Il granturco come “diverso” Cultura,In Evidenza,Libri

di Paola Sartoni

Il titolo non è quello del libro di cui voglio parlare, ma deriva da una riflessione che il suo autore, lo storico dell’economia Roberto Finzi fa, intervistato sul “Corriere delle Sera” da Claudio Magris, a proposito del “protagonista”, appunto, di questo libro: “Sazia assai ma dà poco fiato. Il mais nell’economia e nella vita rurale italiana. Secoli XVI-XX” /Edizioni CLUEB (costo 20 euro).
Come il frumento ha avuto in Europa un grande significato spirituale (ad esempio per i Misteri Eleusini in Grecia o attraverso il Vangelo per i Cristiani), così il mais appare nei testi sacri dei Maya e nelle opere successive come elemento base della loro struttura fisica, della loro musica (le percussioni dei tamburi che ne scandiscono la macinazione), della loro intera cultura contrapposta a quella degl’invasori. Ma in Europa appare inizialmente come “granturco”. Perché mai – si domanda Finzi – “turco” un cereale che viene dall’America? E riflette sul fatto che, fino alla sconfitta dei Turchi Ottomani sotto le mura di Vienna nel 1683, il “turco” era l’altro, il diverso, il forestiero e pure il nemico per eccellenza. Così prosegue: “Oltre al mais, altre piante che hanno attraversato l’Atlantico, come il fagiolo e il peperone, vengono indicate come “turche”. Quanto non è cristiano, evoca la terribile angoscia del “nemico interno”. Ed ecco che, ad esempio, in Catalogna correva la voce che pomodori e peperoni fossero velenosi e che fossero stati portati con loro dai Mori, di modo che erano morti più Catalani per averli mangiati che in battaglia”.
Incuriosita, mi sono accostata al libro di Finzi che racconta di come il mais conquisti l’Europa e soprattutto l’Italia, rappresentando il piatto tipico delle campagne povere ma portando con sé anche la terribile pellagra, conseguenza della mono-dieta di questo alimento (privo di niacina, ossia vitamina B3 o PP, in grado di prevenire l’insorgere della malattia). La pellagra, associata anche al “vampirismo” nel popolino, comporta disturbi di tipo cutaneo e interno, reazioni alla luce del sole e degenerazione dei tessuti; causa progressivo indebolimento (“dà poco fiato”) e risulta mortale. A lungo ne hanno discusso scienziati e antropologi, persino l’immancabile Lombroso, per teorizzare la degenerazione e l’inferiorità psichica dei “villani”, prima di arrivare a scoprire i danni di un’alimentazione povera di proteine che riempiva la pancia ma svuotava di ogni umore.
Il libro diventa la storia di una parte consistente della popolazione italiana attraverso i secoli; delle condizioni di salute e dei rapporti di lavoro, della vita quotidiana fatta di abitudini, ignoranza, superficialità medica, superstizioni e miseria.
Fino ad arrivare ad oggi, allorché – come nota anche Magris – il libro sottolinea “certe inquietanti conseguenze del mais transgenico e le incognite della manipolazione genetica, che pure fornisce tante risorse”. La domanda è se il mais rappresenti “l’esempio simbolico della dialettica del progresso, delle liberazioni e dei disastri che ci possono arrivare dalla tecnica”. E la risposta di Finzi, che si rifà addirittura ad Adam Smith e al suo testo del 1776, La ricchezza delle nazioni, è che i sospetti verso prodotti che pure hanno fatto progredire l’Europa non sono, come a lungo s’è detto, frutto della sola ignoranza. “La diffidenza verso il progresso – conclude – non è dunque aprioristica; è il risultato di un’esperienza. I mais ibridi sono stati un grande progresso, ma hanno creato nuove dipendenze. Non è infatti possibile piantare un seme di mais ibrido e ottenere un nuovo mais ibrido, sicché il diretto coltivatore deve di anno in anno comperare le sementi. Per i transgenici nessuna ripulsa, ma precauzione sì”. Insomma, basta coi sospetti verso il Gran Turco, ma verso il Nuovo Mais forse sì.

Foto tratta da:
maismarano.it

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