Il capitale nel XXI secolo, Thomas Piketty Cultura,Libri

a cura di Aldo Marchetti

1- Avvertenza

piketty1Il successo del libro di Piketty è indubbio come lo scalpore che ha suscitato. Pare che lo abbiano letto sia Obama che Cameron, sia la Merkel che Hollande nonostante il poco tempo che hanno da dedicare alla lettura. Il libro è al primo posto nella graduatoria delle vendite di Amazon e ha avuto un gran numero di importanti recensioni. Paul Krugman (premio Nobel per l’economia nel 2008) lo ha definito il libro più importante dell’anno e forse del decennio; Joseph Stiglitz (Nobel nel 2001) ha dichiarato che si tratta di un libro importante e giustamente celebrato. L’autore viene invitato da un gran numero di Università e di istituzioni e quando è venuto alla Bocconi di Milano si è formata una lunga coda al banco dove il suo libro era in vendita. Naturalmente non sono mancate le critiche che come sempre, quando provengono dai poli opposti, invece di diminuire il valore di un’opera lo fanno lievitare a vista d’occhio. La destra americana ha definito l’autore un marxista mascherato (anche se Piketty ha dichiarato di non aver mai letto il Capitale di Marx, cosa peraltro poco credibile dal momento che lo cita spesso e con proprietà) mentre un marxista come David Harvey ha consigliato i lettori a non prenderlo per oro colato, ritenendo che la definizione data da Piketty del capitale (come uno stock) sia inadeguata poiché il capitale va considerato come una relazione tra forze produttive e come un processo, e giudicando la proposta di imposta progressiva globale sul capitale un’utopia. Tuttavia lo stesso Harvey riconosce l’importanza del libro per la esauriente interpretazione storica che offre delle dinamiche della disuguaglianza.

Dopo quanto ho detto lascio spazio a una sintesi del libro con l’invito a non fermarvi ai sunti e ai bigini. Se avete la possibilità vi conviene leggervelo da voi. Investirete un po’ del vostro tempo ma ci guadagnerete sopra. Dopotutto, come insegna Piketty, è la conoscenza che fa la ricchezza e non il contrario.

2- Introduzione

piketty2Il tema del libro è quello della distribuzione delle ricchezze sul lungo periodo. Il punto di partenza sta in una domanda di fondo: aveva ragione Marx quando sosteneva che l’accumulazione del capitale si sarebbe tradotta in una concentrazione sempre maggiore della ricchezza in poche mani o hanno ragione altri economisti, come Kuznets, che in tempi più recenti hanno affermato che le dinamiche della crescita, dell’aumento della produttività e del progresso tecnico avrebbero portato a una spontanea riduzione delle disuguaglianze? Di fronte a questo quesito Piketty prende posizione sin dall’inizio: se è  vero che la crescita economica e la diffusione delle conoscenze hanno scongiurato la rivoluzione in senso marxiano è anche vero che le strutture profonde del capitale e delle disuguaglianze non hanno subito nel corso degli ultimi due secoli cambiamenti apprezzabili. Se infatti nella prima metà del secolo XX è sembrato che nei maggiori paesi democratici le disparità di reddito si riducessero, negli ultimi decenni si assiste al ritorno degli squilibri caratteristici dei secoli passati.

La ricerca di Piketty si fonda sul lavoro di un nutrito gruppi di studiosi di tutto il mondo che ha messo a punto la World Top Incomes Database (WTID),  la più vasta banca dati oggi disponibile sullo sviluppo delle disuguaglianze dei redditi e che è anche la fonte storica più importante usata nella stesura del volume. La seconda categoria di dati utilizzata riguarda la distribuzione dei patrimoni e i rapporti tra patrimoni e redditi.

