Un porto pieno di guai Analisi,Contemporanea-mente,Prima Pagina

di William Domenichini

porto3C’era una volta… un re, diranno i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliate. C’era una volta un’Autorità portuale. Ed era un’autorità portuale di lusso, non una semplice istituzione che gestiva il porto della Spezia. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno, anzi una bella mattina novembrina, le fiamme gialle bussarono alla sua porta, ed in un sol colpo, la lista della spesa fu servita.

Al di là di collodiane divagazioni, le accuse sono pesantissime: corruzione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta. Protagonisti una serie di personaggi da romanzo. Lorenzo Forcieri, politico di lungo corso che fu sindaco di Sarzana, poi senatore e deputato Ds/Pd passando per sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, fino ad approdare alla presidenza dell’autorità portuale spezzina. Davide Santini, legato al centrodestra, ed in particolare al presidente della regione Liguria Toti, viene nominato segretario generale. Maurizio Pozzella, proveniente dagli ambienti sindacali, in pochi anni scala la gerarchia portuale divenendo dirigente apicale. Comprimari nell’inchiesta una serie di imprenditori, presumibilmente favoriti, per l’ottenimento di alcuni appalti.

Nel paese degli acchiappacitrulli, va da sé, che un’inchiesta giudiziaria in più o in meno, quasi non fa notizia: qualche intercettazione che viene sbattuta in prima pagina, tanto per dipingere l’ennesimo caso di volgare e barbaro livello in cui si è calata la classe (in)dirigente di questo paese, la resa dei conti tra bande del medesimo partito per non perdere l’occasione di far carriera, oppure nel tentativo da parte di qualche politico di recuperare credito passando per agnello al cospetto del presunto lupo di turno.

Pleonasticamente fino al terzo grado di giudizio tutto è da dimostrare, ma dalle intercettazioni telefoniche che riguardano alcuni personaggi apicali dell’Autorità portuale spezzina e certa classe imprenditoriale che vi satellita, si apre uno spaccato da far impallidire Tangentopoli: dirigenti pubblici che nascondono migliaia di euro nelle scatole delle scarpe e che viaggiano con l’ultimo modello di Maserati, assunzioni di “figli di…” in cambio di favori o della benevolenza dei garanti sui loro pareri e controlli: coprire spese pazzi, imbonire atti discutibili, clientele, mazzette, interpretazioni sul filo del rasoio delle norme sulle gare d’appalto, in un gioco di potere che sembra non avere vergogna di mostrarsi telefonicamente in tutta la sua ruvidità, come se fossero intoccabili. Tutto per il bene del porto, della città e della sua “fiorente” economia, fatta di record pomposamente magnificati.

Non è tutt’oro quel che luccica. C’è chi suggerisce di leggere le statistiche portuali con molta prudenza, in particolare per quanto riguarda i container, la cui domanda di trasporto è trainata dal mercato dei beni e dalla logistica delle compagnie marittime: lo stesso container viene contato più volte e quindi il valore dei movimenti di sbarco e imbarco, tenuto conto dei vuoti, avrebbe una correlazione sempre più debole con il valore rappresentato dal volume delle merci trasportate. Se a questo quadro si aggiungono i dati sulle navi da crociere, vomitanti decine di migliaia di cavallette che nell’arco di 24 ore spariscono alla volta del prossimo scalo, lasciando nel territorio poche briciole, il quadro è tutt’altro che roseo, o quantomeno aprirebbe una serie di riflessioni sul modello e sulla gestione di una risorsa infrastrutturale che, mutatis mutandi, segue un modello in profonda crisi.

In un modo o in un altro, in un molo o nell’altro, in una terra sconvolta da drammatici scandali come la collina dei veleni di Pitelli (che per onor di cronaca è ancora in cerca di colpevoli), o come Parcopoli dove emerse il ruolo feudale di chi gestiva il parco delle 5 Terre, il fallimento de facto di ACAM, la multiutility locale utilizzata come cassa deposito e prestiti dalla maggior parte dei comuni e dei sindaci, si ritrova inghiottita nell’ennesima torbida vicenda. Per gli amanti dei “complotti”, verrebbe da pensare che in una piccola provincia ci sia un filo conduttore in così tanti scandali in pochi chilometri quadrati. Forse sarebbe sciocco pensarlo, tuttavia il potere e gli affari, pare accomunino realtà di gestione della cosa pubblica quantomeno discutibile.

Ma torniamo in via del molo (sede dell’AP, ndr). Il presidente Forcieri, a stretto giro di posta, si dimette, ed in una lettera stilisticamente ineccepibile chiude ringraziando tutti per il lavoro svolto, in particolare il Tavolo Portuale, composto da categorie (spedizionieri, terminalisti, trasportatori, doganieri, ecc) da sindacati e dai sindaci dei comuni del golfo (La Spezia, Lerici e Portovenere) la provincia e la regione Liguria, tutte istituzioni rette da Pdl o Pd, che avrebbe condiviso interamente l’operato dell’Autorità portuale e del suo presidente. Tant’è che l’operato dell’Authority pare abbia più di una crepa, nonostante appunto la sostanziale condivisione unanime di chi avrebbe dovuto controllare.

