Genova G8, lo stato della democrazia 11 anni dopo Analisi,Contemporanea-mente

di Fabio Sommovigo*

A undici anni di distanza, le sentenze (ancorché  ancora non tutte compiutamente definitive) emesse all’esito dei processi penali sono capaci di raccontarci con una sorprendente precisione (per chi è normalmente avvezzo alle claudicanti ricostruzioni giudiziarie italiane) cosa accadde a Genova nell’assolato luglio del 2001, mentre gli otto “grandi” della terra si riunivano, asserragliati nel recinto delineato dalla famigerata “zona rossa”.

Rimangono dolorose zone grigie (si pensi alla prematura archiviazione del procedimento per l’omicidio di Carlo Giuliani); si possono esprimere forti e più che fondati dissensi per il contenuto sanzionatorio di alcune decisioni (la mente va ai decenni di carcere inflitti a – pochi – manifestanti); tuttavia, le sentenze ci consegnano oggi un materiale giudiziario e storiografico meditato dal quale è possibile, e anzi indispensabile, cominciare a trarre delle considerazioni d’insieme che travalichino la lettura meramente mirata all’accertamento delle responsabilità penali. Facciamo un passo indietro.

Fin dalla fine del luglio del 2001 la Procura della Repubblica di Genova si trovò investita di una considerevole massa di notizie di reato, in buona parte, inizialmente, a carico di manifestanti denunciati o arrestati per vari delitti, dalla resistenza a pubblico ufficiale, alla devastazione e saccheggio, e, in un secondo tempo, nei confronti anche di tutori dell’ordine, a loro volta denunciati dai manifestanti per i comportamenti tenuti in alcune fasi degli scontri di piazza e, soprattutto, in occasione degli arresti e delle privazioni di libertà.

I magistrati si organizzarono in gruppi di lavoro, dai quali scaturirono nel tempo tre grandi procedimenti penali: quello a carico dei manifestanti accusati di resistenza aggravata, devastazione e saccheggio ed altro; quello a carico di membri della polizia di Stato per la perquisizione e gli arresti operati presso la scuola “Diaz”; l’ultimo quello per il trattamento riservato alle persone in stato di arresto collocate presso la caserma di Bolzaneto. A questi filoni di indagine, riguardanti un numero elevato di imputati e persone offese, si affiancarono l’inchiesta per la morte di Carlo Giuliani e altri procedimenti aventi ad oggetti singoli e circoscritti fatti “di strada” (in specie quelli avvenuti in piazza Manin).

Oggi quelle vicende processuali sono in parte approdate al loro epilogo definitivo e, in altra parte, vi si stanno approssimando.

Il c.d. “processo dei 25”, nei confronti dei manifestanti accusati di devastazione e saccheggio è giunto in Cassazione, dove hanno trovato conferma le pesantissime condanne ad alcuni dei dieci residui imputati, quattro dei quali stanno scontando in carcere pene di più di dieci anni di reclusione (con rinvio per soli cinque di loro alla Corte di appello di Genova per la rivalutazione delle circostanze).

Il processo “Diaz”, come è noto, si è concluso con la conferma da parte della Corte di Cassazione dell’impianto della sentenza di secondo grado che aveva riconosciuto le pesanti e gravi responsabilità dei poliziotti imputati, e, in particolare, degli occupanti delle posizioni apicali nel corso di quella operazione. Fra loro alcuni dei vertici della polizia di Stato.

Il processo di “Bolzaneto”, in attesa di approdare in Cassazione, ha visto la prescrizione di larga parte delle accuse penali mosse nei confronti degli agenti e degli operatori sanitari presenti nella caserma, con, tuttavia, la conferma delle responsabilità sotto il profilo delle condanne risarcitorie di natura civilistica nei confronti delle vittime costituitesi parte civile.

Sarebbe impossibile in questa sede entrare nel dettaglio delle singole decisioni, d’altra parte però due ordini di considerazioni, l’una di carattere più “storiografico”, l’altra di natura squisitamente politica, possono consegnarsi alla riflessione, anche senza affrontare, per ora, il tema delle singole e precise responsabilità.

