’Onu il 9 dicembre 1948, prevede (art. 6) che i responsabili di genocidio debbano essere processati dai tribunali dello Stato in cui è stato commesso questo reato “o dal tribunale penale internazionale competente rispetto a quelle parti contraenti che ne abbiano riconosciuto la giurisdizione”.

Segue di un giorno anche un altro passo formale fondamentale per la materia dei diritti umani. Il 10 dicembre 1948 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che, nel 2008, per il suo 60° anniversario, è stata oggetto di alcune iniziative di studio e dibattito perfino in Italia, paese in cui in buona parte la popolazione è esclusa, per carenze oggettive soprattutto della tv pubblica, dalla conoscenza di questa materia così affascinante.
Con la Risoluzione U.N. n. 260, di due giorni dopo ancora, l’Onu conferisce alla Commissione per il Diritto Internazionale il mandato di studiare l’ipotesi d’istituire una Corte Penale Internazionale, nella forma di una Camera penale dell’Alta Corte di Giustizia, e di elaborare una codificazione delle violazioni mondiali contro la pace e la sicurezza.
Si chiude così, almeno nelle sue premesse, uno dei cerchi più importanti di quel lungo percorso di frontiera di cui abbiamo dato qualche traccia.

I baluardi, i bastioni e gli argini del diritto umanitario internazionale sono una delle meraviglie del nostro tempo – nonostante l’evidenza che il diritto resti sulla carta, più difficile è farlo valere – e questo “arroccamento” rappresenta la conquista da parte di generazioni e generazioni di artigiani del diritto e della diplomazia.
Riportiamo alla memoria, per un attimo, il primato del Granducato di Toscana, con Pietro Leopoldo o Leopoldo II (come fu rinominato nel Sacro Romano Impero), che il 30 novembre 1786 – per primo al mondo – mette al bando la pena capitale con la riforma criminale leopoldina (anche se, di fatto, fu la Repubblica di San Marino nel 1468 lo stato in cui si eseguì l’ultima condanna capitale, per abolire del tutto la pena capitale anche sulla carta nel 1865). Per quanto riguarda l’Italia, può essere utile sapere che l’ultima condanna a morte risale al 4 marzo del 1947 quando vennero fucilati alle Basse di Stura, nel torinese, i 3 autori di una strage a scopo di rapina.

Antony Gormley, Photo by Matt Gorecki
Antony Gormley, Photo by Matt Gorecki

Il colossale monumento dei diritti umani, scolpito virtuosamente da quelli che abbiamo chiamato gli artigiani del diritto e della diplomazia, si è dimostrato però, anche nel migliore dei casi, di mediocre efficacia.
I suoi bastioni tendono a cedere, facendo acqua da molte parti, si verificano crolli occasionali e ci sono molte zone d’ombra, non coperte dal diritto umanitario internazionale. In definitiva, perciò, abbiamo celebrato un anniversario molto importante nel 2008, per i 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo, i cui principi sono però lasciati in troppi casi lettera morta, quando, addirittura, non ci si convince ormai che persino l’Onu soffra di una vetustà e di un disagio organizzativo, strutturale e funzionale che fa invocare di riformare le Nazioni Unite urgentemente.

Sebbene numerose Convenzioni, Dichiarazioni e Codici abbiano già previsto quasi tutto nel campo del diritto umanitario e dei diritti umani universali, assistiamo, con amaro senso d’impotenza, che a fronte della mole di documenti formali sono i mezzi che abbiamo a disposizione a non essere efficaci per imporre il rispetto delle norme e per attuare in senso compiuto i diritti umani fondamentali.
Inchiodare i colpevoli alle loro responsabilità, perseguire i governi autoritari che non tengono nel minimo conto i diritti umani, prevenire il compiersi dei più odiosi reati ai danni dei civili e dei perseguitati, per un verso o per l’altro resta un arduo compito anche per chi, per decreto e per funzione istituzionale ne avrebbe i poteri.

Eppure, i nomi e i cognomi sono noti per rispondere a questo interrogativo: chi è che blocca la strada dell’applicazione a 360° del diritto universale? E la risposta è: sono le élite al governo. Da un lato, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Cina, Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Francia, e dall’altro poi i governi di altri stati, che non accettano di consegnare i ricercati, non forniscono tutte le informazioni necessarie e non collaborano abbastanza quando addirittura non depistano le indagini.

Perché i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, oltre agli altri membri non permanenti, non applicano ciò di cui si dovrebbero occupare quando siedono nel Consiglio e che rimane nella sua forma teorica, pur con tutti i suoi difetti pratici, una delle conquiste giuridiche di cui si può fare vanto la nostra civiltà? Perché un giorno, prima o poi, le accuse potrebbero essere rivolte a loro stessi e la comunità internazionale potrebbe voler vedere processati per avere violato i diritti umani ed essersi macchiati di crimini contro l’umanità alcuni leader (civili e militari) di quegli stessi stati.
Uno dei grandi problemi per l’applicazione a 360° gradi del diritto umanitario internazionale è, infatti, la ferrea difesa di un privilegio odioso, quello dell’impunità, ma difendere l’impunità del potente non significa soltanto colpire due volte le vittime, ma significa anche non difendere uno straordinario “impianto” giuridico della nostra civiltà.

Nomi e cognomi di chi difende l’impunità
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