Frane e inondazioni: prima studiare, poi intervenire Prima Pagina

di Alessandro Tomaselli


La frana che il 24/09/2012 ha colpito alcune turiste lungo la Via dell’amore alle Cinque terre (provincia di Spezia, Italia) offre lo spunto per una riflessione sulle cause dei processi gravitativi e, per estensione, di quelli fluviali. Si tratta, a piccola scala, di macro – fattori legati a meteorologia, pendenza, uso del suolo, idrogeologia e geologia, e, a grande scala, di micro – fattori legati a parametri cosiddetti geotecnici o più propriamente geofisici come coesione, angolo di attrito ecc. L’occasione è utile per discutere ancora degli interventi possibili, anche in relazione agli strumenti di pianificazione e alle proposte accademiche esistenti, privilegiando quelle che permettono di assecondare i processi naturali, non facilmente arrestabili, se non per periodi brevi, e limitare le opere di ingegneria tradizionale alla riduzione di vulnerabilità dei manufatti esistenti.

La frana di Via dell’amore a Riomaggiore (SP) e le cause innescanti

Il giorno 24 settembre 2012, fra le 9:50 e le 10 (ora locale) si è verificata un’importante frana di crollo che ha ferito quattro persone, a Riomaggiore, famoso comune in provincia di Spezia, facente parte delle Cinque terre, area famosa in tutto il mondo per il suo paesaggio costituito da un equilibrio mirabile di elementi naturali e umani, caratterizzato da chilometri e chilometri di terrazzamenti. Il distacco di un grande masso di volume pari a circa 3m3 e massa intorno a 5 ton ha interessato la via dell’amore, spaccandosi, nell’urto, in diversi frammenti, nel tratto tra il primo promontorio a ovest del centro e la prima galleria (vedi figura).

Non è possibile, allo stato attuale delle conoscenze, prevedere contemporaneamente quando, dove e con che intensità si possono verificare le frane. È, però, possibile conoscere a priori dove siano le zone maggiormente pericolose, grazie alla conoscenza dei numerosi fattori predisponenti e di quelli innescanti i fenomeni franosi. Le cause innescanti più frequenti, ad esempio, per quanto riguarda le frane, sono le precipitazioni brevi e intense, specie a seguito di piogge eccezionali e prolungate. Il termoclastismo sembra essere stata, invece, la causa innescante la frana di Via dell’amore. Si è trattato, cioè, di una frana “secca” in cui, cioè, le precipitazioni non hanno avuto un ruolo importante. Alla stazione di Corniolo, infatti, proprio sopra la via dell’amore, il giorno 24 sono stati registrati solo 7 mm di altezza di pioggia (Regione Liguria e ARPAL, 2011), quasi tutti concentrati intorno alle 15 (ora solare). Prima dell’evento non si è verificata nessuna pioggia anche se è probabile fosse in atto una rimonta di venti dai quadranti meridionali (quella che solitamente precede le piogge) con un aumento dell’umidità relativa.

L’azione del termoclastismo è dovuta a un processo di frammentazione delle rocce ad opera delle escursioni di temperatura e rappresenta un fattore non trascurabile perché può generare una tipologia di frana, quella di crollo, che a causa della velocità elevatissima, costituisce un pericolo gravissimo per qualsiasi elemento si venga a trovare lungo la sua traiettoria. È stata proprio un’azione termo – clastica, a una prima analisi, la causa innescante che ha prodotto la frana (di crollo) di Via dell’amore. Sia le precipitazioni sia la temperatura sono, ovviamente, elementi legati al clima che per la Liguria è mediterraneo, cioè caratterizzato da temperature miti, un lungo periodo secco estivo e autunni piovosi. Alle quote più elevate vi è una transizione verso le temperature più rigide caratteristiche dei climi continentali. La stagione estiva passata, particolarmente secca e prolungata, può aver asciugato il materiale debolmente coesivo che solitamente tiene insieme le fratture della roccia prima che blocchi rimasti isolati cedano definitivamente. Altre cause innescanti caratteristiche sono lo scavo al piede del, l’erosione fluviale alla base di un versante, l’abbassamento rapido del livello d’acqua dietro una diga, le attività estrattive e le vibrazioni come quelle di un sisma (l’areale spezzino risente, in particolare, di terremoti dalla Garfagnana, dalla Lunigiana e dal borgotarese).

Le periodiche brevi ma ingenti piogge, ancor più se a seguito di precipitazioni eccezionali e prolungate costituiscono causa innescante, ovviamente, anche per quanto riguarda le inondazioni ma non bisogna trascurare l’improvviso impulso che può essere fornito all’onda di piena dal distacco di una frana o l’ingombro di un oggetto in galleggiamento di dimensioni anomale (un veicolo o un insieme di tronchi d’albero) sul pelo libero di un corso d’acqua costretto tra ponti argini e tombinature di insufficiente sezione.

