Dopo le alluvioni la vera catastrofe: una (contro)riforma urbanistica da Lupi Contemporanea-mente,Prima Pagina

di Seele Fragat

“Per volere il bene proprio in questa terra sommessa è la giustizia a tirrania unde per questa via non passa alcun senza dubbio di morte perché si ruba ovunque fuori e dentro delle porte.”

Il-Malgoverno-Ambrogio-Lorenzetti-Siena

Questa frase è scritta in un cartiglio, trascinato da una figura tetra e demoniaca, che veleggia sopra un paesaggio devastato dagli effetti del governo del bene proprio e fa parte del famoso affresco dipinto nel 1337 da da Ambrogio Lorenzetti nella Sala detta del Consiglio dei nove o della pace sita nel palazzo Pubblico di Siena.

Il ciclo di affreschi del Lorenzetti rappresenta sia l’allegoria del Bene Comune(Buon Governo) sia l’allegoria del Bene Proprio (Cattivo Governo) e i rispettivi loro effetti sulla la città e sulla campagna.

Il governo del Bene Proprio in cui domina l’avidità , la vana gloria e la superbia provoca la rovina e l’abbandono delle città e delle campagne dove esiste solo un brutto paesaggio sconvolto dalla violenza e dalla paura, ultimo effetto devastante di un mondo dominato da interessi parziali.

Come si legge nella frase del Lorenzetti,il cattivo governo è quello che persegue il bene proprio dove nessuno può vivere sicuro, perché ovunque rischia di essere derubato; se le parole non bastano,il volto che lo simboleggia, il tiranno, è esplicito, non solo ha caratteristiche maligne, ma ha gli occhi strabici , i denti aguzzi e non possiede né un’aria salubre né particolarmente furba; è evidente che chi è strabico non vede tutto il campo visivo, è limitato, vede solo quello vicino a sé e per questo è incapace di comprendere realtà più ampie e complesse;i denti aguzzi rappresentano l’avidità di chi non è mai sazio,di chi sostanzialmente non riesce a riempire il vuoto della propria infelicità, perché chi persegue solo il proprio bene più che immorale è stupido e sta male , perché non si può essere felici in un mondo infelice.

Il bene comune non è infatti il contrario del bene proprio, ma se mai lo ricomprende e legittima. Questo lo conferma e sancisce anche la nostra Costituzione all’art.42 laddove il riconoscimento della proprietà privata (bene proprio )è subordinato alla funzione sociale ( bene comune) .

E veniamo ai giorni nostri e al nostro territorio già abbastanza martoriato dove vediamo gli effetti nefasti dovuti a una idea di sviluppo neoliberista che si è dimostrata errata sotto molti punti di vista;il paesaggio come forma sensibile del territorio è il primo a denunciare lo sbaglio poi seguono i disastri ambientali e le tragedie alle quali ci stiamo pericolosamente abituando;purtroppo, nonostante tutto quello che è accaduto nei mesi scorsi in Liguria e in altre regioni italiane, si continua sostanzialmente a pensare che per salvare l’economia (di salvare il territorio se ne parla solo dopo un disastro e mai sul serio) occorra rilanciare la speculazione edilizia.

Si vuol curare il male con le cause che l’hanno provocato. E’ come cercare di guarire dalla polmonite seduti sul cornicione mentre nevica.

É inoltre evidente che non si costruisce da tempo per un fabbisogno reale e soprattutto per una domanda sociale, ma per soddisfare la rendita fondiaria e immobiliare le quali hanno subito ormai una mutazione genetica e si sono trasformate in rendite finanziarie con tutti i risvolti tossici connessi.

La pianificazione territoriale è , se correttamente ed eticamente esercitata, proprio “lo strumento principale per sottrarre l’ambiente al saccheggio prodotto dal “libero gioco” delle forze di mercato”(1), né consegue che per raggiungere più celermente i beni particolari delle rendite finanziarie , calpestando impunemente i diritti dei cittadini e la tutela dell’ambiente, occorre smantellare definitivamente gli strumenti che regolano la pianificazione territoriale.

A tutto questo provvede egregiamente la proposta di legge del Ministro Lupi.

Vediamo come:

Il nuovo disegno di legge presentato dal Ministro Lupi il 24 luglio 2014 si propone di sostituire la legge urbanistica del 1942 definendo già il Titolo I, composto di 15 articoli, “Principi fondamentali in materia di governo del territorio, proprietà immobiliare e accordi pubblico-privato”.Il titolo secondo, composto da 5 articoli, riguarda le politiche di “rinnovo urbano”.

La tutela del bene proprio appare subito prioritaria:

Il comma 4° dell’articolo 1 stabilisce che

«… ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale».

L’intero articolo 8 inoltre, è dedicato alla “tutela della proprietà”, stabilendo che «… il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza ed il suo godimento» .

