Facciamo il punto sull’acqua pubblica Analisi,Contemporanea-mente,In Evidenza

di Emilio Molinari*

Il movimento dell’acqua italiano è ad un passaggio determinante e molto delicato. Dopo il voto di fiducia del Parlamento sulla legge 135 art. 23 bis. si è provocata una reazione diffusa nella società italiana. Un argomento discusso e sofferto da pochi è diventato interesse e inquietudine di molti. Il rubinetto di casa nelle mani delle multinazionali: questo è stato l’argomento forte. Un argomento che ha costretto a pensare al proprio futuro e che ha rotto il muro di silenzio mediatico, quello che ha contribuito a tenere la nostra impresa, per tutti questi anni, nella dimensione lillipuziana. Oggi la questione dell’acqua in quasi tutti i suoi aspetti ha conquistato le pagine dei giornali, è argomento di reportage televisivi, suscita interesse negli uomini e donne della cultura e dello spettacolo.

Evoluzione e problematiche del Comitato italiano sull’Acqua pubblica

Acqua privata o pubblica? Aumenteranno le tariffe? Migliorerà il servizio? Funzionerà meglio l’azienda erogatrice del servizio?

Le domande sono diventate scontro politico, sono nella agenda dei partiti, i quali – per quanto ancora incapaci di coglierne il valore paradigmatico e pur trattando il tema tuttora marginalmente – sono costretti a pronunciarsi, investiti dalle contraddizioni interne o in altri casi solo per cavalcarlo elettoralmente.Ma questa diffusa sensibilità rappresenta comunque un gran balzo rispetto a dieci anni fa, quando il Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua iniziava in solitudine, assieme ad alcune ONG, la propria predicazione girando in lungo e in largo l’Italia, dava vita a due Forum Mondiali alternativi e partecipava ai vari Forum Sociali Mondiali. Oggi esiste un Forum dei movimenti dell’acqua presente in tutto il Paese, capace di sviluppare campagne, di essere un interlocutore di sindaci e amministratori, in grado di stimolarli e farli scendere in campo contro la chiusura completa del processo di privatizzazione dei servizi idrici. Capace di chiamare i consigli comunali a dimostrare la propria autonomia dai partiti che li hanno espressi.

Con la necessità di fermare la privatizzazione ed avendo sullo sfondo la ri-pubblicizzazione, il Forum dell’acqua si è impegnato finora a realizzare tre obbiettivi:

  • Aver reso la manifestazione nazionale tenutasi a Roma il 20 Marzo 2010 un grande momento di lotta politica;
  • Attivarsi per intensificare la campagna per portare il maggior numero di Comuni a cambiare i propri statuti inserendovi la clausola per cui l’acqua rappresenta un servizio privo di rilevanza economica.
  • Indire un referendum abrogativo delle leggi di privatizzazione.

Per realizzare tutto ciò occorre riuscire a formulare dei quesiti che vengano accettati dalla Corte Costituzionale, raccogliere in tre mesi 600.000 firme autenticate, e poi vincere – raggiungendo il quorum – il referendum stesso. Sono queste le ragioni che spiegano perché il Forum dell’Acqua sia ad un passaggio determinante e delicato. Vorrei, per una migliore comprensione, evidenziare alcune delle contraddizioni che mi pare attraversi il movimento in questo impegnativo momento.

Importanza del referendum e del diritto all’acqua

Forse non tutti ritengono che il referendum sia il vero elemento di scontro politico, quello che dà senso e sbocco nazionale sia alla manifestazione svoltasi recentemente, sia alle adesioni al cambiamento degli statuti comunali. Ma il referendum rappresenta il solo elemento in grado di far entrare nella coscienza di 60 milioni di italiani i contenuti per i quali lottiamo da anni e di tradurli in risultati istituzionali. Pertanto occorre perseguirlo con estrema convinzione, coscienti che è ancora tutto da “conquistare” a cominciare dalla formulazione dei quesiti. Sapendo che per vincere occorrono due elementari atteggiamenti:

  • l’unità interna, che si realizza ascoltando le idee e le preoccupazioni di tutte le componenti del movimento;
  • il massimo allargamento del fronte dell’impresa. estendendolo a tutti quanti intendono opporsi alla legge 135, dai sindaci ai partiti, senza steccati e atteggiamenti ideologici.

E’ però mia convinzione che, in vista di questi prossimi impegni, vi siano altri problemi e rischi da affrontare. La cultura dominante ed anche i media amici cercano di trascinare tutti sul terreno economico delle tariffe, dell’efficienza, efficacia, economicità aziendale, tutti risucchiati su queste comparazioni tra servizio pubblico o privato. Pure noi stessi rischiamo di venire risucchiati da questa cultura e dalla convinzione che la gente capisce i problemi solo quando gli si tocca il portafoglio…ancora economia….sempre economia.