Le cause predisponenti

Le frane e le inondazioni sono, per così dire, “preparate” da tutta una serie di fattori che agiscono in tempi più lunghi e che sono aggregabili in grandi categorie. Per le frane, di fondamentale importanza sono elementi geografici come la pendenza e l’esposizione. La pendenza, in particolare, è il parametro che misura la posizione di un piano (ad es., un pendio o uno strato di roccia) rispetto alla verticale. Si tratta di una misura importante perché influenza l’azione della gravità (quindi la franosità e l’erosione). L’esposizione (o immersione o, ancora, direzione di immersione, o la complementare direzione) di un piano o di un pendio, invece, ne misura la posizione rispetto all’orizzontale e agisce sull’assorbimento di radiazione solare e quindi sulla temperatura con le sue variazioni. Entrambe, perciò, interferiscono anche sulla distribuzione del contenuto d’acqua, sulla pressione di coesione, sulla dilatazione delle rocce e quindi sul termoclastismo e sulla formazione di suolo attraverso processi normalmente lenti ma a volte, con periodi variabili, velocissimi e pericolosi come appunto le frane di crollo. Pendenza ed esposizione sono importanti anche perché pendio e strati rocciosi interferiscono tra loro influenzando la franosità (determinano, ad esempio, possibili strati o fratture a “frana – poggio”) e regolano ancor più la quantità di radiazione solare assorbita (quindi ancora la temperatura con le sue variazioni e le relative conseguenze.

Altre cause fondamentali delle frane sono quelle legate all’uso e allo stato del soprasuolo come il tipo di vegetazione e di pratica agricola, la presenza di manufatti come grossi riporti, irrigazione, disboscamento, presenza di muri troppo alti, discariche o terrapieni, cave non gradonate, e quelli ancora di tipo idrogeologico, come il contenuto d’acqua, l’imbibizione, la saturazione, il sifonamento, i contrasti di permeabilità o la presenza di sorgenti, quelli geomorfologici come l’erosione, il deposito, la presenza di frane (o porzioni di esse) pregresse, rotture di pendio e orli di terrazzi, quelli geologici come le caratteristiche e lo stato dei suoli (ad esempio alti spessori delle coltri detritiche) e delle sottostanti rocce (tipo, permeabilità, alterazione, fratturazione, fagliazione e spessore dei cappellacci, ad esempio). In via dell’amore, ad esempio, può essersi verificata, in presenza di un pendio fortemente acclive, una predisponente disposizione di strati o fratture a pendenza inferiore ma con simile immersione. L’immersione del pendio verso i quadranti meridionali, inoltre, deve aver favorito le escursioni termiche che hanno portato al distacco. Dalla figura sopra si possono notare sia la forte pendenza sia la cicatrice di uno o più precedenti distacchi e svuotamenti intorno all’area della frana attuale. Tali segni sono stati riconosciuti all’interno del Piano di bacino dell’ambito 19, tanto che l’intera forma svasata è stata inserita in zona rossa (Provincia della Spezia, 2003) e nell’inventario dei fenomeni franosi italiani (vedi, ad esempio, Regione Liguria, 2012). È da segnalare inoltre il vicino elemento antropico costituito dalla galleria ferroviaria che può agire sia attraverso il drenaggio dell’acqua, favorendo il disseccamento e la riduzione di coesione, sia per le vibrazioni indotte dal passaggio dei treni.

Anche per quanto riguarda le inondazioni le cause predisponenti sono diverse e non coinvolgono solo semplicisticamente la scarsa “pulizia” dei corsi d’acqua. Fra quelle geografiche vi sono le grandi dimensioni del bacino idrografico e dei corsi d’acqua otre alla pendenza (che influenza la velocità di deflusso dell’acqua). Lo stato del soprasuolo è importante perché la vegetazione contribuisce, in genere, a frenare l’impeto delle piogge, a trattenerne una parte che viene restituita all’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione e in generale a ridurre l’erosione e aumentare il tempo (di corrivazione) impiegato per raggiungere l’alveo, riducendo al contempo sia la portata d’acqua sia il detrito. Ad esempio, se è vero che, come nelle ultime alluvioni, molta vegetazione è stata trasportata negli alvei dall’impeto delle piene, è anche pensabile che se quella vegetazione non fosse stata deve era a proteggere il suolo, al posto dei tronchi sarebbero scesi a valle più velocemente ancor più ingenti quantitativi di fango e detriti. Al contrario, la maggior parte degli interventi antropici, in generale, tende ad aumentare la permeabilità e porta con sé un necessario corredo di opere di regimazione delle acque che tendono a ridurre il tempo di corrivazione verso l’alveo. La causa predisponente di tipo antropico più negativa, però, è il restringimento degli alvei, non solo la riduzione degli alvei naturali a canali ma anche le sezioni idrauliche insufficienti, cioè a suo tempo male o per nulla calcolati, di argini, ponti e tombinature. Le strozzature cui sono costretti i corsi d’acqua, è il caso di ripeterlo, sono il problema primario perché in presenza di alvei di sezione adeguata non dovremmo nemmeno più preoccuparci di quanto detrito o quanta necromassa legnosa dobbiamo asportare dal suolo per evitare che vada a occludere le luci dei ponti in caso di precipitazioni intense, fenomeno che è sempre avvenuto in passato e costituisce la dinamica stessa dei fenomeni alluvionali. I fattori geomorfologici incidono con i processi di erosione, trasporto e deposito che incessantemente tendono a demolire le montagne e portarne il detrito verso il mare. I fattori geologici ed altri elementi idrogeologici come lo stato di permeabilità dei suoli e delle sottostanti rocce influenzano la capacità di assorbimento e infiltrazione nel terreno e quindi la possibilità di sottrarre acqua all’onda di piena. Come si può arguire, gli interventi possono essere più o meno efficaci in funzione del tipo di causa: ad esempio, per agire sull’asportazione del detrito o della necromassa legnosa, ammesso che non portasse altri danni come l’aumento dell’erosione, bisognerebbe intervenire almeno due volte all’anno su tutti i corsi d’acqua e addirittura sui versanti vegetati con costi che dopo poco tempo si rivelerebbero più elevati rispetto a interventi di adeguamento delle sezioni degli alvei che invece possono essere dimensionati per tempi di ritorno più lunghi e certi.

