Inchieste “light” su traffici di rifiuti “hard” che solcano i nostri mari Contemporanea-mente,Notizie

di Alessandra Fava

img3I traffici di rifiuti non sono solo una questione ecologica e ambientale, ma anche un fatto di democrazia e di trasparenza delle istituzioni: i traffici celano infatti decenni di silenzi delle istituzioni coinvolte nei più loschi affari. Parte dei rifiuti tossici che l’Italia ha smaltito o deve ancora smaltire sono legati a industrie nate tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta, grandi industrie del nord Italia dove imprenditori e famiglie hanno fatto affari d’oro per decenni per lasciare poi macerie post-industriali e siti altamente inquinati. In parte hanno smaltito i rifiuti in maniera non consona anche perchè la legislazione per anni non è stata così stringente. Parte degli smaltimenti poi sono avvenuti con intermediari a dir poco dubbi, che garantivano però costi al ribasso. Poi ci sono anche i rifiuti nucleari, quelli delle centrali italiane e delle basi militari, nostrane, americane e Nato. Rifiuti scomodi che alla gente è meglio non far sapere, specie quando si tenta di far passare come salvezza nazionale le centrali nucleari.

Semplificando, lo smaltimento di questi rifiuti impresentabili e scomodi ha preso prima la rotta del corno d’Africa (e su quello indagavano Ilaria Alpi e Miran Rhovatin uccisi a Mogadiscio nel marzo 1994), poi quando gli intrallazzi non tenevano più e i paesi terzi si ribellavano e cominciarono a rimandare indietro le navi intossicate, dalla Libia e poi dal Venezuela, iniziarono gli affondamenti nel Mediterraneo. Più che prove abbiamo indizi, affondamenti sospetti sui quali hanno indagato anche le compagnie di assicurazione e i Loyd’s di Londra e un’infinità di procure, anche se stranamente ad alcuni testi chiave non ci si è neppure peritati di trovare nome e cognome e quindi risentirli all’uopo. Iniziamo dagli indizi: guarda caso, ad esempio, molti affondamenti sospetti avvengono in inverno e in autunno, quando i turisti sono meno e gli occhi nel mare anche. E’ uno scandalo italiano su cui vorremmo sapere di più. Se n’è tornato a parlare negli ultimi mesi perché sono state rese note le relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia con una relazione sui traffici marittimi a gennaio e poi sono usciti gli atti della Commissione sulle navi a perdere presieduta dall’onorevole Pecorella, che in sostanza ha presentato una nuova relazione sulla morte di De Grazia dichiarando che morì per avvelenamento.

COMMISSIONE A PERDERE

Sulla Jolly Rosso della compagnia Messina ammarata ad Amantea non è sicuro che ci fossero dei rifiuti tossici; come è morto De Grazia che indagava sulle navi dei rifiuti è ancora oggetto di indagine e il relitto della Cunski non s’è trovato: semplificando è questo il succo della relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia ed altre associazioni criminali anche straniere (XVI legislatura, XII comitato). Istituita nel 2008, ha indagato anche sul traffico marittimo e dopo anni ha partorito un topo. Il sottotitolo della relazione resa pubblica all’inizio di gennaio 2013 è infatti ”Relazione su possibili interessi della criminalità organizzata sul traffico marittimo”.

In pratica il Comitato si è occupato della Jolly Amaranto affondata nel dicembre 2010, del container radioattivo ”scoperto” nel porto di Genova-Voltri nel 2010 e di affondamenti sospetti nell’alto Mar Tirreno in particolare al largo dell’isola d’Elba. Con quali risultati?

La relazione parte dalla questione della credibilità  o meno di quanto riferisce Francesco Fonti all’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Fonti fu sentito dal procuratore sei volte tra il 2003 e il 2004 e raccontò che i clan della n’drangheta erano impegnati a far transitare rifiuti tossici dal porto di Livorno alla Somalia. La Commissione per lo più scava nelle carte processuali. Così a proposito di Fonti scrive che già non lo credeva attendibile la procura di Potenza. E poi prosegue tra mille dubbi e indagini di altre procure e conclude con la storia della caccia alla nave Cunsky, che, a detta di Fonti, avrebbe dovuta essere al largo di Cetraro. Infatti un relitto fu trovato nel 2009 dall’assessorato regionale calabrese all’ambiente, ma siccome non collimano le grandezze col relitto trovato, non è quello giusto. Riguardo alla Cunsky, in sostanza, non si sa neppure se è stata veramente demolita ad Alang, in India, perchè la Commissione mica si è peritata di fare una rogatoria internazionale …

Il meglio arriva quando si passa a parlare della Jolly Rosso e del suo sospetto affondamento a Amantea nel dicembre ’90. Secondo la Commissione siccome non si trovano tracce radioattive sott’acqua, la questione è chiusa. Strano, non si parla per niente del probabile trasferimento dei contenitori a terra, dove invece gli abitanti videro i bidoni e fu anche calcolata una forte radioattività lungo il torrente Oliva, in provincia di Cosenza, stranamente inquinato da Cesio 137 e mercurio con livelli di radioattività cinque volte il normale.

