ILVA Story Commenti,Contemporanea-mente

di Alessandra Fava

Il ricatto in Italia, chissà perchè è sempre lo stesso: volete l’occupazione? Tenetevi un po’ d’inquinamento. Dalle nostre parti l’industria pulita è un miraggio. Anzi molto spesso si accetta che le aziende inquinanti non siano sottoposte a controlli veri e neppure a restyling anche quando le nuove tecnologie lo permetterebbero. Perchè? E’ troppo costoso. Per il padrone s’intende. Uguale: far l’imprenditore in Italia spesso vuol dire guadagnare finchè si può, non spendere per il benessere pubblico e ricorrere alla cassa integrazione per tener buoni sindacati e lavoratori.

L’esempio dell’Ilva di Taranto è particolarmente interessante. La magistratura a luglio ha sequestrato sei impianti di acciaierie a caldo perchè hanno delle emissioni inquinanti che ammorbano la città e causano malattie. Il reato ipotizzato dal gip Patrizia Todisco è disastro ambientale. L’inchiesta ha però messo in luce anche che l’azienda vinceva tutti i ricorsi contro l’Asl al Tar di Lecce e sopratutto pagava un perito nominato da un pm di Taranto per indagare sulle emissioni di diossina, ma sul passaggio della famosa busta di 10 mila euro all’autogrill l’azienda dice che era un’offerta per la chiesa cattolica. Alla notizia del sequestro i sindacati insorgono difendendo 11.500 posti di lavoro, tra amministrativi e operai. L’intero gruppo ne occupa 21.700 in 8 paesi. Manifestazioni, scioperi, nei quali, semplificando, gli operai dicono: sì alla bonifica, no alla chiusura.

Alla fine d’agosto il tribunale del riesame rimette in carica il presidente dell’Ilva Ferrante con gli stessi poteri degli altri tre custodi nominati il 25 luglio dal gip, insiste sulla bonifica e in pratica annulla il sequestro. Quindi ora l’Ilva dovrebbe bonificare il sito. Il consiglio d’amministrazione ha stanziato alla fine d’agosto 146 milioni di euro di cui solo 90 disponibili alla spesa: serviranno a detta dell’azienda a ridurre polveri e benzopirene ”nei punti più critici del processo ”.

Dalle notizie emerse si tradurrebbe in campionamento della diossina del camino E312, installazione (forse) della barriera antipolveri tra la fabbrica e il quartiere Tamburi, installazione di videocamere per permettere ai custodi di sorvegliare il sito 24 ore su 24, installazione lungo il perimetro della fabbrica di quattro centraline di monitoraggio della qualità dell’aria. Ma i milioni non bastano certo per una bonifica integrale e Ilva ha già detto che il resto è a carico dello Stato, uguale: di noi cittadini.

Al momento la discussione verte su come gestire i parchi minerali (75 ettari dove si calcola si sollevino senza controllo 700 tonnellate di materiale all’anno) vicino al rione Tamburi. Ma nelle intercettazioni la soluzione della barriera antipolveri era molto caldeggiata dall’azienda mentre anche oggi l’Arpa pensa non sia efficace. La copertura totale dei parchi però pare sia troppo costosa. Sull’argomento deciderà il ministero dell’ambiente con l’Autorizzazione integrata ambientale attesa per la fine di settembre. In tutta la storia l’unico che ne esce dignitosamente è il direttore dell’Arpa insultato a più riprese nelle telefonate. Non si capisce invece come la Regione Puglia possa chiamarsi fuori dai controlli del passato. Intanto la gente crepa: nei quartieri limitrofi all’acciaieria quattro volte di più che nel resto della città (http://www.epiprev.it/attualit%C3%A0/ilva-saperne-di-pi%C3%B9#doc-perizia-epi). Ci sono stati 386 morti negli ultimi dieci anni e molti ricoveri ospedalieri anche per tumori maligni e tumori infantili.

Era la stessa storia a Genova, dove nel quartiere di Cornigliano c’è un sito Ilva. Ma la fabbrica di Taranto è più grande, è ancora funzionante il reparto di agglomerazione, mentre a Genova le cokerie chiusero già nel 2002. I monitoraggi eseguiti da associazioni ambientaliste e comitati dal 1994 avevano infatti dimostrato che chi abitava entro 1.900 metri dalla cokeria respirava benzopirene quasi sestuplicato rispetto al tetto massimo previsto per legge (5,6 nanogrammi in un metro cubo d’aria contro 1). Nel 2006 fu spento definitivamente l’altoforno 2 e da allora l’inquinamento è crollato. Intanto però la famiglia Riva è riuscita a tenersi quasi tutta l’area della vecchia Italsider, compresi i moli d’attracco, grazie a un accordo di programma con gli enti locali del 2005 che prevedeva la bonifica del sito, l’installazione di nuovi capannoni e l’assunzione di nuovi operai.

In realtà la bonifica a carico dell’azienda non è mai stata fatta, i nuovi impianti si sono tradotti in un paio di nuovi capannoni e intanto una parte delle aree portuali sono state affittate per anni a un noto imprenditore come deposito container. Ora l’Autorità portuale rivuole indietro una parte delle aree, così i container sono spariti.

Il ricatto sono i posti di lavoro di 1.770 operai a Genova più 900 a Novi Ligure. Posti di lavoro per modo di dire visto che gran parte dei dipendenti genovesi sono in cassa integrazione dal 2008 (oggi sono 900 su 1.750) e si parla di 400-500 esuberi in autunno. In teoria a Genova, la cassa avrebbe dovuto finire già nel 2009 ma il gruppo Riva è riuscito a convincere i politici della crisi del settore, la crisi mondiale e così via e l’azienda ha continuato a godere degli ammortizzatori sociali per tutti questi anni.

Per altro sull’acciaieria di Genova c’è stato anche un processo che ha accusato Riva di inquinamento ambientale tra il 2001 e il 2004, ma alla fine la corte d’appello ha rimandato gli atti alla procura e i reati sono finiti prescritti già nel 2010. Quindi in Italia se inquini è anche facile che te la cavi senza troppi danni.

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