Nell’introduzione vengono anche sintetizzati i principali risultati del libro. La prima conclusione è che bisogna rifiutare ogni determinismo economico. In altre parole non esiste un meccanismo spontaneo che porta a una maggiore eguaglianza economica. La crescita o la diminuzione delle disparità sono il frutto di scelte politiche. La seconda lezione, che è anche la teoria centrale del libro, è che le dinamiche della distribuzione della ricchezza sono fenomeni di portata storica: grandi motori che portano di volta in volta verso la convergenza o la divergenza. Il principale fattore di convergenza è il processo di diffusione delle conoscenze e investimento nella formazione che è cruciale allo stesso tempo per lo sviluppo della produttività e la riduzione delle disuguaglianze, sia a livello di ciascun paese che sul piano mondiale. Ma contro il processo egualitario giocano altri fattori di divergenza assai “inquietanti”: il primo è lo scollamento delle retribuzioni più elevate dalla media delle retribuzioni in un dato periodo; il secondo è l’affermazione di una serie di squilibri legati all’accumulazione e concentrazione dei patrimoni in un mondo caratterizzato da una crescita economica debole e un rendimento elevato del capitale. Esistono quindi fattori di convergenza, che possono prendere il sopravvento, come è accaduto nei paesi europei e del Nord America nella prima metà del secolo scorso, ma anche fattori di divergenza che possono prevalere nuovamente come sta accadendo ormai da una trentina d’anni. E’ possibile tuttavia pensare anche per il futuro a delle politiche pubbliche che correggano queste tendenze e che riescano a contrastare una deriva che sembra attualmente procedere con implacabile inerzia. Alcune soluzioni vengono proposte nella parte quarta del libro e consistono in nuove regole che a livello internazionale portino a imposte progressive sul reddito, più incisive di quelle attuali, e su una imposta globale sul capitale da applicare anche attraverso accordi tra i singoli paesi sulle comunicazioni automatiche delle informazioni bancarie.

3- Parte Prima. Reddito e Capitale

picketty3La prima parte intitolata Reddito e Capitale introduce alcune nozioni fondamentali che saranno utilizzate nel seguito dell’opera. Più precisamente vengono esposti i concetti di reddito nazionale, di capitale e del rapporto che intercorre tra di essi. Inoltre viene ricostruita a grandi linee la storia della distribuzione del reddito e del prodotto a partire dalla rivoluzione industriale.

Il reddito nazionale, secondo la definizione di Piketty, misura l’insieme dei redditi di cui dispongono i residenti di un dato paese nel corso di un anno, indipendentemente dalla natura giuridica di tali redditi. Il reddito nazionale è strettamente legato alla nozione di prodotto interno lordo (Pil) che misura l’insieme di beni e servizi prodotti in un anno in un determinato paese. Per calcolare il reddito nazionale tuttavia bisogna sottrarre dal Pil la svalutazione del capitale (l’usura degli edifici, macchinari, veicoli, ecc.) che è pari all’incirca del 10 % del Pil. Dopodiché bisogna aggiungere i redditi che i cittadini e le imprese hanno realizzato all’estero. Può darsi allora che si abbia un paese che dispone di una buona parte del capitale di un altro paese e che registri quindi un reddito nazionale alto anche se il Pil è stato piuttosto basso. E’ evidente che in epoca coloniale molti paesi hanno potuto disporre liberamente di questo dispositivo per aumentare le loro ricchezze. Il reddito nazionale in buona sostanza è un flusso

Il capitale da parte sua è considerato dall’autore come l’insieme degli attivi che possono essere posseduti e scambiati sul mercato, un insieme che comprende i beni immobiliari (destinati  all’alloggio privato) e del capitale finanziario e professionale (edifici, infrastrutture, macchine, impianti, brevetti ecc.) posseduto dalle imprese e amministrazioni. Il capitale può essere privato o dello Stato ma esistono anche forme intermedie di proprietà collettiva (Chiese, fondazioni, associazioni). Se il reddito nazionale può essere definito come un flusso,  il capitale per Piketty va considerato come uno stock. In questo senso si può parlare di capitale nazionale o patrimonio nazionale intendendo il valore totale di tutto ciò che possiedono i residenti e i governi di un dato paese.

Partendo da questi due concetti l’autore afferma che il modo più semplice e più fruttuoso per misurare l’importanza del capitale in una determinata società è quello che consiste nel dividere lo stock di capitale per il flusso annuale di reddito. L’indice o il rapporto capitale/reddito viene chiamato B

In base a questi concetti Piketty definisce quelle che ritiene le due leggi fondamentali del capitalismo. La prima legge viene espressa in questo modo:

A = r x B

A è la quota dei redditi da capitale nella composizione del reddito nazionale; r è il tasso di rendimento medio del capitale; B (come abbiamo detto) e il rapporto tra capitale e reddito.

Il tasso di rendimento del capitale ( r ) è un concetto basilare in molte teorie economiche compresa quella di Marx e misura quanto rende un capitale nel corso di un anno quale che sia la forma giuridica assunta dai redditi.

