L’insostenibile pesantezza del muoversi Buone pratiche,Contemporanea-mente

di William Domenichini

2934225685_670d9711ae[1]La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda”. Trovarsi nei Paesi Bassi e pensare a ciò che accade in Italia significa porsi decine di domande, proporzionalmente frustranti alla latitanza delle risposte. L’erba del vicino è sempre più verde? Perché nei Paesi Bassi si ha diritto ad un reddito di cittadinanza accompagnato da percorsi di ricerca attiva del lavoro? Perché vengono rimborsati gli interessi dei mutui sull’acquisto della casa? Perché si hanno incentivi di relocation ai lavoratori che portano know-out? Perché vengono riconosciuti realmente i diritti fondamentali della persona, a prescindere da sesso, religione, nazionalità, colore della pelle o età? Perché si può occupare spazi privati non utilizzati senza temere sgomberi da parte di chi li mantiene sfitti per calcolo speculativo? Perché i processi amministrativi sono chiari, trasparenti, inappuntabili? Perché c’è una parte d’Europa, a parità di crisi economica globale, in cui regole difendono i cittadini mentre nel ventre molle, tonnellate di scartoffie tutelano la furbizia?

Per non sprofondare in una sorta di depressiva esterofilia, limitiamo il campo dell’osservazione, e della conseguente indignazione, ad aspetti pratici che saltano agli occhi in modo quasi traumatico.

Atterrato all’aeroporto di Eindhoven cerco un autobus per raggiungere la stazione ferroviaria. I tempi di attesa sono davvero brevi, la facilità di accesso al servizio è disarmante ed una colonnina automatica consente di trovare rapidamente il ticket per venire incontro a chi non utilizza abitualmente i mezzi pubblici locali. Tant’è che chi vive e lavora nei Paesi Bassi usa una OV-chipkaart (Openbaarvervoerchipkaart ossia “public transport chip card”), la versione da mulini a vento dell’Oystercard londinese, valida per tutto lo stato, ricaricabile, viene passata all’ingresso ed all’uscita dai mezzi. L’accesso ai bus è a prova di disabile e se volete sapere quando tempo si impiega dal quartiere di Zandrijk al Philips Stadium, un monitor indica tragitto ed orari, in real time ed in doppia lingua (dutch, english).

Alla Eindhoven Centraal il triste ricordo delle nostre stazioni ferroviarie è lontano: chi non ha l’OV-chipkaart trova disponibile decine di casse automatiche, bilingue in default, pagamento con carta/bancomat, evidentemente per limitare la circolazione di contante. In alternativa occorre rivolgersi alle casse, ma con una sovrattassa, giusto per incentivare l’uso delle carte, così è più semplice controllare le spese dal punto di vista fiscale e dimostrarle.

Il tabellone segnala la partenza del treno per Utrecht alle 10.32, e partire da Eindhoven a quell’ora è praticamente una certezza, teutonica. Si percorre quasi 90 km in una carrozza pulita, confortevole, dotata di wi-fi free, con un occhio al monitor in cui scorrono le stazioni di scalo, gli orari di arrivo e di partenza. Salgono e scendono lavoratori, studenti ed il ricordo va al treno che mi ha condotto dalla stazione di Sarzana a Pisa Centrale, partito alle 6.41 già con 10 minuti di  ritardo, sufficiente a perdere la coincidenza per Pisa-Aeroporto. Come previsto alle 11:22 si arriva ad Utrecht Centraal e con la stessa efficienza e sostenibilità mi dirigo a Nieuwegein, 10 km a sud di Utrecht, con un efficientissimo servizio di metropolitana di superficie.

