Finiguerra, un candidato sostenibile Buone pratiche,Contemporanea-mente

Vi proponiamo 3 scritti di Domenico Finiguerra, già sindaco di Cassinetta di Lugagnano, primo comune in Italia ad adottare uno strumento urbanistico per fermare il consumo di suolo, candidato alle prossime elezioni europee nella lista “L’altra Europa con Tsipras“.

 

1920056_10152234642128704_1578783270_n[1]1. Riconversione ecologica, ripartiamo dal territorio

Una recente inchiesta del quotidiano The Guardian sostiene che in Europa ci sono almeno 11 milioni di case vuote, di queste 2 sono in Italia: un problema continentale, di carattere sociale ed ambientale. Il nostro Paese ha perso dal ‘71 al 2010 quasi 5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata. Questo è dovuto a due fenomeni: l’abbandono delle terre e la cementificazione.

L’Italia poi è il terzo paese in Europa ed il quinto nel mondo nella classifica del deficit di suolo. Ci mancano 49 milioni di ettari per coprire il nostro intero fabbisogno, pari a 61 milioni di ettari. Siamo destinati ad essere sempre più dipendenti dalla produzione di terreni di altri paesi.

Questi dati ci restituiscono a spot la fotografia di una situazione drammatica che accomuna gran parte dei Paesi dell’eurozona, specialmente Italia, Spagna, Germania, Portogallo, Francia. La “crisi del mattone” rappresenta, in fondo, la crisi di un sistema e di un modello di sviluppo che in troppi e per troppo tempo hanno ostinatamente inseguito nonostante ci fossero campanelli d’allarme a preavvisare il disastro puntualmente arrivato.

Da questa crisi si può a nostro avviso uscire in modo diverso da come ci si è entrati. Non è uno slogan. La crisi strutturale internazionale che stiamo vivendo, a causa della situazione economico-politica, deve essere affrontata con una consapevolezza e una sensibilità nuove, nel pieno rispetto delle superfici non impermeabilizzate, dei fiumi, delle coste, del paesaggio e dell’ambiente, con grande chiarezza e trasparenza. Muratori, carpentieri, piastrellisti, installatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori devono avere ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il territorio, ma per valorizzarne la bellezza e per gratificarne la professionalità e la passione.

La riconversione ecologica deve rappresentare una delle sfide (a nostro avviso la prima e irrinunciabile) che l’Europa deve vincere nei prossimi anni. La tutela del territorio, accompagnata ad una riqualificazione energetica degli edifici pubblici e privati (capannoni, case, fabbriche…), è uno dei grandi volani in grado di attivare occupazione a km zero (distribuita cioè là dove si attuano gli interventi), ridurre l’impatto antropico e consentire circoli virtuosi di risparmio economico da reinvestire in altri interventi di sostenibilità ambientale. Insomma, per riassumerla in uno slogan, fare del bene all’ambiente non solo è necessario, ma possibile e conveniente.

Tutto questo è fondamentale non solo per ridurre i consumi energetici e tutelare un bene comune come il territorio. A riavvolgere infatti il nastro degli ultimi sessant’anni di storia del nostro Paese si scopre che nel periodo compreso tra il 1950 e il 2012 ci sono state oltre mille frane e settecento inondazioni in 563 località diverse, che sono costate la vita a novemila persone, con oltre 700mila sfollati. Per non parlare dei danni al patrimonio artistico e culturale. Solo l’alluvione di Firenze del 1966 ha danneggiato 1500 opere d’arte e 1.300.000 volumi della Biblioteca nazionale.

Novemila persone sono un paese intero. Novemila persone sono 15 chilometri di corpi distesi sul ciglio di una strada. Provate a pensarci, forse è la distanza che percorrete ogni giorno per andare al lavoro. Immaginatevi di essere accompagnati da tutte le vittime di questa guerra che per la maggior parte del tempo non fa rumore, tace, agisce sotto traccia, costruendo le proprie vittime nel giorno per giorno di costruzioni abusive, condoni edilizi, paesi abbandonati, campagne sacrificate al “progresso”, fiumi spostati e golene infestate di capannoni e seconde case. Pensate a tutto questo, per qualche istante, perché è importante visualizzare lo scempio di questa assurdità.

A leggere tutti i numeri di questa storia vengono i brividi, e sono cifre più che attendibili che ci fornisce lo Stato in persona, nelle sue tante diramazioni istituzionali. I comuni italiani interessati da frane sono 5.708, pari al 70,5% del totale: 2.940 sono stati classificati con livello di attenzione molto elevato. L’Italia è un paese a elevato rischio idrogeologico. Le frane e le alluvioni sono le calamità in-naturali che si ripetono con maggior frequenza e causano, dopo i terremoti, il maggiore numero di vittime e di danni. Solo negli ultimi dieci anni sono stati spesi oltre 3,5 miliardi di euro con ordinanze di Protezione Civile per far fronte a eventi idrogeologici.