La formula A = r x B ci segnala come i tre concetti espressi siano strettamente legati tra loro e non possono essere concepiti l’uno senza gli altri. Essa consente di rilevare l’importanza del capitale di un paese determinato o anche del mondo nel suo insieme. Per esempio, negli ultimi quattro anni, nei paesi ricchi si rileva che i redditi da capitale (profitti, interessi, dividendi, cedole ecc.) si aggirano attorno al 30% del reddito nazionale. Con un rapporto patrimonio/reddito dell’ordine del 600% ciò significa che il tasso di rendimento medio del capitale è pari a circa il 5%.   La seconda legge fondamentale del capitalismo vede B (rapporto capitale-reddito) proporzionale al tasso di risparmio ( s ) e inversamente proporzionale al tasso di crescita dell’economia ( g )

B= s/g.

Questa legge, nel ragionamento di Piketty, è ancora più importante della prima: su di essa si basa tutta l’interpretazione della fase che stiamo vivendo perché fa capire il motivo dell’aumento delle disuguaglianze. In un periodo come l’attuale in cui i risparmi sono alti (e danno un rendimento che resta, come sempre, relativamente elevato) e in cui la crescita economica è molto debole o nulla le disuguaglianze di reddito aumentano vistosamente. E dal momento che anche per il futuro si prevede una crescita molto debole si può ritenere che, in mancanza di meccanismi regolatori, le disuguaglianze si accentuino ulteriormente. Come afferma l’autore: “La tesi di fondo del presente libro è appunto questa: un divario apparentemente limitato tra il tasso di rendimento del capitale e il tasso di crescita può produrre a lungo termine effetti molto forti e destabilizzanti in fatto di struttura e dinamica delle disuguaglianze in una data società” (p. 125).

Fatte queste precisazioni l’autore apre un primo squarcio sulle differenze di prodotto e di reddito a livello planetario.  Riassumendo la situazione ci sono paesi in cui il reddito pro capite si aggira attorno ai 150-200 euro mensili (Africa subsahariana e India, ad es.) e altri in cui è di 2500-3000 euro (Europa, America del Nord, Giappone). La media mondiale corrisponde più o meno a quella della Cina che si attesta sui 600-800 euro. Ma se guardiamo al reddito nazionale la distribuzione mondiale della ricchezza è assai superiore. Infatti i paesi ricchi lo sono son solo in quanto a prodotto interno ma anche per il capitale investito all’estero cosa che consente loro di disporre di un reddito nazionale superiore al prodotto nazionale. Il fenomeno naturalmente è opposto per i paesi poveri. Va precisato tuttavia che stiamo assistendo ad un processo di convergenza tra paesi ricchi e poveri dovuto alla crescita economica della Cina, dell’India e del Brasile (ma si potrebbero aggiungere l’Indonesia, Thailandia, Malesia, ecc.). Tale processo non è dovuto tanto (come si potrebbe credere) alla mobilità del capitale quanto alla diffusione delle conoscenze a livello transnazionale: “In altri termini i più poveri recuperano sui più ricchi nella misura in cui attingono il medesimo livello di sapere tecnologico, di qualificazione, di cultura, evitando di diventare proprietà dei paesi più ricchi” (p.117).

3- Parte seconda. Le metamorfosi del Capitale

picketty4La parte prima del libro ha introdotto i concetti basilari di reddito e di capitale, la seconda  si concentra sull’evoluzione dello stock di capitale sia dal punto di vista della grandezza globale che da quello della sua composizione la cui natura è profondamente cambiata dal XVIII secolo. Se si considerano la Gran Bretagna e la Francia, che sono i due paesi per i quali si può contare su dati più completi, è evidente che il rapporto capitale-reddito ha seguito ritmi di crescita o decrescita estremamente vicini, con una relativa stabilità per tutti i due secoli XVIII e XIX, seguita da una fase di grave crisi nel XX, per poi tornare infine, all’inizio del XXI secolo, a livelli vicini a quelli riscontrabili alla vigilia della prima guerra mondiale. In entrambi i paesi il valore totale del reddito nazionale equivale per tutti i due secoli XVIII e XIX e fino al 1914 a circa sei o sette annualità di reddito nazionale. Dopodiché il rapporto capitale/reddito crolla bruscamente e rimane molto basso per circa mezzo secolo come effetto della prima guerra mondiale, della crisi economica degli anni trenta e della seconda guerra mondiale, seguita da un breve periodo in cui le politiche economiche sono state relativamente favorevoli al mondo del lavoro. Ancora negli anni cinquanta nei due paesi il rapporto capitale reddito non supera le due-tre annualità di reddito nazionale. Ma dopo gli anni cinquanta il rapporto capitale reddito torna ad aumentare e non smette di crescere nemmeno oggi quando ormai il valore totale del capitale è pari a cinque-sei annualità di reddito nazionale, più o meno come alla vigilia del primo conflitto mondiale (cento anni fa). Piketty commenta i dati in questo modo: “…tra il 1990 e il 2000 sulla scia di un processo di crescita iniziato negli anni cinquanta è maturata una prosperità patrimoniale che non si conosceva dai tempi della belle époque. Il capitale che, verso la metà del XX secolo era praticamente scomparso, sembra oggi all’inizio del XXI secolo tornare ai livelli del XVIII e XIX secolo. I patrimoni hanno recuperato l’aspetto florido che hanno sempre avuto. In definitiva sono state le guerre del XX secolo a fare tabula rasa del passato e a dare in larga misura l’illusione di un superamento strutturale del capitalismo” (p. 182).