Il caso De Grazia, il capitano morto mentre indagava sulla Riegel e altri affondamenti sospetti, è un altro dei grandi misteri. Chi non voleva che indagasse? Chi lo minacciava? Chi lo uccise? Perchè se allora era evidente che era stato avvelenato, ora un medico legale ha trovato anche le prove come racconta la Commissione Pecorella ed è davvero strano che quella sulla mafia che lavorava in contemporanea non lo sapesse. Bene, questo omicidio viene derubricato dalla Commissione perchè il comando generale delle Capitanerie di porto non ha i documenti relativi alle indagini condotte da De Grazia, dato che De Grazia indagava con la magistratura. Come scusa è davvero curiosa.

Tornando alla compagnia dei Messina, e alle circostanze misteriose relative alla nave Rubino (bruciata tra Durban e Mombasa), la Jolly (ammarata) e l’Amaranto (in avaria al nord dell’Egitto con 38 container di merci pericolose), le indagini, scrive sempre la Commissione, non hanno portato all ”individuazione di elementi certi, atti a sostenere l’insorgere di profili di dolo a carico dell’armatore”.

L’unico punto su cui la Commissione è ferrea è quando se la prende con la procura di Genova che non avrebbe indagato a fondo sul container radioattivo arrivato a Voltri il 14 luglio del 2010 e dichiarato tale solo dopo diverse ore nelle quali sono rimasti esposti alle radiazioni diversi operai, a loro insaputa. Certo si tratta di un altro scandalo italiano e il fatto ha suscitato molta preoccupazione perchè più d’uno si chiede quanti container simili transitino nei porti italiani senza che nessuno si periti di controllare il tasso di radioattività e quindi quanti lavoratori siano esposti a radiazioni. Ma alla fine l’ipotesi più probabile è che la pastiglia radioattiva sia finita per sbaglio in mezzo a scarti metallici. Episodio gravissimo certo, ma non paragonabile al traffico di rifiuti tossici vero e proprio.

La Commissione invece stigmatizza che solo il 20 luglio un consulente tecnico del terminal trovò una altissima radioattività, in quello che doveva essere un container di scarti metallici. Anche se non dice che, per mettere in sicurezza il container, lo piazzarono nel Sesto modulo del porto di Voltri, un’area meno usata per le operazioni di carico e scarico,  non lontano da un campo sportivo e quindi dagli abitanti della zona e finalmente fu coperto di cemento dopo qualche giorno. Alla fine, si scoprì che la causa dell’emissione radioattiva era una pastiglia al Cobalto 12, usata forse per ripulire i petroldotti, venne recuperata e mandata in Germania. Nessuno pagò per i soliti misteri di chi ha inviato che cosa e chi ha ricevuto cosa. ”Si rappresenta che non risultano essere state prese in considerazione le ipotesi di spedizione illecita di rifiuti e di miscelazione di rifiuti pericolosi”, scrive la commissione.

Insomma la montagna ha prodotto un topolino. Infatti Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia, nei giorni seguenti alla pubblicazione della relazione, all’Espresso ha detto che: «questo testo è una vergogna! E’ la palese dimostrazione che non si voleva fare chiarezza e arrivare alla verità. Segnalerò alla mia Commissione che ritengo un simile documento non idoneo al benché minimo accertamento dei fatti. Anzi, aggiungo pure che si sta tentando di silenziare uno scandalo di dimensioni spaventose». E più avanti ”è evidente che il Comitato ha voluto sostenere il lavoro svolto finora dalla magistratura. Ma – con tutto il rispetto- io non l’ho vista tutta questa bontà del lavoro degli investigatori. Spero solo che emergano, a breve, nuovi indizi e testimonianze che permettano di svolgere ulteriori approfondimenti: sia a livello giudiziario sia a livello politico». E così sui rifiuti e i trasporti marittimi sospetti, Napoli conclude:  «usiamo le parole giuste: si tratta della classica ragion di Stato. Nel senso che è evidente che sono coinvolti importanti pezzi dello Stato italiano e di altre nazioni. Per non dire del legame con la fine di Ilaria Alpi, e di quello che aveva scoperto prima di essere uccisa in Somalia”. Sarebbe ora che su questi fatti fossero aperti gli archivi di stato o dobbiamo attendere che muoiano tutti i responsabili?