Le cause geotecniche

La resistenza al taglio (o meglio, fisicamente, la pressione di resistenza allo scorrimento) di un terreno o di una roccia, nella sua formulazione più semplificata, è proporzionale alla coesione (o meglio pressione di coesione) delle particelle, alla pressione perpendicolare sulla superficie di scorrimento e all’angolo di attrito (o meglio di resistenza) del terreno. Da ciò si capisce che le cause geotecniche (sarebbe meglio dire geofisiche perché riguardano parametri fisici delle terre ma il termine oggi è ancora riservato in senso restrittivo alle misure fisiche ricavate senza distruggere campioni di terra o roccia e potrebbe generare ambiguità) sono, per la maggior parte, quelle che il professor Floriano Calvino (fratello del famoso scrittore) definiva come dovute a “modifiche interne” al terreno o roccia in frana, per distinguerle da quelle “esterne”. Si tratta, soprattutto, di un tipo di classificazione delle cause di frana, complementare a quelle sopra accennate e legata appunto più direttamente alle forze fisiche in gioco. La maggior parte delle cause esterne elencate sopra, infatti, possono essere classificate anche secondo il tipo di forza agente sul terreno. Alcune cause predisponenti sopra richiamate, ad esempio, sia naturali sia antropiche, producono, fisicamente, una variazione esterna della pressione orizzontale. Si tratta di diminuzioni o aumenti della pressione legati spesso a micro fenomeni fisici (come la variazione di pressione interstiziale o di poro o neutra o dell’acqua, cioè la pressione fra le particelle di terreno) o chimici (come il processo di idratazione delle argille). La pressione esterna al terreno può variare verticalmente per gli stessi motivi sopra visti (come aumenti di carico, sovraccarico, pressione sul pendio o ancora mancanza d’appoggio al piede) per motivi fisici (come l’asportazione di particelle ad opera dell’acqua o la riduzione della pressione di coesione delle argille), chimici (come i processi di soluzione per certi minerali) o ancora antropici (come i lavori di sottoescavazione o le gallerie). Accanto alle variazioni di pressione possiamo considerare le azioni cosiddette dinamiche come le vibrazioni viste sopra (traffico ma anche sismi) che, fisicamente, possono dar luogo a sovraccarico di masse o liquefazioni dei terreni.

Fra le cause dovute a modifiche interne, che in generale abbassano la pressione di coesione o resistenza dei materiali, possiamo ricordare quelle dovute ai caratteri intrinseci e originari della roccia come il contenuto in minerali argillosi e in fillosilicati (come mica, clorite, talco e glauconite, tutti caratterizzati da facile saldabilità) o la bassa densità relativa del terreno (caratteristica di argille molli, sabbie, limi sciolti, discariche non compattate, terre con abbondante frazione organica) o ancora l’elevata sfericità dei granuli o il basso angolo attrito o la presenza di interstrati a bassa pressione di coesione o alta plasticità. Vi sono anche cause dovute a modifiche interne per variazioni interne sopraggiunte come azioni fisiche (sbalzi termici, essiccamento e ritiri in argille con fessurazione, aumento della pressione interstiziale, sollevamento relativo della superficie piezometrica o freatica, saturazione in acqua di materiali umidi con perdita della pressione di coesione, flusso idrico verso il piede del versante, apertura di fessure da decompressione in rocce lapidee o argille preconsolidate, perdita coesione in argille sensitive per rimaneggiamento), chimiche (idratazione di minerali argillosi, scambio di basi nelle argille “quick clays”, soluzione del cemento nelle rocce clastiche.

Gli studi e gli interventi sui pendii instabili

La brevissima sintesi tracciata sulle cause di frane e alluvioni fuga ogni dubbio sul fatto che si possano predisporre soluzioni troppo semplici o che vadano in una sola direzione come la cosiddetta pulizia dei boschi e dei corsi d’acqua, attualmente popolarissima. Anche agire immediatamente senza analisi adeguate e senza dare un’occhiata agli studi già fatti o, peggio, alle normative che dagli anni novanta si sono sviluppate in materia (le leggi di difesa del suolo e i piani di bacino) può essere foriero di nuove sciagure. La prassi attuale purtroppo prevede che a seguito di un fatto alluvionale si realizzino interventi di “somma urgenza” che da un lato permettono di ripristinare l’agibilità dei manufatti ma dall’altro non permettono di realizzare un’opera più appropriata, basata e dimensionata su parametri di ingresso corretti perché studiati. I geologi, in particolare, si trovano spesso (quando va bene) a dover “appiccicare” una valutazione geologica contenuta in una relazioncina a un progetto già fatto sulla base della disponibilità di un certo “budget” finanziario mentre, invece, il loro contributo potrebbe essere ben precedente, attraverso lo studio geotecnico, geomeccanico o anche idraulico del territorio interessato fino a suggerire non solo i parametri per dimensionare gli interventi ma anche la loro tipologia e modalità.

