Rio+20, il futuro che vedremo Commenti,Contemporanea-mente

di Alberto Zoratti*

Nulla di nuovo sotto il sole brasiliano. O quasi. L’ultimo vertice su ambiente e sviluppo delle Nazioni Unite, accorciato a “Rio+20” perché a 20 anni dal primo Earth Summit di Rio de Janeiro, non ha fatto altro che confermare i timori dei mesi che lo hanno preceduto: nessun avanzamento sostanziale sulle cose che contano e lo sdoganamento di un modello di sviluppo che, stando alle evidenze, è sempre più insostenibile e sull’orlo del collasso.

Mesi di negoziati non sono serviti a definire una vera Road map sostenibile di uscita dalla crisi. “The future we want” (il futuro che vogliamo), il documento finale che è stato approvato, e che è uscito dalle stanze di Rio de Janeiro con le stesse parole con cui è entrato all’apertura del vertice, non solo pecca di una bassa ambizione e di una genericità che non muove una foglia, ma sottolinea la centralità dei mercati e l’importanza del privato nel risolvere quei problemi che lo stesso mercato ha creato. Rio+20 ha sancito il disimpegno totale della politica dall’assunzione di responsabilità condivise, abdicando nei confronti di un’economia, e soprattutto di quei soggetti che la trainano come le grandi imprese o le lobbies delle élite economiche (di tutto il mondo) che sempre più stanno trovando spazio nei luoghi che contano.

La Green economy diventa la panacea per uscire da una crisi di modello, ma senza modificarne gli assetti sostanziali. Le liberalizzazioni, ed il ruolo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (la Wto) soprattutto in certi ambiti (come le produzioni agricole) sono presentate come uno strumento necessario a raggiungere la sostenibilità economica, sociale ed ambientale, come se la questione dei diritti e delle responsabilità sia una variabile dipendente dalla capacità di fare profitti.

Per questo Rio+20 non può essere definito un fallimento tout-court, perché se non è stato capace di dare risposte efficaci e vincolanti su temi di carattere globale (come il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità, i diritti del lavoro) ha sdoganato definitivamente il settore privato e gli interessi che porta con sé come il principale attore dello sviluppo futuro. La centralità passa alle partnership pubblico privato, a partire dalla cornice del Global Compact Onu, dove lo sbilanciamento nei confronti del business è sotto gli occhi di tutti. Non è un caso che grandi imprese si siano date appuntamento a Rio de Janeiro in corrispondenza del vertice, per presenziare e condizionare con la loro presenza gli andamenti di quelle giornate. E non è un caso che una grande corporation come Eni abbia scelto il palcoscenico brasiliano per dichiarare la propria totale contrarietà ad una maggiore regolamentazione delle prospezioni petrolifere nel Mediterraneo.

Ma Rio non è solo il disimpegno della politica davanti al privato. E’ anche la crisi profonda che attraversa il multilateralismo, e che si evidenzia sempre di più anche nelle Conferenze delle Parti Onu sul clima, dove la comunità internazionale non riesce a trovare una quadra capace di far fare passi avanti ad una lotta, quella della sostenibilità ambientale e sociale, che si fa sempre più dura. Le nuove potenze emergenti, o già emerse, che fanno parte del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno scelto di sposare il modello di sviluppo che conosciamo, nelle classifiche delle corporations sui principali periodici economici statunitensi si parla sempre più indiano e cinese, e la fame di mercati e di profitti contagia tutti, indipendentemente dalla localizzazione geografica. Lo scontro sui tavoli negoziali così si riduce non ad un confronto di modelli, ma ad un conflitto di interessi, dove le varie situazioni di stallo sono direttamente proporzionali ai problemi sul lato della reciprocità economica.

Le vie d’uscita non sono semplici né immediate. In questo scenario giocano un ruolo fondamentale i territori, la società civile ed i movimenti ed anche le autorità locali. Dal basso è possibile fare molto, costruendo percorsi virtuosi di transizione ecologica dell’economia e mettendo in rete ed in condivisione queste esperienze con quelle di altre parti del mondo. Una grande alleanza tra le parti più sostenibili ed eticamente orientate della società (del no profit, del profit e della politica locale) è un punto di partenza necessario, ma non è sufficiente. Tutto questo va inserito in una visione strategica dove i luoghi della decisione globale (come l’Onu o la Wto) vengono partecipati con l’obiettivo di condizionarli, renderli trasparenti ai più, monitorarli. Le migliori esperienze di economia sociale ed ecologica rischiano di essere spazzate via da un accordo di libero scambio approvato sopra le nostre teste. Per questo, a fianco della costruzione delle alternative è necessario lavorare per cambiare le regole del gioco, passando dall’essere esperienze virtuose all’agire come soggetti sociali.

E’ il messaggio che ci giunge da Rio dal vertice dei movimenti sociali, la Cupula dos Povos. Ricostruire reti orizzontali, basate sui territori, senza leaderismi né autoreferenzialità. Ad un modello di sviluppo complesso ed insostenibile servono risposte plurali e coordinate, Rio de Janeiro, nella difficoltà che lo ha contraddistinto, potrebbe essere paradossalmente un nuovo punto di partenza.

*Fairwatch
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Immagini tratte da http://www.rizeup.it/wp-content/uploads/2012/06/rio20.jpg, ,www.panorama.it


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