PIL e indici del benessere Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Maria Rosa Zerega

“Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle (…) Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. (…) Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
Bob Kennedy, Università del Kansas (1968)

Gli indici del benessere

Da allora, ripetutamente ci si è chiesti se il benessere di un paese potesse essere misurato con un indice. Le critiche, condivise dalla maggior parte degli economisti e della classe politica non hanno però mai portato a riesaminare le statistiche nazionali.

Il Prodotto Interno Lordo non è un indice della qualità della vita, misura solamente la quantità di produzione economica di uno stato, misura il valore di mercato dei beni finali e dei servizi prodotti nel corso di un anno, in termini assoluti e pro capite. Il Pil, quindi, non esaurisce l’esame sulle condizioni di vita e di sviluppo complessivo di un paese.

Non tiene conto delle disparità individuali e sociali, non considera il livello di garanzia dei diritti di un popolo, è indifferente alle condizioni di lavoro e a chi lavora, infatti non rileva se la produzione è opera di bambini o fondata su proventi del crimine. Non valuta la qualità dell’istruzione, né l’assistenza sanitaria e sociale, né il lavoro di cura, né le discriminazioni di genere.

In effetti il livello di benessere non si misura facilmente, perché deve tener conto di una serie di indicatori (salute,istruzione,sicurezza, lavoro, altre attività personali, partecipazione alla vita politica, relazioni sociali, ambiente…) che è difficile concentrare in un unico indice.

Il dibattito si è diffuso con l’arrivo dei movimenti no e new global nel 2000.

Le Nazioni Unite calcolano annualmente l’Indice di Sviluppo Umano (ISU o HDI in inglese) che prende in considerazione la speranza di vita, l’educazione e il Pil.  Nel 2007  la Commissione europea ha lanciato una riflessione per superare il Pil, ma il dibattito  è diventato mondiale quando, nel 2008, il presidente francese Sarkozy ha chiesto a una commissione formata da una trentina di economisti e presieduta da premi Nobel come Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jan Paul Fitoussi, di studiare e proporre alternative al Pil. Ci si aspettava una nuova misura semplice e diretta, ma allo stesso tempo, più complessa del Pil, invece la Commissione ha dato 12 raccomandazioni piuttosto generali di cui tener conto per valutare il benessere. Per esempio ha indicato di guardare al reddito e al consumo, piuttosto che alla produzione; di prendere in considerazione il reddito familiare; di non trascurare le attività non di mercato, come i servizi prodotti dalla famiglia…

La commissione Sen-Stiglitz ha portato comunque il dibattito a un livello politico di primissimo piano. Anche il presidente Usa  Barack Obama ha scelto diversieconomisti della felicità per il suo team. In Italia sono gli economisti Stefano Zamagni (Bologna) , Luigino Bruni e Pier Luigi Porta (Milano) ad occuparsi di economia del benessere.

Gli obiettivi

Il metodo utilizzato per conseguire i nuovi indici è, però sempre lo stesso: si cercano gli strumenti di misura senza esplicitare gli obiettivi che si vogliono perseguire. Misurare il progresso, come è il caso del Pil, significa perseguire il progresso.

La crescita continua corrisponde agli obiettivi che ci prefiggiamo?

Il modello di sviluppo a crescita esponenziale, misurato dal Pil, dal 2008 si è rivelato fallimentare. Gli strumenti di misura a disposizione non ci hanno neppure avvertito che il cammino di crescita del periodo pre-crisi era vuoto, costruito su disuguaglianze e bolle speculative.

Abbiamo dovuto constatare che la crescita continua ha creato profonde disuguaglianze fra paese e paese, forme odiose di sfruttamento,  impoverimento, disoccupazione e nuove insicurezze fra i ceti medi delle economie sviluppate.

Prima di parlare di strumenti di misura, non sarebbe più opportuno chiederci quali sono i fondamenti dello sviluppo sociale che ci prefiggiamo? Invece di affidare la scelta implicita delle priorità sociali ai tecnici che costruiscono gli indicatori, non sarebbe più opportuno pensare a espliciti obiettivi politici?

Secondo Amartya Sen, se si vuole andare oltre al Pil, è necessario cambiare l’ordine e il valore delle cose. Anziché mettere al primo posto i mezzi per vivere bene, mettere la vita reale che le persone riescono a condurre. Sten sostiene inoltre che l’effetto della crescita economica dipende in gran parte dal modo in cui vengono usati i risultati di tale crescita.

L’esigenza, quindi, è scegliere  le categorie del benessere e della qualità sociale ( per esempio ambiente, istruzione, salute, sicurezza personale, sicurezza economica…), costruire per ciascuna un indicatore significativo, affiancare questi indicatori sociali a un nuovo Pil e soprattutto scegliere la combinazione ottimale che si può assumere come obiettivo. Tale obiettivo diventerebbe il punto di riferimento dell’azione politica.

Comporre il divario fra Pil e qualità sociale, equivale a riequilibrare il rapporto fra mercato e società. Non si tratta quindi di un mero problema tecnico, ma di una formidabile proposta politica per una moderna società del benessere.

La storia di un paese lontano

Il Bhutan, paese con poco più di 600mila abitanti, desidera stare in un felice isolamento: fino al 1999 erano vietate le televisioni e i turisti vengono annualmente contingentati. E’ vietato il fumo nei luoghi pubblici e il governo promuove sani stili di vita. E’ un regno sostenuto economicamente dall’India che fa di questo stato pacifico, un  cuscinetto con la Cina. La religione di stato è il buddhismo mahayano.

In Bhutan il re ha introdotto il FIL, Felicità Interna Lorda. Gli indicatori del Fil sono: benessere psicologico, educazione, tutela dell’ambiente, cultura tradizionale, ore di sonno e di lavoro, vitalità della comunità e performance del governo.

Non illudiamoci: noi non viviamo in questa favola.

Immaginiwww.greenreport.it – www.unannodifelicita.it –

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