Gli studi geologici, pertanto, devono essere il primo intervento. Si tratta di rilevamento geologico, strutturale (compresa l’analisi statistica di giaciture e piani di stratificazione, scistosità, litoclasi, leptoclasi, cioè fratture piane di modesta entità), idrogeologico, aero – fotogrammetrico, geomorfologico (analisi di dissesti del suolo come crepacci, solchi, depressioni, rigonfiamenti, postura della vegetazione arborea, stato delle opere, rilievo dei relitti di frana e della franosità periodica o trascorsa, raccolta di testimonianze dagli abitanti, descrizione di importanti elementi delle frane come corone, scarpate, fianchi, corpo e piede, diagnosi delle tipologie di frana e dei processi in corso), geotecnico (prospezioni, prove sui materiali, granulometria, contenuto d’acqua, limiti di liquidità, plasticità, pressione di resistenza a compressione e al taglio), petrografico (riconoscimento di minerali argillosi, analisi termo – differenziale, diffrattometria), geofisico. Servono calcoli e verifiche di stabilità dei pendii (a franamento non avvenuto) per stabilire i coefficienti di sicurezza. Per frane avvenute occorre quantificare la possibilità di una loro estensione e attraverso analisi a ritroso determinare i parametri di resistenza dei terreni. Occorre procedere, poi, all’analisi cinematica (misura degli spostamenti e controllo periodico della posizione) per individuare eventuali superfici di scorrimento, valutare l’entità delle masse di terreno e roccia in gioco, fare i calcoli e prendere provvedimenti conseguenti. Una volta studiato geologicamente in modo approfondito il territorio in esame, i geologi conferiranno con specialisti della progettazione come architetti, ingegneri, geometri, agronomi o forestali ai quali sarà opportuno affiancare naturalisti. Gli esperti di materia naturale (geologi e naturalisti) indicheranno il tipo di intervento mentre i progettisti lo dimensioneranno. Gli interventi, di conseguenza, sono specifici per ogni situazione ma, ovviamente, possiamo qui riferirci a una casistica in funzione delle problematiche cui sopra si è accennato.

Il prof. Calvino (1986), che era sia geologo e ingegnere, insegnava, per prima cosa, ad evitare, se possibile, i pendii instabili. È chiaro che si tratta di un suggerimento estendibile a tutte le zone soggette a pericoli naturali e, infatti, è il primo “intervento” suggerito dall’atto d’indirizzo della L. n. 267/98 (d.p.c.m. del 29/09/1998) e chiamato “non strutturale” perché non richiede la realizzazione di opere (e quindi di stanziare dei fondi a carico della collettività o dei privati). Le norme di attuazione dei piani di bacino, ad esempio, hanno recepito tale indirizzo (nelle frane attive e nelle fasce di inondabilità più pericolose non sono ammesse le nuove edificazioni) ma sarebbe opportuno estendere il divieto a tutte le aree ad alta pericolosità. Altri accorgimenti di questo tipo possono riguardare la scelta di un tracciato diverso per costruire una strada (ad es., se la zona è poco estesa, lo scavalcamento con un ponte o una galleria di sufficiente profondità). Se, invece, l’area su cui intervenire è ampia, si possono scegliere difese passive e attive. Fra quelle passive annoveriamo strutture deformabili galleggianti e ricche giunti, opere di sostegno in gabbionate (deformabili e permeabili) o strutture rigide dimensionate in modo da essere resistenti alle spinte o, ancora, muri massicci, ancoraggi con pali obliqui, fondazioni su pali obliqui fino a raggiungere la profondità di terreno stabile oppure a pozzo ellittico armato o, ancora, su pali lubrificati con ghiaia nel terreno spingente. Si possono poi scegliere altre difese passive. Per le strade, ad esempio, reti metalliche sulla scarpata di monte, paramassi per intercettare le traiettorie dei detriti o gallerie artificiali (in parte è il caso della Via dell’amore).