Questi fenomeno che si presenta come una complessiva stabilità del capitalismo sul lungo periodo non ci deve però far dimenticare le profonde trasformazioni che sono avvenute nella composizione interna del capitale. Nei secoli passati il capitale era soprattutto composto dalle proprietà terriere e dai titoli di stato e solo in parte minima era formato dai profitti dell’industria. Attualmente è composto in gran parte dalle proprietà immobiliari e dal capitale di rischio e finanziario investito in imprese e amministrazioni pubbliche. E ciò è vero in eguale misura per la Gran Bretagna come per la Francia e gli altri paesi a economia di mercato.

Un altro cambiamento di notevole portata è avvenuto in seguito ai processi di decolonizzazione.  Tra il 1880 e il 1914 i due paesi (Francia e Gran Bretagna) ricevevano beni e servizi dai loro paesi coloniali per un valore superiore a quello delle loro esportazioni. Dopo le due guerre e in seguito alla perdita delle colonie i due paesi si sono trovati con attivi posseduti all’estero enormemente ridotti.

Infine va considerato un altro fondamentale cambiamento nella composizione del capitale: quello causato dai processi di privatizzazione delle imprese e dei servizi di proprietà pubblica che hanno caratterizzato negli ultimi decenni la storia economica e politica dei paesi industriali. In altre parole poiché il capitale nazionale o patrimonio nazionale è dato dalla somma del capitale privato e di quello pubblico ciò a cui abbiamo assistito ovunque è stato un passaggio pressoché completo dal secondo al primo. Il risultato è che attualmente il patrimonio pubblico si è praticamente annullato: “…il fatto che qui ci interessa è che in entrambi i paesi i patrimoni privati costituiscono alla fine del primo decennio del XXI secolo la quasi totalità del patrimonio nazionale: secondo le ultime stime disponibili, più del 99% nel Regno Unito e circa il 95% in Francia.” (p. 193).

La stessa analisi della storia del capitale in Gran Bretagna e in Francia vale con poche variazioni anche per gli altri paesi europei. Negli Stati Uniti questa storia presenta invece delle notevoli differenze: il territorio era talmente vasto da consentire prezzi molto più bassi dei terreni, la costante crescita demografica aiutata dai processi di immigrazione (l’aumento della popolazione è uno degli elementi che consentono una maggiore redistribuzione delle ricchezze) hanno portato ad una crescita inferiore del capitale, inoltre l’America se è stata colpita duramente dalla crisi economica degli anni ’30 del secolo scorso non ha invece sofferto delle catastrofi delle due guerre come è avvenuto in Europa. Il capitale in America ha visto quindi un andamento più stabile e costante di quello del vecchio continente.

4- Parte terza. La struttura delle disuguaglianze

picketty5Se la seconda parte del libro si  è occupata della dinamica del capitale la terza parte affronta il tema delle disuguaglianze. L’assunto di fondo è che, come abbiamo già anticipato, le guerre mondiali e le politiche pubbliche che ne sono derivate hanno svolto un ruolo fondamentale nel processo di riduzione delle disuguaglianze nella prima parte del XX secolo, seguito nell’ultimo trentennio, nuovamente, da un loro aumento.

