Consumo di suolo come unica chance? L’innovazione tra coworking e spin-off Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Francesco Ranieri

P1070456Per molti decenni, in Italia il cosiddetto benessere e la crescita economico-occupazionale, si sono basati su un indicatore quanto mai bizzarro: il mattone. Ha ancora senso questo indicatore?

Alcune considerazioni in merito.

La storia evolve, le persone cambiano e con loro anche i territori e le logiche di sviluppo degli stessi. Sull’argomento molte sono state le analisi fornite ai lettori dai più illustri luminari del settore tra storici, sociologi, planners, economisti e politologi di tutto il pianeta.

Occorre ora però fare un coraggioso passo avanti che in un certo senso è … un passo indietro!

Perché e dove ha fallito l’imperante e quanto mai becera logica del consumo di suolo? Qual è il motivo per il quale, nonostante le disavventure economico-finanziarie che hanno travolto anche la sfera dell’edilizia del Bel Paese, si continua ad antropizzare e quindi consumare suolo con un trend spaventosamente preoccupante, soprattutto nel centro-nord ?

P1070483Le domande qui poste risultano probabilmente apparentemente facili da rispondere, tuttavia la riflessione vuole evidenziare l’assenza quanto mai rilevante di un carattere, di una mentalità, di un approccio fondamentale che potrebbe portare all’Italia una ventata d’aria fresca: l’innovazione, nel senso più qualificante del termine.

Innovare infatti non significa e non deve significare meramente produzione dal nuovo e del nuovo con gli stessi metodi e le stesse logiche passate, oramai obsolete e piuttosto pachidermiche. Innovare significa ribaltare, scommettere, mettere in gioco talento ed ambizione, volontà e creatività, della quale gli italiani peraltro pullulano.

Ragionare sulla qualità e non sulla quantità appare oggi come ieri un passo assai ostico per la mentalità non solo dell’italiano medio, ma anche e soprattutto delle istituzioni, dallo Stato Centrale fino al sindaco del più piccolo borgo rurale. Tutto ciò con una differenza: oggi come oggi non possiamo più permetterci di commettere gli stessi errori del passato in quanto il suolo è risorsa finita e non riproducibile ed il tasso di antropizzazione dello stesso ha già ampiamente superato la soglia della sostenibilità così come intesa dall’economista Herman Daly.

L’alternativa? Non costruire ma ricostruire, non pensare ma ripensare. Ed è proprio dalla ricostruzione dei tessuti interni, viscerali, organizzativo-produttivi delle attività economico-sociali e dal ripensamento riguardo le potenzialità endogene dei territori, alle caratteristiche intrinseche degli stessi nonché alle loro eccellenze in termini di qualità del prodotto, che risultano vincenti le modalità organizzative del coworking nonché della ricerca, nel suo significato più ampio, racchiusa nel concetto di spin-off, per esempio.

Molte realtà nord europee negli ultimi due decenni hanno riconvertito le loro produzioni e il loro modo di fare ricerca sul territorio incentrandoli su questi concetti, risultando tanto ambiziose quanto competitive sul mercato sia globale che locale.

P1060761Ragionare sul terzo settore avanzato e sui prodotti locali, sulle software house come sulla filiera corta mettendoli a sistema in una logica virtuosa che riduca gli sprechi al minimo ed esalti invece la qualità dei prodotti locali oggi non è solo possibile ma assolutamente necessario, viste anche le linee guida che l’Unione Europea ha emanato molto recentemente riguardo al consumo di territorio. Linee guida che parlano chiaro: entro il 2050 il consumo di suolo europeo dovrà corrispondere allo zero assoluto.

Attualmente in Italia dilagano piccoli e grandi cimiteri industriali costituiti in massima parte da capannoni sfitti ed attività produttive ora cessate per via della crisi economico-finanziaria, ed è proprio da questa che dobbiamo ripartire.

La proposta quindi appare chiara: riempiamoli, riempiamoli con modelli produttivi differenti che esaltino il locale per illuminare il globale, portando tali esempi ad una macroscala che varchi i confini della nazione, diventando, perché no, un esempio virtuoso europeo.

Il Bel Paese ha tutte le carte in regola per farlo, e rimarrà  tale se saprà essere resiliente alla morsa creditizia ed alla condizione che la crisi economico-finanziaria ha portato.

Resilienza significa ripristino della condizione di equilibrio di un ecosistema, per ripristinarlo c’è bisogno di ripensarlo, di convertirlo, in poche parole: di rendere il territorio con le sue eccellenze, innovativo e sostenibile.

Consumo di suolo come unica chance? L’innovazione tra coworking e spin-off
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Recent Comments

  1. Giorgio Osti

    Caro Francesco la sua diagnosi è molto condivisibile; mi chiedo però se non possiamo fare un passo avanti e verificare se e dove prodotti locali, del terzo settore, della filiera corta sono stati un freno alla cementificazione e all’uso del suolo. Abbiamo un tremendo bisogno di passare dalle enunciazioni alle cose realizzate; se ha in mente qualche caso la prego di segnalarlo a me e al blog. grazie

  2. Francesco Ranieri

    Gentile prof.Osti, condivido ciò che dice, anzi mi permetto di correggere: DOBBIAMO fare un passo avanti, ed abbastanza velocemente. Fortunatamente nella miriade di mosche nere, qualcuna bianca risalta, nello specifico le descrivo molto rapidamente alcuni casi nella mia realtà, quella veneta, come per esempio il circolo Wig Wam “Il presidio sotto il portico”, un’interessante realtà nel quartiere Camin, Padova, dove la difesa del suolo tramite le pratiche sopra descritte è realtà. Altro esempio è quello dei gruppi di acquisto dei terreni, che si stanno muovendo per esempio nella zona dell’alta padovana e nel veneziano (recentemente a Spinea si è costituito un gruppo attivo e giovane), che hanno come obbiettivo fondamentale anche quello di sottrarre nuovi terreni all’edificazione, stanno cercando ora di capire giuridicamente come fare. Un altro buon esempio, dove sono tra l’altro personalmente attivo, è quello della proposta di realizzazione del Parco Agro Paesaggistico Metropolitano di Padova e Hinterland, dove stiamo cercando di capire come questo “sistema” possa favorire attività ricadenti nel terzo settore proprio al fine principe di limitare fortemente l’uso e l’abuso dei terreni ancora vergini che il Comune di Padova ha annunciato tramite il suo PAT.
    Cito anche un caso toscano, nello specifico il Parco agricolo della Piana, dove è stata approvata la salvaguardia su circa 7.000 ettari di aree in gran parte agricole.
    Credo comunque che, ahimè, la strenua difesa dei terreni ancora non urbanizzati debba venire dai cittadini, poche sono le istituzioni che si sono poste sull’ottica della salvaguardia (si veda il Piano Regolatore di Udine come caso virtuoso). E’ importantissima la consapevolezza cittadina, l’educazione all’importanza ed ai benefici dell’avere un parco o un area verde piuttosto che un palazzo, soprattutto in una fase dove, di palazzi, appartamenti e capannoni, non ne abbiamo assolutamente bisogno. Rimango a disposizione, mi scuso per essere stato forse troppo prolisso e porgo i miei saluti.

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