Fra le difese attive vi sono quelle che mirano a stabilizzare il pendio come i drenaggi, i miglioramenti dell’equilibrio, i miglioramenti dei materiali, i rimboschimenti e gli inerbimenti. Fra i drenaggi, ad esempio, vi sono quelli che si eseguono per eliminare l’acqua, superficiali (come i fossi guardia contro il ruscellamento, la captazione sorgenti, canali di scolo, coperture impermeabili come, ad esempio, fogli di plastica, lamiere metalliche) o profondi (trincee, schermi impermeabili, paratie di pali o pannelli, gallerie, dreni come tubi fenestrati o micro – fessurati, pozzi con pompe o pali di sabbia. Per migliorare l’equilibrio (aumentando il coefficiente di sicurezza) si usano, invece, alleggerimenti per ridurre il carico naturale o un eventuale sovraccarico, disgaggi (provocano la caduta di porzioni instabili), muri sostegno (scaricano a valle la componente orizzontale della pressione del terreno, ancoraggi o tiranti (scaricano a monte), cavi in fori poco inclinati, addolcimenti del pendio (se le pendenze sono forti cioè maggiori di 40°), gradonature (basse pareti e stretti terrazzi alternati), carichi al piede (rilevati di terra o pietrame, gabbionate, chiodature in fori (se si tratta di piccole masse lapidee o lastroni disposti a frana – poggio), palificate con eventuali tiranti sub-orizzontali (se si tratta di piccole frane). Per quanto riguarda, invece, il miglioramento materiali, si possono, ad esempio, sostituire piccoli volumi di cattivo materiale come l’argilla molle o la torba oppure realizzare archi di pietrame a secco, iniezioni di boiacca di cemento, malta cemento, silicato di sodio, resine, gel di silice. Queste “punture”, però, hanno lo svantaggio di aumentare la pressione dell’acqua perché tendono a impermeabilizzare il terreno. Altri miglioramenti del terreno si realizzano attraverso elettroosmosi (con passaggio di corrente elettrica), da evitare però nei terreni permeabili e sotto le fondazioni di edifici preesistenti perché provoca riduzioni di volume. Il congelamento, invece, rassoda il terreno mediante l’infissione di tubi con liquido refrigerante come l’azoto liquido ma si tratta di un’opera provvisionale )per il temporaneo sostegno di scavi aperti). Il trattamento termico si usa per terreni argillosi attraverso l’iniezione di gas e la combustione a 1000 °C in fori di sonda. La vibrazione e la vibro – flottazione vengono usate in terreni non coesivi e superficiali (80 – 100 cm) per produrre addensamento. Gli interventi di rimboschimento e inerbimento sono quelli che, ovviamente, producono i migliori risultati dal punto di vista dell’inserimento nel paesaggio. Una coltre vegetale, infatti, migliora la stabilità e regola il contenuto d’acqua nel terreno. La vegetazione, inoltre, riduce la velocità delle acque selvagge e le frena. Le radici creano un’armatura resistente a trazione. Le piante ad alto fusto vanno piantumate dal basso (dove si misura il maggior contenuto d’acqua) verso l’alto così come la vegetazione erbacea. La tipologia della vegetazione deve essere scelta in modo accurato, tendenzialmente coerente con quella che spontaneamente colonizza il versante, perché l’effetto positivo della stabilizzazione, che si realizza attraverso l’armatura delle radici e la capacità di suzione dell’acqua, non deve essere eguagliato da quello negativo dovuto al peso e all’inclinazione del fusto. A volte può essere sufficiente una vegetazione solo erbacea o arbustiva.

Alle difese passive denominate “opere di sostegno” il prof. Calvino dedicava un capitolo specifico perché si tratta di quelle più diffuse. Si tratta sostanzialmente di muri di sostegno (a gravità o armati) e paratie. Queste ultime vengono infisse nel terreno prima dello scavo fino a raggiungere la porzione sottostante il piano dello scavo e hanno la funzione di sostenere il terreno circostante. Possiedono una struttura verticale sottile (fatto che non aggrava i carichi sul terreno). Possono essere continue come palancole prefabbricate e infisse, poi accostate o diaframmi di pannelli in cemento armato preceduti da uno scavo con circolazione di fango bentonitico (è liquido ma gelifica in condizioni di quiete) perché la trincea non si richiuda nello scavo. Fra le paratie discontinue si hanno, invece, i pali trivellati (accostati o secanti) e quelli infissi (si inseriscono i pali e poi si scava per addossare il cemento).

Gli interventi indicati negli strumenti di pianificazione

All’interno degli strumenti di pianificazione vigenti sono spesso indicati, accanto alle previsioni urbanistiche, anche interventi che possono essere ricondotti alla difesa del suolo. Attraverso il piano del parco delle cinque terre (Parco nazionale delle cinque terre, 2002), che non è stato mai approvato ma vige in regime di salvaguardia, in quanto adottato, e, in particolare, l’art. 7 delle norme di attuazione, l’ente che lo gestisce, ad esempio, promuove il recupero del territorio terrazzato e di complessiva riqualificazione ambientale, nei progetti di riqualificazione paesistica e ambientale. Si tratta di un buon intento perché il terrazzamento, fra le varie funzioni ha anche quella di regimare pendii instabili perché ne regola la pendenza. Attraverso l’art. 13 si tutelano, in particolare, le aree terrazzate di particolare pregio e i limoneti ammettendo esclusivamente interventi volti alla conservazione e alla valorizzazione. Attraverso l’art. 33, inoltre, si vuole assicurare il mantenimento in efficienza e/o il ripristino del terrazzamento agricolo (opere di sostegno delle terrazze, di regimazione idraulica e sistemazione idrogeologica delle “fasce” e dei corsi d’acqua, sistema di accesso e percorrenze storiche) in quanto mitigano i rischi idraulici ed idrogeologici, attraverso il controllo ed il miglioramento della stabilità dei versanti, la protezione del suolo dall’erosione, la riduzione di apporti solidi ai corsi d’acqua principali. Con lo stesso articolo si favorisce il processo di rinaturalizzazione guidata nelle aree terrazzate abbandonate da molto tempo ed in uno stato di degrado idrogeologico tale da impedire un recupero del terrazzamento a fini agronomici. Con la norma il parco si spinge a “garantire il rispetto della naturale evoluzione idrogeomorfologica di tutti quei versanti che non interagiscono con gli abitati e la rete infrastrutturale ferroviaria, carrabile e pedonale, con particolare attenzione nel evitare di risistemare quelle zone in frana o in erosione accelerata che, non interferendo con altre attività antropiche, garantiscono un apporto di materiale detritico agli arenili”.

