La Santa Croce del Corvo Analisi,Contemporanea-mente

di Piero Donati

AmegliaC’è da scommettere che se si facesse un’inchiesta fra la popolazione di Ameglia formulando questa domanda : “Perchè il convento di Santa Croce si chiama così ?” verrebbero fuori le risposte più strane e salterebbe così agli occhi la sostanziale estraneità di questo sito rispetto all’orizzonte mentale dei residenti, inclusi quelli che siedono sui banchi del Consiglio Comunale. Eppure si tratta del bene culturale più importante che si trovi nel territorio amegliese, un “bene comune” indissolubilmente legato alla storia della zona e alle tradizioni della marineria.

Cominciamo da questo secondo aspetto: da un manoscritto del secolo XV conservato a Firenze sappiamo che i naviganti di un tempo, quando perdevano la rotta, recitavano le Sante Parole, cioè una lunga litania di invocazioni ai luoghi di culto che costellavano le rive del Mediterraneo e dell’Atlantico, quei luoghi, cioè, che formavano la griglia di riferimento visivo per chi praticava il cabotaggio. Le Sante Parole procedono in senso antiorario e quindi, dopo aver spaziato nel Mediterraneo Orientale, nell’Adriatico e nel Tirreno, ci si inoltra nel Mar Ligure e si incontra Santa Croce del Corvo, seguita a ruota dal Tino. Nel ‘400 il sito era in stato di abbandono ma la mole dell’antico monastero benedettino, nato alla fine del secolo XII, era ancora ben visibile dal mare ed il toponimo utilizzato era dunque “Santa Croce”, che equivaleva allora a “Volto Santo di Lucca”.

Alla metà del ‘600, per iniziativa dei Canonici di Sarzana, questa devozione fu rilanciata e da allora questa zona ha l’onore di ospitare una scultura lignea della prima metà del secolo XII – cronologicamente anteriore, quindi, alla fondazione del monastero benedettino – strettamente legata all’esemplare custodito a Lucca nella cattedrale di San Martino, oggetto di un culto che aveva ramificazioni in tutta Europa, soprattutto nell’Europa settentrionale.

Chi entra nella piccola cappella che ospita il Volto Santo del Corvo si trova, come se avesse usato la macchina del tempo, catapultato in un’altra dimensione: nella penombra la severa immagine di un crocifisso vivo e vestito, ben più grande del vero, incombe sul visitatore e lo scruta con uno sguardo che intimorisce e gli occhi, che sono fatti di pasta vitrea, sembrano animarsi di luce interiore. Il vano della cappella è ricavato all’interno dell’abside dell’antica chiesa, la quale presenta – caso unico nella Lunigiana storica – muri in laterizio; accanto all’ingresso si scorge una torre a pianta quadrangolare, forse realizzata dai Campofregoso al tempo in cui erano signori di Ameglia.

Il nucleo antico del complesso è inglobato nelle costruzioni in stile neomedioevale volute dai Fabbricotti allorchè, alla fine del secolo XIX, acquistarono la vasta proprietà dal Capitolo dei Canonici di Sarzana e vi costruirono il cosiddetto “castello”, utilizzando come manodopera i loro braccianti della tenuta di Marinella. Dopo il fallimento dell’azienda Fabbricotti, residenza, parco e annessi passarono al Monte dei Paschi di Siena e poi ai Carmelitani, che aggiunsero un’ala al castello. Se prescindiamo da quest’ultimo intervento, fortemente datato, occorre riconoscere che i passaggi di proprietà non hanno comportato stravolgimenti del sito, che ancor oggi, con i suoi terrazzamenti messi a coltura, con la rete ordinata dei sentieri, con la fitta boscaglia che scende fino al mare, comunica il senso di un’antica misura e di un sostanziale equilibrio fra natura e presenza antropica.

Se dal Corvo lo sguardo spazia lontano, verso le Apuane e la Versilia, ci si sente orgogliosi di essere italiani ma se guardiamo in basso, verso Fiumaretta, ci accorgiamo fin troppo facilmente dell’uso errato che si è fatto per decenni del nostro fragile territorio e ci chiediamo se sia ancora possibile, nonostante le dure lezioni delle ultime alluvioni, programmare altro consumo di suolo agricolo invece che il razionale recupero delle terre incolte e dell’edificato di qualità. Per troppo tempo chi ci ha governato ha proclamato la necessità di “coniugare” l’incremento della motonautica e la valorizzazione dei beni ambientali: posti barca e oasi faunistiche, è ormai evidente, non possono convivere. Quel tempo è finito. Governare vuol dire, prima di tutto, fare delle scelte. Cerchiamo di essere all’altezza del compito, cominciando magari dal ragionare su come un bene prezioso e pluristratificato come il Corvo possa contribuire a migliorare la qualità della vita dei cittadini di Ameglia e la qualità dell’offerta turistica.

La Santa Croce del Corvo
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