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	<title>Informazione Sostenibile - Comunicazione ambientale &#187; Libri</title>
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		<title>Lo scalino d&#8217;oro</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 08:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Informazione Sostenibile</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.informazionesostenibile.info/wp-content/themes/infosostenibile2008/images//2009/06/comunicato_scalino.jpg"><img class="size-full wp-image-1099 aligncenter" title="comunicato_scalino" src="http://www.informazionesostenibile.info/wp-content/themes/infosostenibile2008/images//2009/06/comunicato_scalino.jpg" alt="comunicato_scalino" width="536" height="757" /></a></p>
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		<title>Il granturco come &#8220;diverso&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 08:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Informazione Sostenibile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Paola Sartoni
Il titolo non è quello del libro di cui voglio parlare, ma deriva da una riflessione che il suo autore, lo storico dell’economia Roberto Finzi fa, intervistato sul “Corriere delle Sera” da Claudio Magris, a proposito del “protagonista”, appunto, di questo libro: “Sazia assai ma dà poco fiato. Il mais nell’economia e nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Paola Sartoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo non è quello del libro di cui voglio parlare, ma deriva da una riflessione che il suo autore, lo storico dell’economia Roberto Finzi fa, intervistato sul “Corriere delle Sera” da Claudio Magris, a proposito del “protagonista”, appunto, di questo libro: <em>“Sazia assai ma dà poco fiato. Il mais nell’economia e nella vita rurale italiana. Secoli XVI-XX”</em> /Edizioni CLUEB (costo 20 euro).<a href="http://www.informazionesostenibile.info/wp-content/themes/infosostenibile2008/images//2009/02/pannocchie.jpg"><img class="picright size-medium wp-image-560" title="pannocchie" src="http://www.informazionesostenibile.info/wp-content/themes/infosostenibile2008/images//2009/02/pannocchie-121x177.jpg" alt="" width="121" height="177" /></a><br />
Come il frumento ha avuto in Europa un grande significato spirituale (ad esempio per i Misteri Eleusini in Grecia o attraverso il Vangelo per i Cristiani), così il mais appare nei testi sacri dei Maya e nelle opere successive come elemento base della loro struttura fisica, della loro musica (le percussioni dei tamburi che ne scandiscono la macinazione), della loro intera cultura contrapposta a quella degl’invasori. Ma in Europa appare inizialmente come “granturco”. Perché mai – si domanda Finzi &#8211; “turco” un cereale che viene dall’America? E riflette sul fatto che, fino alla sconfitta dei Turchi Ottomani sotto le mura di Vienna nel 1683, il “turco” era l’altro, il diverso, il forestiero e pure il nemico per eccellenza. Così prosegue: “Oltre al mais, altre piante che hanno attraversato l’Atlantico, come il fagiolo e il peperone, vengono indicate come “turche”. Quanto non è cristiano, evoca la terribile angoscia del “nemico interno”. Ed ecco che, ad esempio, in Catalogna correva la voce che pomodori e peperoni fossero velenosi e che fossero stati portati con loro dai Mori, di modo che erano morti più Catalani per averli mangiati che in battaglia”.<br />
Incuriosita, mi sono accostata al libro di Finzi che racconta di come il mais conquisti l’Europa e soprattutto l’Italia, rappresentando il piatto tipico delle campagne povere ma portando con sé anche la terribile pellagra, conseguenza della mono-dieta di questo alimento (privo di niacina, ossia vitamina B3 o PP, in grado di prevenire l’insorgere della malattia). La pellagra, associata anche al “vampirismo” nel popolino, comporta disturbi di tipo cutaneo e interno,  reazioni alla luce del sole e degenerazione dei tessuti; causa progressivo indebolimento (“<em>dà poco fiato</em>”) e risulta mortale. A lungo ne hanno discusso scienziati e antropologi, persino l’immancabile Lombroso, per teorizzare la degenerazione e l’inferiorità psichica dei “villani”, prima di arrivare a scoprire i danni di un’alimentazione povera di proteine che riempiva la pancia ma svuotava di ogni umore.<br />
Il libro diventa la storia di una parte consistente della popolazione italiana attraverso i secoli; delle condizioni di salute e dei rapporti di lavoro, della vita quotidiana fatta di abitudini, ignoranza, superficialità medica, superstizioni e miseria.<br />
Fino ad arrivare ad oggi, allorché – come nota anche Magris &#8211; il libro sottolinea “certe inquietanti conseguenze del mais transgenico e le incognite della manipolazione genetica, che pure fornisce tante risorse”. La domanda è se il mais rappresenti “l’esempio simbolico della dialettica del progresso, delle liberazioni e dei disastri che ci possono arrivare dalla tecnica”. E la risposta di Finzi, che si rifà addirittura ad Adam Smith e al suo testo del 1776, <em>La ricchezza delle nazioni</em>, è che i sospetti verso prodotti che pure hanno fatto progredire l’Europa non sono, come a lungo s’è detto, frutto della sola ignoranza. “La diffidenza verso il progresso – conclude – non è dunque aprioristica; è il risultato di un’esperienza. I mais ibridi sono stati un grande progresso, ma hanno creato nuove dipendenze. Non è infatti possibile piantare un seme di mais ibrido e ottenere un nuovo mais ibrido, sicché il diretto coltivatore deve di anno in anno comperare le sementi. Per i transgenici nessuna ripulsa, ma precauzione sì”.  Insomma, basta coi sospetti verso il Gran Turco, ma verso il Nuovo Mais forse sì.</p>
<p>Foto tratta da:<br />
maismarano.it</p>
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