Lo strumento urbanistico vigente di Riomaggiore (Comune di Riomaggiore, 1997), restando in ambito locale, è un piano regolatore generale datato che però suggerisce anch’esso alcune modalità appropriate di intervento. Attraverso l’art. 62 che disciplina la zona EA (parti del territorio caratterizzate dalla presenza di nuclei rurali minori di particolare pregio storico e ambientale), l’art. 85 che disciplina le zone E (destinate a fini agricoli), l’art. 90 che disciplina le zone ENA (agricole, naturalistiche e ambientali) e l’art. 92 che regolamenta le zone EB (agricole e boschive), insieme all’art. 172 (specifico sui muri di fascia), ad esempio, sono incentivati i lavori di manutenzione e ricostruzione dei muri di sostegno, da effettuarsi esclusivamente con materiali e tecniche tradizionali.

Nel piano di bacino dell’ambito 19 (Provincia della Spezia, 2003), all’art. 1, si indicano, tra le finalità, che nella sistemazione del dissesto dei versanti e delle aree instabili, a protezione degli abitati e delle infrastrutture, si devono adottare modalità che privilegino la conservazione ed il recupero delle caratteristiche naturali del territorio. Attraverso l’art. 5, inoltre, non si consentono gli interventi che richiedano sbancamenti, riporti e scavi che modifichino negativamente la configurazione morfologica esistente o compromettano la stabilità dei versanti. La realizzazione degli interventi di sistemazione, inoltre, è subordinata, per quanto possibile, all’impiego di tecniche naturalistiche, della rinaturalizzazione degli alvei dei corsi d’acqua e di opere di ingegneria ambientale. Con l’art. 13, negli alvei, si vieta, ogni opera che possa precludere la possibilità di attenuare o di eliminare le cause che determinano le condizioni di rischio. Una carta degli interventi (come in tutti i piani di bacino) indica le aree su cui realizzare opere di difesa del suolo.

Gli interventi di ingegneria naturalistica

Negli ultimi due decenni gli interventi che il prof. Calvino indicava come rimboschimenti e inerbimenti sono stati sviluppati a partire da una disciplina precedentemente chiamata bioingegneria forestale. Si tratta di opere di sostegno e sistemazioni idrauliche in cui ciò che offre contrasto alle spinte del terreno è materia viva come singole piante o porzioni di esse o intere biocenosi vegetali spesso in unione con materiali non viventi come pietrame, terra, legno o acciaio, proprio come in un ecosistema naturale. È chiaro che, anche per questo tipo di opere, l’efficacia è proporzionale alla qualità dello studio sull’evoluzione geomorfologica che viene redatto in precedenza.

Nelle sistemazioni idrauliche, pur senza scendere nei particolari, si può dire come sia importante, preliminarmente, la rimodellazione degli alvei artificializzati. Bisogna cioè diversificare la morfologia dell’alveo per ripristinarne l’andamento meandriforme che riduce la velocità di scorrimento delle acque e quindi l’erosione. In secondo luogo occorre diversificare la morfologia stessa dell’alveo in senso verticale facendo si che esso possa comprendere vegetazione ripariale, scogliere rinverdite, lungo la sponda esterna soggetta ad erosione, alveo di magra e di massima piena, vegetazione erbacea e arbustiva su depositi fini, lungo la sponda interna di deposito dei sedimenti. Le scogliere, le briglie e le sponde in massi o legname e pietrame devono contenere talee e piante fra gli elementi lapidei. Una sistemazione tipica è la fascinata viva spondale contenente salici e tamerici. La copertura diffusa contiene soprattutto specie arbustive. La ribalta viva è costituita da un’alternanza di fascinate e gradonate. Le gabbionate spondali vanno sempre rinverdite con talee.

Fra le sistemazioni adatte sia alle sistemazioni idrauliche sia alle opere di sostegno vi sono le palificate in legname, anche a doppia parete, con talee e piante di latifoglie. Le terre armate e/o rinforzate hanno il pregio di inserirsi con immediatezza nel paesaggio. L’osservazione, tuttavia, dimostra che quando il paramento di valle raggiunge la pendenza limite di 60° – 70° o, addirittura la supera, oppure quando il dimensionamento non viene eseguito correttamente o sulla base di dati di partenza errati o ancora la massa di terra da sostenere è mal compattata, può rivelarsi un boomerang, come è probabilmente accaduto nel caso del terrapieno costruito sopra Vernazza prima dell’alluvione del 2011. Molto frequenti sono i rivestimenti vegetativi con bio – stuoie inerbite e le fascinate rinforzate.