Il bene comune, all’opposto, nel testo del disegno di legge viene solo citato,ma non perseguito, anzi in un colpo solo scompaiono dallo scenario delle trasformazioni territoriali:

  • il territorio :ciò che il titolo promette non viene contemplato nel testo,nè governo del territorio, né integrazione con le altre discipline del territorio (paesaggistica, difesa idrogeologica). Il territorio è solo un supporto passivo e indifferenziato. Il contenimento di consumo di suolo viene anch’esso citato solo in qualche enunciazione di principio, ma senza nessuna prescrizione realmente efficace per ridurlo.
  • la partecipazione dei cittadini: non si fa menzione del diritto dei cittadini a partecipare all’elaborazione dei piani e dei programmi di trasformazione urbana né tanto meno sugli strumenti atti a garantire detto diritto. Scompare persino la possibilità di presentare osservazioni e opposizioni che il testo della legge urbanistica N. 1150 del 1942 prevedeva e sanciva; sono assenti ancor più tutte le procedure di coinvolgimento del “pubblico” previste dalla direttiva europea in merito alla valutazione ambientale.
  • la pianificazione del territorio : in 20 articoli della legge, 13 sono dedicati a garantire la difesa degli interessi dei proprietari immobiliari privati, mentre nei restanti 7 non si palesa alcuna prescrizione concreta significativa a vantaggio della collettività. Viene ribaltato completamente il concetto su cui si deve basare la pianificazione stessa che nasce,come definisce bene G. Ruffolo, proprio per governare il mercato e “sostituire alla logica quantitativa della accumulazione di cose la logica qualitativa della loro disposizione, che consiste nel dare alle cose una forma ordinata e armoniosa.”(1) Per far questo si rovescia perfino la Costituzione che impone obblighi alla proprietà privata in nome dell’utilità collettiva e stabilisce il principio della funzione sociale; vengono introdotti gli “accordi urbanistici” (art. 14 e 17) che obbligano gli enti locali a sostituire ai cosiddetti “atti autoritativi” gli “atti negoziali” e a prendere in considerazione le proposte dei privati, rovesciando la titolarità pubblica, il diritto-dovere degli enti pubblici a pianificare il territorio e trasformando così il piano nella sommatoria delle proposte immobiliari private.
    Tutto quanto sopra in netto contrasto con gli indirizzi e le direttive della Comunità europea che pongono al centro del governo del territorio i principi dello sviluppo sostenibile,del contenimento del consumo di suolo , della lotta ai cambiamenti climatici, della partecipazione dei cittadini .
    Il territorio appartiene all’intera comunità e il compito di pianificarlo non può che essere esercitato con metodo trasparente dai rappresentanti legittimamente eletti e con la partecipazione della popolazione tutta; l’attuale cultura e legislazione in materia è concorde nello stabilire che la pianificazione debba far capo a pieno titolo sola alla sfera pubblica .
  • gli standards urbanistici: l’articolo 6 del disegno di legge Lupi di fatto comporta lo smantellamento degli spazi e dei servizi pubblici,che sono stati una conquista delle lotte popolari degli anni sessanta, volta ad assicurare in tutte le realtà locali quantità minime di servizi collettivi.
    Viene infatti abolito il DM 1444/1968 che stabilisce l’obbligo di una quantità minima di spazi pubblici per abitante, sostituendolo col rinvio a successivi accordi con le regioni sulle “dotazioni territoriali”generiche e indefinite.
    La certezza di avere dei metri quadrati minimi, a testa per tutti, di spazi pubblici nelle città ha costituito una barriera al dilagare delle privatizzazioni e all’esclusione delle fasce deboli dai servizi di base di sia di quartiere sia di città.
    Abbattendo anche questo ultimo baluardo gli amministratori si troveranno in balia di contrattazioni dove la parte pubblica risulterà sempre più debole e sprovvista di strumenti e parametri .

41_00417435Lo strabismo di chi pensa solo al proprio bene privato è evidente, la proprietà immobiliare non può essere svincolata dal contesto e dalla rete di servizi pubblici e non c’è muro e recinto che possa garantirne benessere e sicurezza. Una bella villa situata in un paesaggio sempre più degradato e insicuro, nel deserto di servizi e reti che valore ha? Certamente un immobile situato in un bel paesaggio e dotato di tutti i vantaggi di spazi e servizi pubblici ,che la comunità fra l’altro ha pagato , vale anche economicamente molto di più. A questo proposito occorrerebbe invece una più equa ripartizione fra pubblico e privato dei plusvalori emergenti dalla trasformazione delle città, questione centrale per una vera riforma urbanistica. Roberto Camagni – fra i maggiori esperti in materia – afferma «… vi è nel nostro paese ampio spazio per un aumento sostanzioso della parte di plusvalore che può restare nelle mani del partner pubblico, da realizzare attraverso aumenti degli oneri di urbanizzazione, che oggi spesso non coprono nemmeno i costi delle infrastrutture direttamente al servizio delle nuove costruzioni, e/o attraverso extra-oneri da concordare col partner privato in presenza di importanti progetti di trasformazione». Nell’art. 9 della proposta di legge non si ritrovano indicazioni in tal senso e nessuna disposizione in ordine al vincolo di utilizzo degli oneri di urbanizzazione, allo scopo di impedirne l’utilizzo per il finanziamento delle spese correnti del comune, ritenuto una delle principali cause della sfrenata crescita edilizia recente. La norma favorisce al contrario la sovrapproduzione edilizia, istituzionalizzando la premialità fiscale delle operazioni speculative (comma 9), generalizzando la “non applicabilità” dei tributi immobiliari agli “immobili destinati alla vendita o alla rivendita che non siano utilizzati”.