All’inizio del capitolo l’autore ricorda che la disuguaglianza dei redditi si suddivide in due componenti: la disuguaglianza dei redditi da lavoro e quella della proprietà del capitale. In pratica  la regola costante, quando si studiano le disuguaglianze, è che la disuguaglianza determinata dal possesso del capitale è sempre più grande di quella determinata dal lavoro cioè dalle differenze delle retribuzioni. Le differenze dovute al lavoro sono in genere  prestabilite e più facilmente governabili, quelle dovute al possesso del capitale sono spesso estreme e poco trasparenti.

Le disuguaglianze da lavoro pur essendo minori di quelle da capitale non vanno trascurate. Nei paesi più egualitari (come quelli scandinavi alla fine del secolo scorso) il 10% meglio pagato riceveva circa il 20% della massa dei redditi da lavoro e il 50% meno pagato riceveva il 35%. Nei paesi a media disuguaglianza, come oggi la maggior parte dei paesi europei, il 10% riceve circa il 25-30% del totale mentre il 50% riceve circa il 30%. Nei paesi ad alto tasso di disuguaglianza , come oggi gli Stati Uniti (con uno dei più alti livelli di disparità dei redditi da lavoro mai osservati) il decile superiore raggiunge il 35% mentre la metà inferiore scende al 25 %.

E’ tuttavia la disuguaglianza determinata dalla proprietà del capitale a mettere in luce, in tutti i paesi, i livelli più alti di disparità. Nelle società più egualitarie in materia di patrimoni (ancora una volta i paesi scandinavi nei decenni da poco trascorsi) il 10% dei patrimoni più elevati rappresentava solo il 50% del patrimonio nazionale. Oggi nella maggioranza dei paesi europei, in particolare in Francia, Germania, regno Unito e Italia, il 10% dei patrimoni più alti rappresenta circa il 60% del patrimonio nazionale. Negli Stati Uniti il decile superiore possiede il 72% del patrimonio americano e la metà inferiore solo il 2%.

Le differenze tanto nelle retribuzioni quanto nel possesso di capitale (in particolare beni immobili, rendite, titoli) stanno quindi crescendo e tuttavia non bisogna ingannarsi. Se guardiamo al periodo precedente alla prima guerra mondiale le distanze tra ricchi e poveri erano di gran lunga maggiori. In piena belle époque, tra il 1900 e il 1910, nei maggiori paesi europei il 10% più ricco disponeva della quasi totalità del capitale nazionale: la quota del decile superiore raggiungeva il 90% del totale dei patrimoni. La fascia intermedia della popolazione (circa il 40% della popolazione) aveva poco più del 5% del patrimonio e la parte più povera (50%) deteneva meno del 5%. In altre parole dal punto di vista patrimoniale non esisteva una classe media vera e propria. Uno dei cambiamenti più importanti avvenuti nella composizione sociale dei paesi europei durante il secolo scorso è quindi la nascita e lo sviluppo di una classe media patrimoniale anche se vale la pena di sottolineare ancora una volta che la disparità nel possesso delle ricchezze resta enorme anche nel tempo presente. Un’altra considerazione da fare è che se da una parte si è ridotta di molto nel corso del secolo scorso la classe dei rentiers si è invece ampliata quella dei dirigenti e dei managers percettori di elevate retribuzioni.

Ritornando alle disuguaglianze dei redditi da lavoro vale la pena di soffermarsi sul caso degli Stati Uniti che è quello più estremo e per alcuni versi clamoroso. La sua originalità infatti consiste nel fatto che gli ultimi decenni hanno visto emergere una super-classe di super-dirigenti. Il cambiamento avvenuto in un secolo è davvero sorprendente. Nei primi due decenni del Novecento il decile superiore della gerarchia dei redditi aveva poco più del 40% il che equivaleva ad una duplice differenza rispetto all’Europa dove il rapporto capitale reddito era più alto, così come la quota del capitale nella composizione del reddito nazionale, e dove la disuguaglianza nella proprietà del capitale era meno accentuata. Nell’America degli anni ’20 la disuguaglianza dei redditi cresce vistosamente ma poi, in seguito alla crisi economica degli ani ’30 e alla seconda guerra mondiale assistiamo a una notevolissima compressione delle disuguaglianze. “Dagli anni cinquanta agli anni settanta gli Stati Uniti vivono la fase più egualitaria della loro storia: il decile superiore della gerarchia dei redditi detiene circa il 30-35% del reddito nazionale più o meno il medesimo livello della Francia di oggi. Dopo di che, a partire dagli anni settanta-ottanta, assistiamo a un’esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito. La quota del decile superiore cresce in progressione da circa il 30-35% del reddito nazionale negli anni ’70 a circa il 45-50% all’inizio del XXI secolo. L’andamento della curva è abbastanza impressionante e viene naturale chiedersi fino a quale livello possa spingersi da oggi in avanti: per esempio se le cose procedessero allo stesso ritmo, la quota del decile superiore supererebbe, da qui al 3030 il 60% del reddito nazionale.” (p.449).