Fra le opere di sostegno possiamo elencare gli interventi preparatori che consistono nel consolidamento al piede mediante palificata, gabbionata o scogliera, successivi scoronamento, riprofilatura del terreno , stabilizzazione superficiale e rinverdimento con grate vive, palizzate e gradonate. Nell’ambito di questi interventi, di frequente uso sono le semine e le idrosemine, le reti, i feltri e le stuoie di cocco, juta, legno e carta (o sintetici), le fascinate vive, le viminate, messa a dimora di talee perpendicolari al pendio, gradonate, cordonate e grate vive, fascinate drenanti, palizzate semplici e in legname, graticciate.

Negli interventi di ingegneria naturalistica il limite maggiore consiste nell’ancora poco elevato livello di calcolo nella progettazione, anche per una certa ritrosia dei progettisti ad adottare tali tecniche. A questo occorre aggiungere la difficoltà per le piante di raggiungere subito con le radici il substrato roccioso cui ancorarsi. In tutti questi interventi è importante recuperare il materiale pietroso, legnoso e vegetale direttamente in posto, fatto che consente sia di risparmiare sui costi sia, soprattutto, di riprodurre condizioni più naturali.

I muri a secco e i terrazzamenti

Fra le opere di sostegno passive, i muri a secco, i ciglioni e, in generale, i terrazzamenti e le fasce possono essere considerati come strutture deformabili e ricche di giunti. Attraverso il terrazzamento, come sopra accennato, l’erosione può essere controllata modificando le caratteristiche geometriche del versante (Basciani et al., 1997; Brancucci et al., 2000; Parco nazionale delle cinque terre, 2007, vedi figura; Regione Toscana, 2010). In pratica, si modificano la lunghezza e la pendenza del versante, riducendo la superficie libera disponibile per il ruscellamento lungo il pendio, limitando il fenomeno della concentrazione dell’acqua, quindi dell’erosione, favorendo l’infiltrazione e la disponibilità di acqua per le colture. Dopo un certo tempo dalla sua realizzazione, la fascia diventa parte del sistema naturale e tende quindi, se non mantenuta, a subire la demolizione da parte degli agenti esogeni attraverso l’inevitabile erosione. A questo punto tutto il materiale che per tanto tempo è stato sottratto al processo erosivo diventa disponibile per essere mobilitato creando un pericolo. Nel frattempo i corsi d’acqua, diventati più stretti, non hanno più la capacità di trasportare verso mare i depositi accumulati se non in occasione di precipitazioni particolarmente violente. Occorre pertanto un’urgente opera di recupero perché la mera sostituzione con muri di cemento, peraltro insostenibile dal punto di vista paesaggistico, porta numerosi svantaggi dal punto di vista della disciplina delle acque. I muri di cemento, infatti, tendono ad appesantire il deposito di versante contribuendo alla sua instabilità, specie per coltri di elevato spessore. Anche l’umidità del terreno verrebbe alterata dalla bassa permeabilità degli stessi.

I muri a secco, tuttavia, hanno un punto di debolezza nella limitata pressione di controspinta attraverso cui contrastano quella del terreno. A tale fragilità si deve ovviare limitandone l’altezza (che è sempre proporzionale all’instabilità). Un’alzata di due metri, al massimo, e una pedata pari all’alzata nei tratti in pendenza o superiore nei tratti a minore inclinazione, può essere garanzia di buona tenuta. Occorre inoltre agire quando i fenomeni di spanciamento e crollo sono ancora allo stato embrionale, con pazienti interventi di ricucitura. Gli sgravi fiscali ai proprietari dei terreni, in questa epoca di crisi, sembrano un incentivo possibile per andare incontro alle possibilità dei proprietari ma l’intervento con fondi pubblici sarebbe ancora più importante facendo il confronto con il valore economico dei danni alluvionali sempre più frequenti e spesso a carico dello stato. I giovani dovrebbero dedicarsi a tale attività, magari imparando dai vecchi che ancora volentieri sono disponibili per trasferire loro le conoscenze di base. Anche in questo caso, però, dovrebbe essere cura di un soggetto pubblico l’adeguata formazione di maestranze in questo campo. Il principio di base, in fondo, è semplice: usare grandi pietre per la base, via via più piccole verso l’alto, con la faccia piatta rivolta verso l’esterno e, mano a mano, addossare loro un vespaio drenante e in ultimo il terreno. Le pietre devono essere reperite in loco e ciò abbassa i costi di intervento.

Conclusioni

La frana del 24/09/2012 è stata causata, probabilmente, oltre che da diversi fattori predisponenti e innescanti, come l’alta pendenza, lo stato di fratturazione della roccia e un’azione termo – clastica, anche da un precedente intervento con rete paramassi poco studiato o sottodimensionato o mal realizzato. Spesso è un problema di disponibilità economica ma a volte, purtroppo, vengono scelte dimensioni del masso “di progetto” senza valutare approfonditamente la frequenza spaziale delle fratture (rilievo geomeccanico). La volumetria del masso di progetto più frequente, ad esempio, è quella di un metro cubo a fronte di frane di crollo osservate costituite da blocchi dalle volumetrie ben maggiori (in questo caso almeno tripla). Non è stato, ad ogni modo, previsto il rimbalzo che lo ha fatto fuoriuscire dalla rete. Il versante che ha rilasciato il masso è, del resto, di una pendenza tale da non permettere altro tipo di interventi che quelli già realizzati, meglio progettati e, semmai, un prolungamento della galleria artificiale sottostante. È importante, comunque, che, almeno nei sentieri a pagamento la manutenzione sia programmata con maggiore efficienza.