Dal punto di vista della ricostruzione storica, le vicende giudiziarie ci consentono di affermare, fra l’altro, che nel luglio del 2001:

  • in seguito ai primi disordini verificatisi nella mattina del 20 luglio, un contingente dei carabinieri, il “Lombardia”, decise di caricare illegittimamente (ed anzi criminosamente) un corteo pacifico e “autorizzato” su via Tolemaide (perché comunicato alla Questura e non vietato), dando origine alle violenze di piazza che qualche ora dopo avrebbero portato, negli stessi luoghi, alla morte di Carlo Giuliani;
  • più o meno negli stessi momenti, in piazza Manin, le registrazioni della radio della polizia di Stato ci confermano che le forze dell’ordine avvertivano la necessità di “fare dei prigionieri” (e quel bisogno lo soddisfecero arrestando alcuni manifestanti della rete “Lilliput”, con le mani alzate e dipinte di bianco);
  • per due giorni, e, in particolare il 21 luglio, in più occasioni membri delle forze dell’ordine hanno usato violenza in misura non necessaria nei confronti di manifestanti (anche molto giovani) durante gli scontri di piazza. In quegli stessi giorni furono utilizzati contro i partecipanti alla manifestazioni gas lacrimogeni contenenti sostanze chimiche vietate nei teatri di guerra (ma consentite nella gestione dell’ordine pubblico);
  • alla fine delle manifestazioni, mentre le centinaia di migliaia di persone che vi avevano preso parte stavano faticosamente lasciando Genova, i vertici della polizia di Stato (ad eccezione dell’allora capo, De Gennaro, e il suo vice, Manganelli) decidevano, organizzavano e realizzavano una perquisizione alla scuola Diaz (utilizzata come “dormitorio” dai manifestanti), assai incerta nei presupposti, che si risolse in una “macelleria messicana” e che vide poliziotti intenti a picchiare selvaggiamente donne e uomini indifesi, arrestare quelle stesse persone sulla base di accuse menzognere e a costruire prove false nei loro confronti;
  • durante l’intero fine settimana genovese, medici, infermieri, appartenenti alle più diverse forze dell’ordine torturavano donne e uomini (per lo più ragazzine e ragazzini) in stato di detenzione nella caserma di Bolzaneto.

Dal punto di vista politico sono gli undici anni trascorsi che ci interrogano. Nel luglio del 2001 Genova e l’Italia vissero un incubo, in cui legalità, democrazia, umanità, divennero d’un tratto parole senza senso, senza corrispondenza nella realtà. È accaduto.

Vi abbiamo posto rimedio? Potrebbe ancora accadere? Non proveremo oggi a rispondere, la riflessione merita di essere ancora approfondita oltre i limiti di queste poche rapide pagine; intanto però il decennio trascorso ci restituisce alcuni, non rassicuranti, elementi di giudizio:

  • nessuno è mai stato sottoposto a processo per la carica illegittima di via Tolemaide, né per le menzogne affermate – divisa indossata – nel corso del processo (nonostante l’espressa denuncia formulata dal Tribunale di Genova fin dal primo grado);
  • tutti i partecipanti alla perquisizione della scuola Diaz sono rimasti al loro posto – e sono anzi stati promossi -, fino alla sentenza della Cassazione. La polizia di Stato è stata da loro guidata per dieci anni. Il loro capo è diventato sottosegretario;
  • molte violenze sono state poste in essere, non da ultimo nella scuola Diaz, perché i membri delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa erano irriconoscibili e non portavano sulla divisa alcun codice identificativo. Ad oggi è ancora così;
  • per dieci anni la polizia di Stato ha posto ogni ragionevole ostacolo all’accertamento delle responsabilità dei suoi membri, con atteggiamenti che si possono definire di omertà;
  • le torture di Bolzaneto si sono prescritte perché  in Italia nel 2001 esse venivano trattate come reati minori, non essendo la tortura ancora reato. Undici anni dopo l’Italia ancora non considera la tortura un reato autonomo;
  • in questo decennio si è purtroppo allungata la lista delle vittime della violenza delle forze di polizia nel nostro paese, violenza quasi sempre perpetrata su persone in stato di detenzione.

Questi i primi spunti per un più approfondito studio di quel che le vicende giudiziarie del G8 genovese e il decennio che ci separa da quelle sono in grado di dirci sull’Italia di oggi e sul suo futuro.

 

(*) Avvocato penalista
Segretario della Camera Penale della Spezia
Dott. di ricerca di Diritto e Procedura Penale presso l’Università degli Studi di Bologna

Genova G8, lo stato della democrazia 11 anni dopo
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