Ci si potrebbe chiedere quasi sono le cause di una tale preoccupante crescita delle retribuzioni dei super managers in un paese come gli USA. La risposta che da l’autore a questo quesito è del tutto disarmante. Una retribuzione in generale dovrebbe essere commisurata al contributo che un dipendente offre al successo della impresa in cui lavora ma è estremamente difficile capire quale sia l’apporto in questa direzione di un manager, la spiegazione più semplice di questa impennata delle retribuzioni è che a deciderla sono gli stessi che di questi aumenti traggono il beneficio cioè i manager stessi in assenza di validi strumenti di controllo: “Vista l’impossibilità di calcolare con esattezza il contributo di ciascuno al prodotto dell’impresa considerata, è inevitabile che le decisioni conseguenti a tali processi siano in gran parte arbitrarie, dipendenti da rappoerti di forza e dal potere contrattuale degli uni nei confronti degli altri” (p. 509).

A questo punto della sua trattazione Piketty si chiede se la crescita delle disuguaglianze negli Stati Uniti abbia qualche relazione con la crisi economica che si è scatenata a partire dal   2008. Innanzitutto va detto che la crisi finanziaria non ha avuto alcun impatto negativo sulla crescita delle disuguaglianze mentre è assai probabile al contrario che quest’ultima abbia avuto un notevole peso nella deflagrazione della crisi. Dal punto di vista dell’autore infatti “…non esistono dubbi sul fatto che la crescita delle disuguaglianze abbia reso più fragile il sistema finanziario americano. Per una ragione molto semplice: la crescita delle disuguaglianze ha avuto come conseguenza, negli Stati Uniti, il relativo blocco del potere d’acquisto delle classi popolari e medie, il che ha evidentemente accentuato la tendenza a un indebitamento crescente delle famiglie più modeste; tanto più che, nello stesso periodo, sono stati loro proposti crediti sempre più facili e fuori norma da banche d’affari e intermediari finanziari di dubbia moralità, desiderosi di trovare buoni rendimenti per l’enorme risparmio finanziario iniettato nel sistema dalle categorie agiate” (p.454).

E’ evidente inoltre che esiste una relazione tra le disparità retributive e le politiche economiche dei vari governi. Per il caso americano valgono le scelte delle diverse amministrazioni a riguardo dei salari minimi garantiti dalla legge che sono rimasti sempre molto bassi durante l’era Bush e che Obama ha rialzato a più riprese a partire dal 2008. La storia del salario minimo garantito è diversa da paese a paese. Negli Stati Uniti i salari minimi garantiti (che sono stati istituiti nel 1933) sono stati ritoccati negli anni cinquanta e sessanta per accrescere il modesto livello dei salari ma sono stati poi bloccati nei decenni settanta e ottanta dalle amministrazioni repubblicane. In Francia avviene il contrario: nei decenni cinquanta-sessanta restano congelati mentre tornano ad essere rialzati a partire dagli anni settanta. La Svezia e l’Italia hanno deciso sino ad ora di non adottare questa misura a livello nazionale lasciando ai sindacati il compito di contrattarla con le imprese a livello di categoria. In Germania il salario minimo è stato fissato per legge (a livello di 8 euro e 30 all’ora) solo nel 2014. L’autore avverte tuttavia che a lungo termine investire nella formazione e nelle competenze è il metodo migliore per ridurre le disuguaglianze salariali. “Sul lungo periodo non sono certo i salari minimi o le griglie salariali a far sì che i salari si moltiplichino per cinque o per dieci: per riuscire a raggiungere un progresso del genere, le forze determinanti sono la formazione e la tecnologia. Con ciò non è detto che le regole non svolgano un ruolo essenziale per fissare i salari entro intervalli determinati dalla formazione e dalla tecnologia”. (p. 480).