Ma certamente uno dei cardini di questa proposta di riforma urbanistica(che non è né riforma, perché culturalmente arretra, nè tanto meno urbanistica perché parla solo di edilizia) sono i principi di indifferenza, perequazione, compensazione e premialità,tutti strumenti tecnici cui è demandata la privatizzazione dei processi di formazione dei piani. I diritti edificatori vengono pertanto conformati in maniera da planare ovunque sul territorio per atterrare dove proprietari e i Comuni si accordano e il vero obiettivo dell’articolato proposto si palesa in tutta la sua grettitudine: rendere virtualmente edificabile l’intero territorio nazionale per rimpolpare la rendita fondiaria attraverso l’istituzione di diritti edificatori trasferibili e utilizzabili tra aree di proprietà pubblica e privata, e liberamente commerciabili,per favorire nuove iniziative speculative su beni immateriali e sganciati dalle dinamiche dell’economia reale, preludio di future crisi provocate da titoli “tossici”.

Oltre a ciò è’ stata introdotto un’altra norma capestro per il bene comune, perché risulta sancito all’art. 12 comma 4 della proposta Lupi, che il Comune una volta abbia attribuito un indice edificatorio tale facoltà di edificare viene trasformata in un “diritto”, non reversibile se non dietro indennizzo. Ogni attribuzione di indice produrrà di fatto un debito che l’amministrazione successiva sarà chiamata a onorare o indennizzare.

Ma almeno tutto questo sfacelo almeno serve per superare le difficoltà economiche del momento presente? NO,perché è evidente che non si può combattere la crisi con le cause che l’hanno provocata;la reale natura della crisi attuale infatti è derivata anche da un eccesso di fiducia nelle virtù taumaturgiche di un mercato privo di regole e da un un progressivo depotenziamento delle strutture di governance e delle capacità manageriali della pubblica amministrazione.

Una legge urbanistica che costituisca davvero una riforma della legge 1150 del 1942 , deve introdurre quegli aspetti che allora non erano ancora così evidenti e drammatici, quali la tutela del nostro fragile territorio, del risparmio delle risorse non riproducibili in particolare il suolo, e non in ultimo i diritti dei cittadini a partecipare alle trasformazioni del proprio ambiente di vita.

E risulta inevitabile, persino per il perseguimento del bene proprio che fa parte del bene comune, che il superamento della crisi dovrà essere affrontato con leggi e strumenti che riportino le regole dell’urbanistica alla base di un governo del territorio, che ispirato da principi di giustizia, equità sociale e fiducia nel futuro, possa realizzare quegli effetti di benessere, felicità e bellezza sulla città e nella campagna così come ben rappresentati, da Ambrogio Lorenzetti nell’affresco del Governo del Bene comune .


Note:

(1 ) definizione di pianificazione territoriale:

“La pianificazione territoriale è lo strumento principale per sottrarre l’ambiente al saccheggio prodotto dal “libero gioco” delle forze di mercato. Alla logica quantitativa della accumulazione di cose, essa oppone la logica qualitativa della loro “disposizione”, che consiste nel dare alle cose una forma ordinata (in-formarle) e armoniosa. Non si tratta, soltanto, di porre limiti e vincoli. Ma di inventare nuovi modelli spazio-temporali, che producano spazio (là dove la civiltà quantitativa della congestione lo distrugge), che producano tempo (là dove la civiltà quantitativa della congestione lo dissipa) e che producano valore aggiunto estetico”
G. Ruffolo, Il carro degli indios, in “Micromega”, n. 3/1986


Immagini:

1) allegoria Del Bene proprio o del Buon cattivo, Effetti In Città E In Campagna, 1338-1339, Sala Della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

2) particolare del volto della figura rappresentante il tiranno

3) allegoria Del Bene Comune o del Buon Governo, Effetti In Città E In Campagna, 1338-1339, Sala Della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

Dopo le alluvioni la vera catastrofe: una (contro)riforma urbanistica da Lupi
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