DE GRAZIA FU UCCISO

Lavora molto meglio la Commissione bicamerale di Gaetano Pecorella. Ai primi di febbraio rende nota una perizia in cui sostiene che il capitano di corvetta De Grazia fu avvelenato mentre stava scoprendo come funzionava il business delle navi a perdere. Era partito da un certo Giorgio Comerio, perché in una perquisizione nel 1995 De Grazia aveva trovato a casa sua tracce del delitto Alpi e un’agenda dove il giorno dell’affondamento della Riegel il 27 settembre 1987, c’era scritto ”Lost the Ship”, persa la nave. Comerio già negli anni Ottanta aveva pensato che le scorie radioattive potessero essere scaricate sui fondali marini, pratica molto probabilmente già adottata da tempo nell’Atlantico.  All’inizio degli anni ’90, Comerio crea la Odm, Ocean Disposal Management. “Fra la documentazione sequestrata al Comerio – si legge negli atti dell’inchiesta – vi sono atti relativi a navi di scarso valore commerciale e in degrado strutturale sulle quali sono stati abbozzati preventivi di spesa per la riparazione e/o adattamento, preventivi di acquisto, documentazione di cambio di bandiera. Detti atti, anche alla luce di informazioni assunte, fanno ritenere che il Comerio stesso curasse l’acquisto delle unità citate e poi li utilizzasse per attività illecite, quali quelle dell’affondamento con a bordo anche rifiuti radioattivi” (Comando provinciale Carabinieri di Reggio Calabria, informativa del 25 maggio 1995, firmata dal comandante del nucleo operativo). Un ulteriore elemento veniva da coordinate, ritrovate nella perquisizione del 1995: “I punti di affondamento delle navi “Anni” e “Euriver”, entrambe di bandiera maltese, trovano riscontro con i punti di dispersione delle scorie pericolose previste dal progetto O.D.M. del Comerio nella parte indicata dal punto C. Aree nazionali italiane”. Intanto gli inquirenti potevano servirsi anche di una fonte molto informata, che racconta che la Rigel, affondata il 21 settembre 1987, nel suo ultimo viaggio avrebbe trasportato scorie nucleari per poi affondare al largo di capo Spartivento.

La fonte aiutò anche De Grazia a documentare dall’inizio come una bagnarola in dismissione potesse diventare una nave dei veleni. E così De Grazia e la procura di Potenza finirono sulle tracce di un piroscafo per passeggeri costruito nel 1960 nella ex Ddr, la Latviya. Nel 1991 era arrivato a La Spezia con 81 marinai ed era finita ormeggiata nei cantieri navali Oram, nella zona di San Bartolomeo, sotto la discarica di Pitelli. Poi la nave venne abbandonata sulla diga foranea e nell’estate del 1994 prese fuoco, quindi ufficialmente fu portata in Turchia, dove sarebbe stata smantellata nel porto di Aliaga. Morale, il 12 dicembre 1995 De Grazia parte per La Spezia insieme a un gruppo di collaboratori, che, guarda caso, dopo la sua morte cambiano lavoro o vengono affidati ad altri incarichi. Sulla morte misteriosa di De Grazia dopo un pasto in Campania ora la commissione getta una nuova luce: una nuova perizia, affidata a un medico legale, Giovanni Arcudi, sostiene che De Grazia fu ucciso con ”un’azione tossica”, in pratica un avvelenamento.

Perciò il Comitato Civico Natale De Grazia scrive a metà  di febbraio ”risulta veramente incomprensibile la decisione assunta dal procuratore della Repubblica di Nocera Inferiore sulla vicenda della morte del capitano Natale De Grazia e, auspicando che il gip rifiuti di archiviare il caso, faremo quanto è nelle nostre possibilità per evitare che ciò avvenga. È vero che è passato troppo tempo dalla morte di De Grazia e pertanto nuovi approfondimenti scientifici diventano pressoché impossibili sul suo corpo, ma i nuovi elementi emersi dalla perizia affidata al dott. Arcudi e le nuove inquietanti notizie contenute nella relazione della Commissione sul ciclo dei rifiuti in merito alle indagini che il comandante stava conducendo rendono doveroso, oltreché necessario, un approfondimento del caso. Inoltre la decisione sembra frettolosa visto che, quando è stata assunta, la Commissione parlamentare non aveva ancora inoltrato alla procura di Nocera la corposa “Relazione sulla morte del capitano di fregata Natale De Grazia” ma solo la perizia medica del dottor Arcudi. Purtroppo, sembra che ci sia una superiore volontà di far rimanere la vicenda delle “navi dei veleni” e la morte di Natale De Grazia tra i tanti misteri della storia d’Italia”.

E’ utile aggiungere che in una lunga inchiesta sulle navi dei veleni, pubblicata da il Manifesto e fatta  insieme ad Andrea Palladino e Paolo Gerbaudo, contammo – con la collaborazione dei Lloyd’s inglesi – oltre 74 navi affondate in maniera sospetta nel Mediterraneo (chi fosse interessato può andare al sito www.infondoalmar.info). Molte di queste avevano cambiato bandiera e nome più volte.

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