Prendiamo per esempio la vicenda dei dragaggi. La sentenza della Corte di Cassazione (n.46170 del 3 novembre 2016) riguarda il sequestro preventivo di una porzione di fondale del golfo della Spezia e di un cantiere, compiuto in seguito alle attività di dragaggio del molo Garibaldi e di quello Fornelli, ossia tra due dei principali dock del porto spezzino. I responsabili non avrebbero rispettato le norme progettuali, provocando dispersione di sedimenti nelle acque circostanti con conseguente trasporto degli inquinanti (idrocarburi e metalli pesanti), tali da causare un deterioramento ed una compromissione significativa delle acque del golfo. Alcuni passaggi della sentenza sono a dir poco inquietanti, come nel punto in cui si afferma “la piena consapevolezza, da parte dei responsabili dell’azienda incaricata dei lavori, della condotta abusiva, tanto che, essendo costoro avvisati preventivamente dall’ARPAL dei futuri controlli, sospendevano momentaneamente i lavori per non innalzare il livello di torbidità (il Tribunale indica le dichiarazioni di una persona informata sui fatti)”. La gravità di tale ammissione, espressa in una sentenza della Cassazione, da una misura delle “dinamiche portuali” spezzine. Secondo il PM ricorrente “il livello di torbidità delle acque conseguente alla dispersione dei fanghi inquinanti risultava, rispetto a quello verificato quando l’attività veniva svolta nell’osservanza delle prescrizioni, fino a 30 volte superiore per il molo «Garibaldi» e fino a 4,8 volte per il molo «Fornelli», evidenziando, però, che le indagini avevano consentito di accertare che i dati forniti dall’ARPAL erano comunque minimizzanti”. Ma su questo, nessun membro del Tavolo portuale pare si sia espresso smarcandosi dall’attività dell’Authority.

Prendiamo per esempio la vicenda con cui la Contship è arrivata a gestire la quasi totalità dei dock spezzini, con una modica concessione di 53 anni. Una vicenda nella quale emergevano aspetti poco chiari su un provvedimento che consegnava la gestione terminalistica del porto ad un operatore monopolista (si legga Porto delle nebbie, La Spezia, intervista a Sandro Bertagna).

Una delle realtà occupazionali più importanti in termini numerici, ma anche più critiche, tenuto conto dell’impatto in termini ambientali, delle criticità in termini di sicurezza, appare allo stesso tempo un’entità completamente fuori controllo, nella quale, nonostante fosse sotto controllo da un Tavolo portuale in cui sono presenti tutti i rappresentanti di una comunità, nessuno ha mai messo in discussione l’attività dell’Authority, che ha competenza su tutte le attività che si affacciano sul golfo.

Al di là delle rilevanze penali di questa vicenda, occorre riflettere su ciò che sta emergendo dai fondali del golfo spezzino, anche senza dragaggi. Uomini (o donne) soli al comando, con organismi di controllo facilmente aggirabili, talvolta inesistenti, oppure amorevolmente distratti. Dagli anni ’90 in avanti ci hanno fatto credere che controllo e partecipazione fossero roba vecchia, mentre il decisionismo del fare fosse il nuovo, senza declinare questi sostantivi su cosa e come fare. L’endiade sovranità e rappresentanza fu sostituita da governo e delega, così i consigli comunali, provinciali o regionali sono diventati luoghi di ritrovo, svuotati di potere di controllo e di indirizzo, al cospetto di sindaci eletti direttamente e plenipotenziari, province fintamente sparite e sostituite da consigli nominati, un continuo fiorire di Spa pubbliche il cui controllo è in mano ad amministratori delegati, da sindaci o loro rappresentanti, oppure ad Authority che agiscono in completa autonomia, con organismi di garanzia sempre più deboli e disarmati (quando non sono distratti). Questo quadro, estremamente sintetico, vede lo spostamento dell’asse della democrazia non più nella rappresentanza ma verso la delega di pochi, che non rispondono più a nessuno, se non a se stessi ed ai propri interessi.

Se qualcuno pensasse che in queste righe vi sia un qualche riferimento alla riforma Boschi-Renzi, oggetto del referendum costituzionale del 4 dicembre, in particolare all’abolizione delle elezioni del Senato che sarà nominato dai rappresentanti delle regioni e da qualche sindaco, credo abbia compiuto una “consecutio temporum” più che naturale. In fondo in questi anni hanno ridotto le funzioni dei consigli comunali a mera ratificazione del volere dei sindaci, hanno trasformato i consigli provinciali da elettivi a nominativi, hanno delegato Spa o Authority ciò che un tempo era a capo a municipalizzate o compagnie portuali. Una sbornia di decisionismo, i cui effetti sono evidenti a tutti. Ora sarebbe da chiedersi, al netto della propaganda e degli slogan, se in questo paese (e non solo), il popolo sia sovrano, o semplicemente suddito, e magari trarne delle conseguenze. Se qualcuno pensasse che questo finale sia una forzatura, naturalmente è libero di crederlo, ma è consigliato anche di rileggere il secondo comma dell’art.54 della nostra Costituzione repubblicana: I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.
In alternativa, si può continuare a credere che seminando degli zecchini nel campo dei miracoli, crescano arboscelli di monete d’oro, magari nelle scatole delle scarpe di qualche funzionario pubblico, di qualche autorità portuale.

Un porto pieno di guai
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