In Cina il gene del maschio furbacchione Commenti,Contemporanea-mente

di Daniela Binello

knCHINA_BABIES_wideweb__470x31601[1]Allevare una bambina è come irrigare il campo del vicino. Insensato e controproducente, e quindi? “E’ semplice – dice una donna indiana, una delle tante (assassine?) che appaiono nel film documentario It’s a girl -, si prende un pezzo di stoffa, bisogna piegarlo, così, vede? E poi lo si stringe sul viso della neonata, fino a quando lei smette di respirare”. Parla un’altra donna indiana: “Certo che ho ucciso delle bambine, ne ho uccise otto. Le ho strangolate e poi ho incendiato i loro corpi, là dietro”.

Evan Grae Davis, il regista di It’s a girl, è un attivista dei diritti umani e ha fondato a Tucson, in Arizona, la Shadowline Films. Nel suo documentario, presentato al Parlamento europeo nel 2012, non si denunciano solo gli aborti selettivi, ma si documenta anche l’eliminazione di genere tramite le tecniche di strangolamento e annegamento che sono le modalità, a costo zero, maggiormente usate dalle popolazioni cinesi e indiane che risiedono nelle aree rurali.

Attraverso queste pratiche si stima che manchino al mondo fino a cinquecento milioni di femmine fra India e Cina (dato presunto, non c’è modo di ottenere quantità esatte sul fenomeno).

A essere obiettivi, però, si dovrebbero elencare anche altre vaste aree del pianeta in cui le medesime tecniche di soppressione sono comunemente impiegate, senza che sia in vigore per legge la politica demografica del figlio unico come in Cina. E chissà che andando ad aprire gli armadi della sana e civile Europa, Italia compresa, non scappino fuori casi anche molto imbarazzanti, di quello che si potrebbe chiamare femminicidio neonatale.

I numeri sarebbero infinitamente piccini, rispetto a India e Cina, ma la faccenda, come vedremo, è scivolosa perché non consiste soltanto in una questione diquantità.

Dal problema della quantità, alla selezione per la qualità, infatti, il passo è breve.

Il volere un popolo perfetto non fu soltanto la follia della Germania nazista o dell’Unione Sovietica che, attraverso studi ed esperimenti di genetica sugli umani, si macchiarono per sempre agli occhi del mondo di una colpa imperdonabile, ma come si può osservare anche oggi quello della manipolazione eugenetica è un vecchio sogno che torna a turbare i nostri “sonni tranquilli”.

Non di solo pecora Dolly si tratta, ma anche di vera e propria manipolazione dei geni per indirizzare le nascite degli esseri umani verso la prevalenza quantitativa e qualitativa di maschi sani e intelligenti.

E se accade con la politica del figlio unico in Cina (legge del 1979 che ha subito diverse riforme da allora), dove i figli si vogliono unici e maschi, in India, Paese pioniere del capitalismo democratico, il genocidio di genere è di fatto lasciato alla discrezione delle famiglie, con la complicità delle Corporation che forniscono gli strumenti diagnostici e sanitari per praticare l’aborto selettivo.

Dopo decenni di aborti forzati, però, la Cina ha trenta milioni di maschi che non trovano moglie.

Sarà anche per questo che per la prima volta un Ente governativo di Pechino, il China Development Research Foundation, ha chiesto al governo di rivedere la politica del figlio unico (in realtà oggi molte coppie che vogliono un secondo figlio, e possono permettersi di pagare le sanzioni, possono averlo).

Dopo avere bloccato la nascita di forse quattrocento milioni di bambine (un dato che supera l’intera popolazione degli Stati Uniti), Pechino adesso vorrebbe migliorare anche la qualità della popolazione.

La denuncia proviene dai dissidenti, come il cinese Harry Wu, che nel suo saggio sulla Strage di innocenti sostiene che il grande Paese asiatico, dopo la fase demografica del figlio unico, starebbe entrando nella fase eugenetica.

I bambini programmati, questa volta, sarebbero maschi sani e furbi, dotati d’intelligenza matematica, caratterialmente adatti a diventare ricchi e commercialmente intraprendenti.

Il modello di manipolazione genetica cinese piace allo psicologo evoluzionista Geoffrey Miller, che sul magazine scientifico Edge lo ha elogiato, scatenando un putiferio nella comunità scientifica.

Secondo Miller, la politica genetica cinese per la qualità è  cominciata con la legge del 1995 Maternal and Infant Health Law, che vieta alle persone con ritardi mentali o fisici di sposarsi e promuove l’uso massiccio dell’ecografia per cercare i difetti di nascita.

La legge sulla “protezione della salute materna e infantile”, secondo le autorità cinesi, sarebbe stata riformata nel 2003, ma non è vero secondo l’attivista esule Cheng Guangcheng, il quale asserisce che sterilizzazioni, permessi di nascita ed aborti forzati sarebbero prassi quotidiana nel più popolato Paese del mondo.

Così Cheng Guangcheng fornisce un assist al professor Miller, convinto com’è che anche l’Occidente dovrebbe emulare il concetto cinese di “buona nascita” (yousheng).

Anche la Bbc sembra credere all’effettiva pianificazione delle nascite in Cina ad indirizzo biotecnologico e in uno speciale sulla politica demografica di Pechino si parla di “futura generazione di bambini perfetti”.

Il professor Xiong Ping, autore di Eugenics, Beijing-style: a plan for controlling the ratio of the sexes, approfondisce poi anche i dettagli, spiegando che dopo la fase del figlio unico la Cina consentirà alle coppie di avere due figli: il primo nato naturalmente e il secondo che, tramite tecniche di screening prenatale, dovrà essere maschio e sano.

Sui disabili poi aggiunge: “Non devono procreare e i geni difettosi devono essere spazzati via entro una generazione. E’ così che migliorerà la qualità della popolazione”.

In maniera più o meno oliata dalle bustarelle, la politica del figlio unico è stata condotta in questi ultimi decenni in Cina con i risultati che abbiamo riferito: molte meno femmine venute al mondo e scarsità di spose per i cinesi scapoli.

Oggi, però, la Cina sarebbe guidata da una filosofia ancora più precisa: meno nascite, più qualità.

Si arriva così alla ricerca genomica della cinese Bgi-Shenzhen, colosso statale delle biotecnologie che ha già decifrato sequenze di riso, cocomero, panda gigante, cammello arabico, pollo, virus della Sars, antilope tibetana e che adesso è alla ricerca nel DNA di un gene “patrimoniale”, il quoziente intellettivo.

La Bgi-Shenzhen mappa 50mila geni all’anno in base a quattro obiettivi: incrementare la lunghezza della vita di cinque anni, aumentare la produzione di cibo del dieci per cento, codificare metà delle malattie genetiche e abbattere i difetti di nascita del 50 per cento.

Secondo la rivista New Atlantis, al programma genetico cinese si sottopongono dei volontari, i quali verranno premiati nella carriera pubblica, otterranno alloggi popolari e avranno la scuola gratis per i figli.

Anche le minoranze etniche sono bersagliate dai programmi di eugenetica.

Uno degli aspetti meno noti della questione tibetana è proprio la vicenda degli aborti e delle sterilizzazioni forzate. Stando alle cifre della Tibetan Women’s Association “il venti per cento delle donne tibetane non è più in grado di dare la vita a causa delle sterilizzazioni”.

In Cina il gene del maschio furbacchione
0 votes, 0.00 avg. rating (0% score)

Rispondi