L’impatto con la struttura è notevole, ma qualcosa di più profondo fa pensare che l’efficienza non sta solo nella capacità di gestire il “sistema”. Gli incredibili parcheggi per biciclette nelle stazioni olandesi, l’onnipresenza di piste ciclabili e di due ruote, legate ad ogni palo, a centinaia di rastrelliere disperse ovunque segnano il passo culturale e sostenibile di un paese. Secondo i dati della Commissione europea, con 16 milioni di biciclette i Paesi Bassi sono, tra i comunitari, quelli con più due ruote circolanti per abitanti (1010 ogni milione contro i 440 dell’Italia) e con maggior numero di km percorsi all’anno per abitante (ogni olandese percorre mediamente 1019 km all’anno contro i 168 italiani) ed è al secondo posto per incidenza di piste ciclabili, con 56,8 km per 1000 km². Il 68% degli olandesi usano giornalmente le due ruote (in Italia solo il 13,8%), ritenute evidentemente più comode anche di una rete di servizi pubblici efficiente, ma per lo più privata e con costi di utenza non proprio accessibili a tutti.

Ma basta dare due ruote ad un popolo per farlo muovere meglio? Certo che no. Dalla fine degli anni ’70, proprio nei Paesi Bassi, nacque l’idea del woonerf, una concezione della strada come area condivisa, ampi marciapiedi, cartelli segnaletici facilitatori, attraversamenti pedonali rialzati, rotatorie dove pedoni e ciclisti hanno la precedenza e le auto devono rispettare limiti di velocità molto rigidi. Un’idea adottata in molte parti dell’Europa ma solo in poche località italiane e che si misura concretamente in un crollo dell’incidenza della mortalità stradale: nei Paesi Bassi circa 1000/annui incidenti mortali sulle strade (68 ogni milione), in Italia 6.633/annui (115 ogni milione).

Se la mobilità sostenibile è favorita da scelte lungimiranti, quella privata è palesemente disincentivata. Se è vero che le autostrade  orange siano gratuite, ben progettate sotto il profilo infrastrutturale (illuminazioni, uscite/entrate, numero di corsie, aree di sosta) e tecnico (geometrie dei tracciati), chi possiede l’auto paga tasse di proprietà onerose e le sanzioni del codice della strada sono un deterrente efficacie. Usare l’auto costa. Non è un caso che ad Amsterdam, una delle città migliori per chi va in bicicletta, il parcheggio per un auto costa 5,5 /ora? Sarà un caso che il governo olandese incentivi la rottamazione delle biciclette e non delle auto? Sarà un caso che nei Paesi Bassi i cantieri pubblici fioriscono, innovando le stazioni ferroviarie (Rotterdam, Amsterdam, Utrecht, Den Haag, ecc) o si provvede all’adeguamento delle connessioni ciclabili in un momento di crisi economica globale?

Torno all’aeroporto di Eindhoven, questa volta con un bus extraurbano, prenotato comodamente via web, altra possibilità che evita la “noiosa” intermodalità metro-treno-bus. L’arrivo a Pisa non è dei più traumatici, ma significativo e per raggiungere la stazione centrale si pongono due valide alternative, o il bus (LAM rossa) o il treno, entrambi completamente vuoti. Opto per il bus, ma il pensiero va alla lungimirante amministrazione Filippeschi (Pd), che vorrebbe costruire il “People mover“, un progetto di metro di superficie, 82 milioni per 1,6 km e 3 fermate. Torni alla Spezia e, al netto delle traversie del vituperato TPL, ti ritrovi in una giungla di piste ciclabili fatiscenti e strade percorse da enormi SUV che tendono a impadronirsi della carreggiata e per i quali occorrerebbe prendere in prestito 5 regole1. Certo che puoi comprarti un SUV. Ma solo se abiti a ovest del Mississippi; 2. Ci sono modi meno inquinanti per sentirsi ad un metro da terra; 3. Non calpestare le altre macchine; 4. Via quegli occhiali da sole e la faccia da commando: non sei su un carro armato; 5. L’hai preso con i vetri oscurati? Hai voglia di privacy o ti vergogni.

Lontani da visioni europee ed immersi nella nostra immobilità insostenibile, la pesantezza del pensiero va ai tanti cervelli italiani esuli, tra i mulini a vento, scappati da un paese dove le loro competenze non sono a bilancio, come la nostra sostenibilità, come il nostro futuro. Appunti per il nuovo governo? Ottimismi della volontà…

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