La sfida del nostro tempo: oltre la Green Economy, ragionando globale ed agendo locale Analisi,Contemporanea-mente

di William Domenichini

Green economy, rivoluzione verde, sviluppo sostenibile, e tante altre fantasiose varianti lessicali propongono soluzioni più o meno radicali ad una crisi economica che sta dilaniando occupazione,bilancio diritti, tessuti sociali ed ambiente. Tutto ciò deve far riflettere sulle prospettive future, su come confrontarsi ed agire, e certamente sull’atteggiamento che deve assumere la Politica riguardo all’esile equilibrio che sottende l’ormai logora e desueta dicotomia tra Ambiente e Lavoro.
Se l’ambiente e la qualità della vita saranno modalità di adattamento delle attuali dinamiche imprenditoriali e di sviluppo, c’è il sensato timore che ci limiteremo alla momentanea rianimazione di un sistema moribondo che nei fatti ha già dato prova del suo fallimento. Repetita iuvant: questo modello ha fallito, lo prediceva il movimento di Seattle, lo ha gridato nel dolore il popolo di Genova nel 2001, e così è stato.
Questa crisi, che è stata prima finanziaria, poi economica, ma soprattutto sociale, alimentare, idrica, insomma ambientale, e può essere davvero una possibilità di cambiamento ma se eviteremo risposte “anticicliche”, soluzioni palliative che continuino a mantenere il divario tra le classi sociali più forti e più deboli, limitandoci a ristrutturare il modello attuale. Dobbiamo “entrare” nella crisi stessa e rivoluzionarla con la consapevolezza del fallimento dell’attuale sistema di libero mercato, della finanza dell’indebitamento, delle economie di sfruttamento (infinito) dei popoli e delle risorse (finite) che hanno speculato limitandosi a distribuire briciole sotto l’ingannevole forma di “congruo” risarcimento alle classi intermedie. Pesa come un macigno l’assenza di prospettive nella politica del Governo berlusconiano, più in generale nella stragrande maggioranza della politica italiana, dalla mancanza di un piano energetico nazionale alla sudditanza rispetto ai gruppi d’affari che impongono impianti ed infrastrutture inutili, spesso dannose.
inquinOccorre tornare a “pensare globale ed agire locale”, partendo dalla direttiva UE “20-20-20”, dal 20% di riduzione delle emissioni e dall’impiego di fonti rinnovabili per almeno il 20% complessivo entro il 2020, un punto di partenza per innovazione occupazionale ed in contrasto con quell’involuzione energetico-capitalistica che arriva alla farsa del nucleare, un energia che non è abbondante (L’uranio 235 esaurirà in 50-70 anni con il 5% di fabbisogno mondiale), è inquinante (produce scorie che hanno tempi di decadimento radioattivo millenario, genera il problema dello stoccaggio, e soprattutto non garantisce l’incolumità dei lavoratori – I.C.R.P. 103/2007) e costosa (il M.I.T. Ha stimato il costo per KW/h prodotta con il nucleare come il più elevato rispetto ad altre fonti).
E’ fondamentale puntare sullla produzione di energia in modo diffuso, attraverso la micro-generazione con fonti rinnovabili, producendo meno ma meglio, non rilanciando i consumi ma razionalizzandoli, uscendo dalla logica perversa e miope del P.I.L., limitando gli sprechi con nuove tecnologie, intraprendendo strategie come “Rifiuti Zero”, dalla diminuzione dei rifiuti al compostaggio, dal riciclo al riuso. Semplicemente non possiamo continuare a sprecare risorse finite come se fossero inesauribili, ma dobbiamo superare l’attuale sistema produzione/consumo con informazione, condivisione, consapevolezza, monitoraggio, in una parola con Partecipazione.
Una sfida possibile solo se avremmo il coraggio di cambiare i nostri orizzonti, puntare su formazione professionale che segua il progetto di innovazione e non lo rincorra, responsabilizzando chibic produce e chi consuma, facendo della nostra provincia un punto di riferimento nel settore energetico, nel recupero di materiale, nell’agricoltura di qualità, partendo dagli esempi virtuosi come la Val di Vara ed importando modelli di eccellenza come Capannori o Novara, dove il bene comune non è inteso come elemento di sviluppo (tradotto di sfruttamento) ma come elemento fondamentale di condivisione di una comunità, insomma di tutti.
Naturalmente c’è chi obietta che tutto ciò è solo utopia. Ma è utopia il Sudamerica dei Funes, dei Lula, dei Morales, dei Chavez, delle Kirchner e delle Bachelet. Sono utopie le azioni che nel nostro paese portano alla formazione di un G.A.P., un G.A.S., all’installazione di pannelli fotovoltaici, all’istituzione di banche del tempo, a fare la raccolta differenziata porta-a-porta, alla costruzione di piste ciclabili o di zone pedonabili di esclusione del traffico, ad attrezzare un bike-sharing o car-sharing, ad installare software opensource, insomma tutte le volte che risocializziamo un bene comune?
Le risposte a queste domande retoriche non passano solo attraverso una banale e scontata negazione, ma attraverso un cambiamento radicale: dobbiamo sintonizzarci con le speranze residue della gente, evitando che le nuove e precarie generazioni contino il tempo a ritroso, senza prospettive, rilanciando l’azione politica con pratiche sensate, ripensando le nostre città e le nostre economie radicalmente, valorizzando socialmente i territori, producendo merci con valore d’uso reale, attraverso nuove forme di confronto e di democrazia diretta in cui mutualità, equità e reciprocità siano elementi sostanziali di armonia sociale, e quindi ambientale.
Agli antipodi dello sviluppo sostenibile, ben oltre la green economy.

 

Immagini tratte da: www.ecosherpa.com, www.civisonline.it, www.inbici.eu

La sfida del nostro tempo: oltre la Green Economy, ragionando globale ed agendo locale
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