Per quanto riguarda il paesaggio terrazzato sui versanti, invece, non mancano le indicazioni e le proposte sia accademiche sia di pianificazione che, qualora ben applicate, possono correttamente indirizzare gli interventi nel senso di una appropriata difesa del suolo. Molti strumenti, anche quelli di pianificazione, dovrebbero essere, però, più incisivi e contenere meno casi di deroga che in parte vanificano e contraddicono le norme di indirizzo generale. Gli interventi, inoltre, quando entrano in conflitto con la disciplina dell’attività edilizia, non devono passare in secondo ordine, specie in un parco dove la missione principale è quella della conservazione. Occorre pertanto mantenere i muretti a secco nelle zone di pregio e rifarli arretrando, in caso di frana o erosione, per assecondare il processo naturale (inarrestabile). Nella zona intermedia possono essere ammessi consolidamenti con strumenti meno costosi del muretto a secco? È difficile rispondere: in linea di massima no ma sulla base di specifici studi potrebbero essere individuate piccole aree presso le abitazioni in cui ammettere, ad esempio, l’uso della malta e le altre tecniche di ingegneria naturalistica. Il recupero dei terrazzamenti è sempre positivo? Si se serve a regimare una frana, no se nel frattempo si è spontaneamente ricostituito un embrionale bosco di lecci. Nelle zone marginali (e alte) o dove il leccio tende a prendere il sopravvento, perciò, tornare alla vite sembra esporre il suolo a un’erosione più veloce mentre il semplice mantenimento del muro a secco può essere l’unica opera possibile insieme al ripristino spontaneo del bosco.

Resta il problema delle aree edificate. Lo spazio per fare gli interventi è poco laddove si è stretti tra case e strade. Sembra, però, ad esempio, da evitare in assoluto, per il futuro, la realizzazione di terrapieni lungo le strade (come quello sopra Vernazza) al fine di non aumentare artificiosamente le volumetrie di coltre detritica già ingenti sulle fasce. Per la parte di fondovalle, infine, anche se è chiaro che bisogna scendere a patti con l’artificializzazione attuale del territorio, nulla vieta che si possa mettere in campo un’opera di recupero degli ambiti fluviali anche a lato di quanto catastalmente definito, per implementare quello che in giurisprudenza viene chiamato demanio imprescindibile dello stato, al fine di realizzare, ovunque possibile, interventi di rinaturalizzazione e allargamento delle sezioni fluviali.

RIFERIMENTI

Basciani A., Brancucci G., Calcagno Maniglio A., Capizzi L., Ghersi A. e Ruggiero E., 1997. The influence of the “terraced lands” on the stability of the Ligurian slope. Suppl. di Geografia fisica e dinam. quat., supp. III tomo I, abstracts, 4th Int. conf. on geomorphology, Bologna 28/8-3/9/97, pag. 70.

Brancucci G., Ghersi A. e Ruggiero E., 2000. Paesaggi liguri a terrazze. Riflessioni per una metodologia di studio, Alinea Ed., 64 pp.

Calvino F., 1987. Introduzione alla geologia applicata alle costruzioni. Dispense del corso di geologia applicata, Università di Genova.

Comune di Riomaggiore, 1997. Piano regolatore generale. Approvato con decreto Presidente della Giunta Regionale n. 350 in data 26.05.

Parco nazionale delle cinque terre, 2002. Piano del Parco, adottato con delibera dalla Regione Liguria n.488 del 24 Maggio.

Parco nazionale delle cinque terre, 2007. Manuale per la costruzione dei muri a secco, life00env/it000191, http://www.alpter.net/IMG/pdf/MANUALE.pdf, 62 pp., visto il 16/10/2012.

Provincia della Spezia, 2003. Piano di bacino – ambito 19. Autorità di bacino regionale, Provincia della Spezia.

Regione Liguria e ARPAL, 2011. Mappa dei sensori di Precipitazione. Corniolo, http://93.62.155.214/~omirl/WEB/mappa_sensori.html?para=rai, 29/09/2012, vista il 29/09/2012.

Regione Liguria, 2012. Repertorio Cartografico, inventario dei fenomeni franosi – progetto iffihttp://www.cartografiarl.regione.liguria.it/CartoWebNet/CwMappa.aspx?codice_applicazione=1, vista il 15/10/2012.

Regione Toscana, 2010. Programma di sviluppo rurale 2007 – 2010. Boll. Uff. Regione Toscana, http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/documents/2010/09/01/118f129f8b250b4d7c1986e1715da929_216.pdf, , n. 35, allegato A, 89 – 98.

Frane e inondazioni: prima studiare, poi intervenire
1 vote, 5.00 avg. rating (90% score)

Rispondi