Nell’ultimo capitolo della terza parte Piketty analizza la disuguaglianza dei patrimoni a livello globale segnalando che attualmente è paragonabile per ampiezza a quella osservata nelle società europee verso il 1900-1910 cioè esattamente un secolo fa. Il dato fa riflettere poiché è in netto contrasto con l’opinione, molto diffusa, secondo cui lo sviluppo economico nei paesi del l’Africa e dell’Asia dovrebbe portare ad una riduzione delle antiche disparità tra ricchi e poveri così evidenti in quei paesi. In parte, in paesi come l’India o la Cina, la crescita economica degli ultimi decenni ha fatto uscire dalla condizione di povertà milioni di famiglie ma questo non significa che le distanze sociali siano diminuite rispetto al passato. Si sono riprodotte a un livello diverso e forse più accentuato che in passato.

In concreto se consideriamo la situazione al livello planetario lo 0,1% più ricco del pianeta vale a dire 4,5 milioni di adulti su 4,5 miliardi, pare possedere un patrimonio netto medio dell’ordine di 10 milioni di euro, cioè quasi duecento volte il patrimonio medio a livello mondiale, corrispondente a una quota del 20% nella composizione del patrimonio totale.

5- Parte quarta. Regolamentare il Capitale nel XXI secolo

Piketty6Nella quarta e ultima parte del volume l’autore cerca di trarre gli insegnamenti per il futuro che possono essere ricavati dall’analisi condotta nei capitoli precedenti. Come si è visto sono state le due guerre mondiali e le politiche economiche messe in atto in quei decenni ad aver fatto tabula rasa del passato e di aver provocato una trasformazione della struttura delle disuguaglianze. Ora possiamo però comprendere che si è trattato di una fase temporanea e che oggi, all’inizio del XXI secolo, in un’economia ormai globalizzata le disuguaglianze patrimoniali e di reddito ritornano a celebrare i loro fasti. Nemmeno la crisi economica che dura ormai dal 2007 ha frenata questa tendenza che vede una rinnovata crescita dell’importanza del capitale. L’attuale crisi viene presentata in generale come la più grave da quella del 1929 ma sino a questo momento non ha dato luogo ad una depressione così grave come quella che la ha preceduta. Tuttavia proprio in questi ultimi anni soprattutto dopo il fallimento della Lehman Brothers e di altre banche, e con la stagnazione ancora in corso, molti sono tornati a reclamare un maggior intervento degli stati nella regolazione dell’economia. Piketty sembra aderire a questa proposta ponendola tuttavia in una cornice interpretativa più ampia.

La proposta di Piketty è quella in sostanza di una rivalutazione dell’imposta progressiva sul reddito come strumento di riequilibrio delle disuguaglianze sociali che si sono aperte come un ventaglio negli ultimi anni. Se guardiamo al problema in chiave storica osserviamo che in tutti i paesi, nel XIX secolo e fino alla vigilia della prima guerra mondiale le imposte equivalevano a meno del 10% del reddito nazionale, il che significava che l’intervento dello stato nella vita economica e sociale era minimo e si limitava ad alcune funzioni pubbliche come polizia, difesa, giustizia, affari esteri e amministrazione generale. A partire dagli anni venti e trenta e fino agli anni settanta del secolo scorso si assiste in tutto il mondo a una crescita notevole della quota del reddito nazionale che i vari paesi destinano alle imposte e alle spese pubbliche. In tutti i paesi sviluppati, nell’arco di 50 anni, la quota d’imposta sul reddito nazionale si moltiplica per almeno tre o quattro volte. Dopodiché a partire dagli anni Ottanta fino a oggi si ha ovunque una quasi totale stabilizzazione della quota d’imposta sul reddito nazionale anche se a livelli molto diversi da paese a paese: appena poco più del 30% del reddito nazionale negli Usa, attorno al 40% in Gran Bretagna, tra il 45 e il 55% nell’Europa continentale. L’aumento della quota dei prelievi fiscali ha permesso al potere pubblico di farsi carico di servizi sociali sempre più importarti: le spese per l’istruzione e la sanità, i redditi per inattività o i redditi sociali. Si tratta ora secondo l’autore di modernizzare lo stato sociale senza smantellarlo e allo stesso tempo di introdurlo nei paesi poveri dove l’ondata di ultraliberismo  (con la riduzione, tra l’altro, dei diritti doganali, che erano l’unica fonte sicura di reddito per gli stati, al fine di favorire il commercio internazionale) ha finito con l’imporre tagli alla spesa pubblica e ha impedito la costruzione di un sistema di protezione sociale mentre l’economia almeno in molto paesi stava invece crescendo. Nel contesto attuale in cui domina il pensiero neoliberista in parecchi paesi ricchi l’imposta sul reddito ha perso in parte o in tutto il suo carattere progressivo ed è invece diventata regressiva. E’ invece indispensabile ritornare in pieno ad una imposta progressiva sul reddito: “L’imposta progressiva sul reddito è uno strumento indispensabile per far si che ciascuno benefici della globalizzazione e la sua assenza sempre più assurda potrebbe portare a una messa in discussione della globalizzazione stessa.” (p. 779).

