Liguria al carbone, la vicenda di Vado Ligure Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Franco Zunino*

tirreno_powerLa vicenda della centrale termoelettrica di Vado Ligure è una lunga vicenda che inizia negli anni ’70, quando venne installata la centrale, posizionandola a stretto contatto con l’abitato, in una frazione di Vado Ligure e a confine con il territorio del comune di Quiliano.

Iniziò così una lunga storia di produzione energetica strettamente connessa ai combustibili fossili più inquinanti, tra tutti il carbone (in allora si parlò di “fase sperimentale dell’uso del carbone”) ed una conseguente doverosa battaglia a difesa dell’ambiente e della salute, battaglia che via via, partendo da piccoli gruppi, spesso isolati, ha coinvolto nel tempo larga parte della popolazione del comprensorio savonese (Vado e Quiliano sono confinanti con Savona, capoluogo di provincia).

Alla fine degli anni ’80 i gruppi della centrale furono rimodernati, con interventi di ambientalizzazione sui gruppi a carbone (due gruppi da 330 MW) e di trasformazione da olio combustibile a gas per gli altri due gruppi sempre da 330 MW (ampliando nel contempo anche la potenza installata, arrivando tra carbone e gas a oltrer 1400 MW, consolidandosi così come una delle più importanti centrali termoelettriche italiane). Si arrivò a questa soluzione dopo notevoli conflitti tra ENEL, allora gestore della centrale, e le amministrazioni locali, incalzate dalla protesta di associazioni e cittadini stufi di non poter neppure più stendere i panni o tenere aperte le finestre in estate per la fuliggine nera che si depositava in grandi quantità sui davanzali.

Per la verità cittadini ed associazioni chiedevano già in allora il depotenziamento e la completa metanizzazione della centrale, sperando di ottenere almeno il secondo degli obiettivi proposti, e anche i consigli comunali delle Amministrazioni interessate e della Provincia si erano espressi in tale direzione, non riuscendo però che a ottenere una soluzione di mediazione, certo migliorativa dell’esistente, ma largamente insoddisfacente.

Arrivando ai giorni nostri Tirreno Power, che nel frattempo ha acquisito da ENEL la centrale (quanti danni ha fatto la privatizzazione della produzione energetica nel nostro paese, mettendo in concorrenza gestori che naturalmente non si preoccupano delle necessità energetiche, ambientali e sanitarie, ma semplicemente dei propri profitti, che naturalmente risultano particolarmente alti con l’utilizzo dei combustibili più inquinanti, soprattutto il carbone), dovendo ottenere l’AIA, nel rispetto delle normative comunitarie ed italiane, propone di ampliare ulteriormente la centrale, peraltro con un nuovo gruppo a carbone di ben 460 MW.

Già di per sé, in una regione ed in una provincia che producono oltre il doppio dell’energia necessaria alle proprie esigenze (a livello provinciale addirittura oltre il quadruplo), non si comprende come possa essere accettata questa proposta, per altro in netto contrasto col Piano Energetico Ambientale Regionale. Inaccettabile il fatto che Tirreno Power in cambio del tardivo adeguamento della centrale, con l’utilizzo finalmente delle migliori tecnologie, così come prevedono le leggi comunitarie esistenti (e per lungo tempo derogate e disattese dall’Italia) rendendo meno inquinanti e più efficienti i gruppi esistenti (l’attuale efficienza è dell’ordine del 35% circa), pretenda di realizzare un nuovo gruppo a carbone di ben 460 MW, di fatto consolidando sul territorio savonese la presenza del carbone per altri 40/50 anni.

La Regione Liguria che nella legislatura precedente, anche su impulso dell’allora Assessore regionale all’Ambiente e alle componenti della maggioranza più attente ai problemi dell’ambiente e della salute, a cominciare da Rifondazione Comunista e dai Verdi, aveva messo in campo tutte le iniziative possibili per contrastare i desiderata di Tirreno Power (parere negativo e ricorso al TAR contro la VIA nazionale, delibera che sanciva di “non rilasciare l’intesa”, obbligatoria e vincolante ai sensi della L. 340/2000), ora ha ribaltato completamente le proprie posizioni.

Il parere positivo della nuova Giunta Regione è avvenuta in contrasto non solo col Piano Energetico Regionale, ma anche col Piano di Risanamento della Qualità dell’Aria e di Riduzione dei gas climalteranti, che individua tra le aree critiche del territorio ligure, a seguito delle indagini ambientali dell’ARPAL, anche il comprensorio savonese. Ai dati ARPAL si associano inoltre dati dell’IST (Istituto Tumori di Genova) che mettono in luce come il territorio sia caratterizzato da un numero superiore alla media di mortalità premature per tutta una serie di incidenze di malattie, in particolare dell’apparato respiratorio e cardiocircolatorio che di solito sono associate proprio all’inquinamento ambientale.

La recente autorizzazione AIA concessa dal Ministero dell’Ambiente appare del tutto anomala. Di fatto si concede ai vecchi gruppi non ancora adeguati alle norme comunitarie (ed italiane) di continuare la produzione per altri 8-9 anni e cosa altrettanto grave vengono concessi anche per il nuovo gruppo limiti di emissione superiori a quelli previsti dall’utilizzo delle migliori tecnologie. Naturalmente la battaglia delle varie Associazioni nazionali (Legambiente, WWF, Greenpeace, ARCI) e locali, a cominciare da Uniti per la Salute, e di alcuni partiti e tra questi da sempre in prima linea Rifondazione Comunista, coordinatisi nella Rete “Fermiamo il carbone”, proseguirà con forza, sia dal punto di vista politico che amministrativo (sono già partiti diversi ricorsi al TAR), in attesa anche che la Procura di Savona si pronunci in ordine agli esposti presentati.

*esponente della Rete Fermiamo il Carbone di Savona

Liguria al carbone, la vicenda di Vado Ligure
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