Per i contadini: una campagna Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Massimo Angelini
(Campagna popolare per l’agricoltura contadina)

Il 17 gennaio 2009 a Torriglia (Genova) si è svolto il primo incontro di coordinamento sull’iniziativa e il giorno stesso è stato pubblicato il sito della campagna www.agricolturacontadina.org/

I promotori e contitolari della Campagna sono cinque organizzazioni: di queste tre fanno parte della Rete Semi Rurali: il Consorzio della Quarantina e Civiltà Contadina. Le altre organizzazioni sono: Rete Bioregionale Italiana, Associazione Antica Terra Gentile, Rete Corrispondenze e Informazioni Rurali.
Oltre ai promotori, finora sostengono la Campagna il collettivo Critical Wine/Terra e Libertà di Genova, la rivista AAM Terra Nuova, il sito www.ruralpini.it Per aderire o sostenere l’iniziativa e per firmare il testo della proposta, si può scrivere a campagna@agricolturacontadina.org o telefonare al n° 347.9534511

Le ragioni di questa campagna di importanza storica

La raccolta di firme intende sollecitare il varo di provvedimenti legislativi che riconoscano l’agricoltura contadina e liberino il lavoro dei contadini dalla burocrazia. Quello che la campagna si prefigge è l’accoglimento di alcuni principi. Sarà poi cura del legislatore (in sede nazionale e regionale) tradurli in articoli di appositi provvedimenti legislativi e/o applicarli nell’ambito della legislazione sull’agricoltura, le aree rurali, la montagna. La Campagna riguarda una proposta articolata in 5 punti, per iniziare a distinguere l’agricoltura contadina (quella rivolta prevalentemente alla vendita diretta senza intermediari dei prodotti) dall’agricoltura basata sulle produzioni specializzate e su larga scala, sulle monocolture, sulla forte meccanizzazione e su un altrettanto intenso uso della chimica, sulla vendita ad industre trasformatrici o alla grande distribuzione.

Una realtà che coinvolge le valli alpine, le colline, ma anche le aree periurbane e di “conurbazione diffusa”

A giudizio dei promotori e dei sostenitori della campagna politica appena iniziata, mantenere sotto lo stesso regime fiscale, previdenziale, normativo, burocratico queste due realtà così abissalmente diverse porta – che i decisori politici ne siano consapevoli o meno – alla “pulizia etnica” di quei contadini, pastori, piccoli allevatori che ancora caparbiamente resistono nelle aree “marginali”, ma impedisce anche il ritorno alla terra di giovani che vorrebbero avviare nuove attività legate alle produzioni biologiche, all’agriturismo, alle fattorie didattiche. E questo vale non solo nelle vallate più interne ma anche nelle aree a forte urbanizzazione dove, oggi, l’unica azienda agricola che può operare è quella polivalente, famigliare, basata sulla vendita diretta di prodotti che si differenziano da quelli dell’agroindustria ma anche di servizi.

Agricoltura contadina: “marginale” solo in base ad un PIL che conta come reddito la distruzione delle risorse e non la cura dei danni alla salute e all’ambiente

Non c’è futuro per l’agricoltura contadina (sia quella dei piccoli produttori rurali tradizionali che quella dei neo-contadini) se non viene sollevata dagli adempimenti amministrativi e dai regimi di autocontrollo previsti per le imprese agricole, se non le si applica un trattamento fiscale che ne riconosce il carattere di attività solo in parte commerciale. Un vero peccato perchè c’è assoluto bisogno di un rilancio dell’agricoltura contadina che, per il solo fatto di esistere, produce molte e grandi utilità per il territorio e per la società in generale. L’agricoltura contadina non produce, in termini di PIL, che una frazione dell’agroindustria. Ma se usassimo altri parametri – che tengono conto di indicatori ambientali e sociali – ci accorgeremmo che la bilancia tra il contributo dei due sistemi si inverte. L’agroindustria è causa di pesantissimi impatti ambientali che compromettono le risorse naturali (a partire dalla fertilità della terra e della purezza dell’acqua), mettono a rischio la salute della generazione presente e il futuro delle generazioni a venire. L’agricoltura contadina mantiene quella biodiversità che i sistemi agricoli industriali (generosamente sovvenzionati dalla mano pubblica) distruggono, conserva i saperi tradizionali, le tecniche e dei prodotti locali, mantiene nelle residue campagne e nelle aree montane una consistenza demografica minima, tale da giustificare la presenza di servizi senza i quali lo spopolamento sarebbe totale.
L’economia locale cosa potrebbe offrire senza il paesaggio, senza le tradizioni, senza prodotti dell’artigianato alimentare? Quali menù “km zero” o semplicemente quale offerta gastronomica territoriale potrebbero offrire le “Osterie tipiche” senza i piccoli produttori rurali che hanno salvato produzioni messe alla gogna dall’igienismo e dalla smania di standardizzazione? Quali stimoli per il turista se trova ovunque le stesse cose (paesaggi, prodotti, colture e culture)? E quanto costano i disastri ambientali (in termini di danni e opere ingegneristiche di prevenzione) legati all’abbandono delle colline e delle montagne, al venir meno della presenza capillare dei contadini e della loro cura di prati, pascoli, boschi?

La partecipazione attiva dei consumatori è la chiave del successo della campagna

Un ruolo positivo dell’agricoltura sull’ambiente e l’economia locale non può derivare da un settore agricolo che occupa solo il 2% della popolazione attiva. Una società sostenibile deve prevedere un ritorno alla terra e anche un recupero alla coltivazione di tante risorse territoriali abbandonate (basti pensare ai terrazzamenti inselvatichiti, alle boscaglie che arrivano al limitare dei villaggi). Certo è difficile coltivare certi terreni; non si possono usare i terzisti con le maxi macchine. Ma se il contadino non è vessato dalla burocrazia e ha la possibilità di vendere i propri prodotti attraverso canali che ne riconoscano il valore, la “marginalità” viene relativizzata e in qualche caso ribaltata.
Liberato dalla burocrazia il contadino può dedicarsi a “coltivare”i rapporti con il consumatore (a pochi passi dall’azienda o in una città vicina). Dove l’accesso ai mercati è meno facile saranno i GAS o altri schemi di contatto diretto tra consumatori e contadini a dare una mano (altrimenti che senso ha definirsi solidali?). Non c’è agricoltura contadina oggi senza coinvolgimento attivo del consumatore (coproduttore) che sia residente in area rurale o anche abitante delle città.
Al di là di un singolo atto di acquisto il consumatore può spingersi a fare un abbonamento spesa, contratti di acquisti anticipato e persino acquistare la comproprietà di una mucca o di un albero o alcuni parti di vigneto rispolverando vecchie tradizioni contrattuali (compartecipazioni, soccide, mezzadria) messe al bando dalla “modernità”, ma che oggi vanno viste in una luce completamente diversa. Al consumatore attivo, consapevole che senza agricoltura contadina la prospettiva è la “dittatura alimentare” (ogm, monopolio della grande distribuzione e dell’agroindustria) va chiesto non solo di sostenere la campagna per l’agricoltura contadina ma di esserne parte attiva e propositiva sullo stesso piano dei produttori.

Foto: a cura di M.A.

Per i contadini: una campagna
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