Per regolamentare il capitalismo patrimoniale globalizzato tuttavia non basta ripensare il modello fiscale e il sistema di protezione sociale. Perché la democrazia possa riprendere il controllo del capitalismo finanziario sono necessari anche strumenti nuovi e il più importante di questi potrebbe essere una imposta mondiale e progressiva sul capitale che potrebbe fermare la spirale delle disuguaglianze e regolamentare in modo efficace l’inquietante dinamica della concentrazione mondiale dei patrimoni. Una patrimoniale globale potrebbe aiutare a produrre informazioni e conoscenze sulla composizione e la localizzazione dei patrimoni che sono attualmente assai carenti. Essa potrebbe costituire una sorta di catasto finanziario mondiale, uno strumento che attualmente non esiste ma che dal punto di vista delle tecnologie e delle conoscenze metodologiche diffuse potrebbe essere realizzato senza difficoltà. L’imposta inoltre obbligherebbe a precisare e a estendere il contenuto degli accordi sulle comunicazioni automatiche delle informazioni finanziarie e bancarie : “Non ci si può arricchire con il libero scambio e l’integrazione economica con i propri vicini e poi eludere l’imposizione fiscale in totale impunità. E’ una cosa che equivale ad un furto bello e buono” (p. 825).

6- Conclusioni

picketty7Nelle parole dell’autore. “La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta importanti fattori di convergenza, legati in particolare alla diffusione delle conoscenze e delle competenze, ma anche potenti fattori di divergenza, potenzialmente minacciosi per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondono. Il principale fattore di destabilizzazione è legato al fatto che il tasso di rendimento privato del capitale “r” può essere molto e per molto tempo superiore al tasso di crescita del reddito e del prodotto “g”. La disuguaglianza r maggiore di g significa che i patrimoni ereditati dal passato si ricapitalizzano a un ritmo più rapido del ritmo di crescita della produzione e dei salari. Questa disuguaglianza esprime una contraddizione logica di fondo. L’imprenditore tende inevitabilmente a trasformarsi in rentier e a prevaricare sempre di più chi non possiede altro che il proprio lavoro. Non è un problema facile da risolvere. Si può certo incoraggiare la crescita investendo nella formazione, nella conoscenza e nelle tecnologie non inquinanti, ma il tutto non può far aumentare la crescita del 4% o del 5% annui (che è il tasso di rendita del capitale). L’esperienza storica insegna che solo i paesi in forte recupero sui paesi ricchi come l’Europa durante i trenta anni gloriosi (1945- 1975) o la Cina e i paesi emergenti oggi, possono crescere a ritmi simili. Per quanto riguarda i paesi che hanno già conosciuto la rivoluzione tecnologica mondiale e dunque prima o poi per quanto riguarderà l’intero pianeta, tutto lascia pensare che il tasso di crescita non possa superare di molto l’1-1,5% annuo a lungo termine a prescindere dalle politiche seguite. Con un rendimento medio del capitale dell’ordine del 4-5% è pertanto probabile che la disuguaglianza r maggiore di g torni ad essere la regola del XXI secolo, come lo è sempre stata nel corso della storia. Nel XX secolo, come si è visto, sono state le guerre a far tabula rasa del passato e a ridurre fortemente il rendimento del capitale, dando così l’illusione di un superamento strutturale del capitalismo e della sua contraddizione di fondo. E’ vero che si potrebbe tassare pesantemente il rendimento da capitale in modo da far scendere il rendimento privato sotto il tasso di crescita. Ma è anche vero che se lo si fa in modo troppo massiccio e uniforme si rischia di spegnere il motore dell’accumulazione e di abbassare ancora di più il tasso di crescita. La soluzione giusta è l’imposta progressiva annua sul capitale. Solo in questo modo diventa possibile evitare la spirale della disuguaglianza senza fine, salvaguardando al tempo stesso le forze della concorrenza e gli incentivi alla produzione di nuove accumulazioni primarie” (p. 921).

Il capitale nel XXI secolo, Thomas Piketty
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