Ciò che serve, dunque, è un’operazione senza precedenti coordinata a livello europeo di manutenzione straordinaria dei nostri edifici pubblici (a partire dalle scuole), dei corsi d’acqua e delle montagne, diffusa e capillare, in grado quindi di generare ricchezza, occupazione e sicurezza. Affiancare agli interventi manutentivi un’altrettanto radicale opera di informazione e formazione dei cittadini e delle comunità locali. Un lavoro quotidiano, per i prossimi anni, in grado di mettere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica la questione del paesaggio e di un prendersi carico collettivo della sua tutela.


2. Buon senso a km zero

Mentre la società dei consumi ha prodotto disuguaglianze, disastri ambientali, disagio sociale, e un lento ma inesorabile peggioramento della qualità della vita, nelle comunità locali di mezza Europa intere sacche di popolazione resistente hanno praticato, giorno per giorno, l’alternativa.

Intuendo prima di altri (prima della politica, soprattutto), che si faceva politica e si cambiava il sistema modificando i propri stili di vita, le proprie azioni e scelte quotidiane. I gruppi di acquisto solidale sono, da questo punto di vista, un esempio evidente di resistenza e sobrietà, cresciuti esponenzialmente un po’ ovunque nonostante il mantra del liberismo e dell’usa e getta, dello spreco fatto legge e di un modello di sviluppo che ci vorrebbe tutti, ancora, fermi lì a consumare risorse e territorio, mangiando plastica e petrolio.

Le prossime elezioni europee possono essere una formidabile opportunità per mettere al centro dell’agenda politica il tema del buon senso a km zero: servono azioni mirate, incentivi, un investimento profondo che prenda le mosse prima di tutto da interventi culturali che sappiano contagiare, diffondendo un virus positivo che affonda le radici nel modello dei gas.

Servono sempre più cittadini consapevoli e virtuosi, che si mettono insieme per fare consumi responsabili. Serve una politica, e dei governi nazionali, in grado di accompagnare queste azioni dal basso trasformandole in visione collettiva. Da esperienze locali e scollegate a interventi diffusi e capillari.

Anche per questo voglio impegnarmi durante la mia campagna elettorale con la Lista Tsipras. Per un’altra Europa capace di immaginare, per tutti, nuovi stili di vita. Per esportare il modello dei gas italiani in tutto il vecchio continente. Perché in ogni città, in ogni paesino, in ogni quartiere, esista un’alternativa desiderabile e a portata di mano.


3. Modello Italia

Per una volta vogliamo parlare dell’Italia come di un modello positivo, a cui ispirarsi. Succede nelle politiche ambientali, declinate a livello locale. Mentre nei grandi centri e a Roma spesso la sostenibilità è un tema buono per i convegni del sabato pomeriggio (della serie si predica bene e si razzola malissimo), nelle comunità locali sono anni che l’ecologia e la sobrietà sono i modelli a cui richiamare le politiche di governo degli enti e le scelte della cittadinanza.

Gestione del territorio, rifiuti, mobilità, energia, beni comuni, strumenti di partecipazione attiva, sono processi in corso in tutto il Belpaese, con punte di eccellenza che spingono sindaci, imprenditori e attivisti a conoscere da vicino certi modelli, con visite sul posto da ogni parte di Europa.

Insomma, per una volta tanto rappresentiamo il modello da seguire, piuttosto che l’esempio negativo da stigmatizzare.

E’ l’Italia dei piani regolatori a crescita zero, dove il territorio viene tutelato e si fanno investimenti per combattere il dissesto idrogeologico. E’ l’Italia dei comuni indipendenti o quasi da un punto di vista energetico, grazie ad investimenti di riqualificazione energetica a cui si accompagnano progetti di autoproduzione di energia da fonti rinnovabili. E’ l’Italia dei rifiuti zero, che ha bandito discariche e gli inceneritori e considera i rifiuti materie post consumo a cui dare nuova vita. E’ l’Italia che promuove una mobilità lenta e sostenibile, a basso impatto ambientale. E’ l’Italia dei beni comuni, della ripubblicizzazione dell’acqua e della gestione diretta di reti importanti come la pubblica illuminazione, infrastruttura strategica delle ormai prossime smart city.  E’ l’Italia dei comuni virtuosi.

In questa Italia vivono donne e uomini che servono lo Stato e le istituzioni con onestà e concretezza, efficacia e trasparenza. Sono la dimostrazione vivente che la politica può essere davvero un strumento per cambiare, in positivo, le cose.

E’ questo pezzo d’Italia che dobbiamo portare con orgoglio in Europa. Per diffondere il virus delle buone pratiche locali, l’unico modello in grado di rilanciare l’Europa.

Finiguerra, un candidato sostenibile
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