Ma, è bene ricordarlo sempre, vogliamo restare su di un altro terreno: quello dei diritti universali. Noi ci siamo costituiti in associazione, contribuendo a dar vita ad un movimento per affermare il Diritto Umano all’Acqua, per impedire un tragico passaggio epocale che è quello della mercificazione di uno degli elementi fondamentali alla vita, come lo è la terra ormai mercificata, come l’aria in via di mercificazione, come i semi con i brevetti sulla proprietà intellettuale. E’ da qui che partiamo quando cerchiamo di fermare la privatizzazione dei servizi idrici. Da qui partiamo anche quando scendiamo sul terreno del confronto sulle tariffe; perché vediamo in questo il modo con il quale si escludono uomini e donne dal diritto all’accesso. E quando scendiamo sul terreno dell’efficienza del “servizio”è perché vogliamo non venga sprecato quel liquido vitale; vogliamo che sia di buona qualità, sia controllato nella sua potabilità, in una parola sia di nuovo garantito il diritto. Mi si dirà che è scontato, ma non è così, di diritto si parla sempre meno, anche tra di noi, spesso accettiamo come oggettivo il piano della discussione tariffaria, spesso ci lasciamo trascinare in tecnicistiche disquisizioni, assolutamente prive di senso, su SpA in house e aziende speciali.

Per un approccio risolutivo diverso

Dimentichiamo che parliamo di acqua e che non possiamo trattare l’argomento servizio idrico come una delle tante privatizzazioni. Dobbiamo invece ribaltare completamente l’approccio. La potabilizzazione dell’acqua, le reti idriche, quelle fognarie ecc.. non sono le attività di una azienda, non sono nemmeno un servizio, sono qualcosa di più; sono le manifestazioni dell’accesso ad un diritto umano fondamentale. I cittadini non sono clienti di una azienda e nemmeno utenti di un servizio, sono portatori di questo diritto e l’acqua potabile non è il prodotto di una azienda, da vendere e consumare sempre più, ma un bene comune e che occorre sempre più risparmiare.

Questo approccio che riporta al primo posto il diritto va fatto emergere attraverso i contenuti da tempo indicati, secondo i quali occorre:

  • garantire il diritto umano attraverso i 50 litri al giorno per persona, gratuiti e a carico della fiscalità generale;
  • introdurre un prelievo tariffario progressivo oltre i 50 litri per sconsigliare i consumi eccessivi;
  • introdurre il concetto di abuso per chi consuma oltre il lecito.

Garantire il diritto e garantire il risparmio non sono parametri economici, sono politici.

Questo approccio, mi sia permesso, è più importante di quello che porta a discutere se fermare la privatizzazione o imporre la ri-pubblicizzazione attraverso l’abrogazione di una o più leggi e magari disquisire sulle tariffe. D’altra parte gli scenari concreti non sempre corrispondono ai nostri desideri. E però nella richiesta di ri-pubblicizzazione vanno tenuti presenti i successivi aspetti, che rappresentano la fotografia del nostro paese alla vigilia del referendum abrogativo e dello svolgersi della campagna per la modifica degli statuti:

1° Tutti i servizi idrici sono gestiti da SPA, salvo alcune piccole realtà di montagna che lo gestiscono in economia o in forma comunitaria.

2° Nessuna realtà ha intrapreso la ri-pubblicizzazione.

3° Su 101 ambiti territoriali esistenti: 37 sono gestiti da SpA partecipate dal privato, totalmente private, di cui alcune quotate in borsa (in molti casi il servizio è gestito da multiutility privatizzate.) e 64 sono gestiti con SpA in house totalmente a capitale pubblico.

4°La legge 135 art. 23 bis prende di mira questo ultimo presidio pubblico, obbligando i comuni a far entrare i privati nelle SpA in house.

5° Se non verrà fermata questa legge entro il 2011 tutte le SpA saranno partecipate dai privati con convenzioni dalla durata di 30 anni ed è un fenomeno già in atto

6° Le quotate in borsa entro il 2015 dovranno concedere al privato il 70% del pacchetto azionario.

7° Ancora, le quotate prenderanno d’assalto tutte le SpA attraverso l’assorbimento, senza nemmeno la gara.

8° In tutte le privatizzate c’è la presenza delle multinazionali SUEZ e VEOLIA.

9° la tendenza maggioritaria dei comuni in SpA in house è quella di far entrare i privati.10° Una volta esteso in tutto il Paese l’ingresso dei privati, chi vorrà ri-pubblicizzare dovrà rompere le convenzioni e pagare pesanti penali ai privati.

Da qui la improrogabile necessità del referendum che salvi le SpA in house. Da qui la necessità di modulare i quesiti in modo di avere dalla nostra parte il maggior numero di sindaci, da qui la necessità di avere con noi parte del PD e della Lega oggi in sofferenza proprio sul dispositivo dell’obbligatorietà del decreto Ronchi. Una grande partita, un possibile grande salto di qualità nella battaglia strategica per i beni comuni, una grande occasione da non perdere.

*Presidente Comitato Italiano del Contratto mondiale dell’acqua

Foto tratte da: dalete.it – genitronsviluppo.com – acquabenecomune.org

Facciamo il punto sull’acqua pubblica
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