Viaggio tra le fabbriche recuperate in Argentina Analisi,Contemporanea-mente

di Aldo Marchetti

L’esperienza delle fabbriche recuperate in Argentina è abbastanza nota anche in Italia grazie alla pubblicazione di alcuni testi: R.Rizza, J. Sermasi, Il lavoro recuperato (Bruno Mondadori 2008), F. Vigliarolo, Le imprese recuperate (Altraeconomia Edizioni 2011); E. Corona, Lavorare senza padroni (EMI 2011), J. Rebòn, R. Salgano, Le imprese recuperate dai lavoratori in provincia di Buenos Aires: un bilancio in prospettiva emancipatoria, Sociologia del lavoro, n° 123, 2011. In Argentina la letteratura sull’argomento è molto vasta e il fenomeno viene seguito da un Osservatorio gestito dall’ Istituto di ricerche Gino Germani di Buenos Aires e dal Programa Facultad Abierta dell’Universidad de Buenos Aires.

La storia, in breve

E’ utile tuttavia ricordare le caratteristiche del fenomeno. Si tratta di poco più di 200 imprese che occupano circa 10.000 lavoratori e che durante la crisi economica argentina, che ha avuto il suo culmine nel 2001-2002, avrebbero dovuto chiudere in seguito all’abbandono da parte dei proprietari o al fallimento e che invece sono state occupate dai dipendenti e hanno ripreso la produzione in regime di autogestione e successivamente attraverso la costituzione di cooperative di lavoro. Le imprese sono generalmente di piccole e medie dimensioni, appartengono ai più diversi comparti industriali e dei servizi e sono cresciute di numero nell’ultimo decennio, al saldo tra quelle, poche, che hanno dovuto chiudere e quelle che si sono aggiunte al gruppo originario. Inoltre il fenomeno si è ampliato ad altri paesi del Sud America (Brasile, Perù, Uruguay, Venezuela) tanto che nel 2005 è stata tenuta a Caracas la I° Conferenza internazionale delle fabbriche recuperate. Va aggiunto che in Argentina le imprese recuperate hanno continuato l’attività nonostante la ripresa vigorosa che l’economia del paese ha registrato nel decennio scorso, quando avrebbero potuto essere acquistate da nuovi proprietari oppure fallire di fronte alla rinnovata concorrenza del mercato interno ed estero. Inoltre nel corso degli anni si sono organizzate in associazioni di rappresentanza di diverso orientamento politico e culturale, costituendo nel loro insieme un nuovo soggetto nel sistema di relazioni di lavoro pubblicamente riconosciuto accanto al sindacato egemone CGT e ad altri sindacati sorti in questi anni come la CTA.

Tenendo conto della durata dell’esperienza e del numero di imprese coinvolte è possibile ritenerlo un fenomeno nuovo e peculiare nella storia del movimento operaio. Anche in passato si sono avuti cicli di occupazioni di stabilimenti industriali, talvolta con la ripresa della produzione sotto il controllo operaio (Prima fase della rivoluzione russa; biennio rosso in Italia; rivoluzione del 1918 in Germania e Austria; guerra civile spagnola soprattutto in Catalogna ad opera del movimento anarchico; 1936 in Francia agli esordi dell’esperienza del Fronte Popolare; i Consigli di gestione in Italia; l’occupazione delle fabbriche in Giappone nell’immediato secondo dopoguerra), ma si è sempre trattato di episodi legati a momenti rivoluzionari o a situazioni di guerra che si sono rapidamente conclusi. E’ possibile trovare un precedente dell’esperienza argentina solo nell’occupazione di un certo numero di imprese in Italia durante la crisi economica del 1974-75 che aveva riacceso temporaneamente il dibattito sui temi dell’autogestione ma che ha avuto anch’essa una durata molto breve.

Le caratteristiche argentine

Le fabbriche recuperate argentine sono quindi un’esperienza nuova per estensione e durata. La loro origine risale alla crisi economica estremamente grave dell’inizio del decennio scorso quando molti imprenditori trovarono più redditizio chiudere gli stabilimenti per investire i capitali nel mercato finanziario, trasferire i fondi all’estero o spostare di nascosto macchinari e impianti in sedi nuove oppure semplicemente fallirono. La reazione dei lavoratori in molti casi fu quella dell’occupazione delle fabbriche per impedirne lo svuotamento e della continuazione della produzione poiché l’unica alternativa consisteva nel perdere, con il posto di lavoro, ogni possibilità di garantirsi un reddito, non esistendo istituti paragonabili alla cassa integrazione guadagni o alla indennità di disoccupazione ed essendo impossibile trovare impiego in una situazione di disoccupazione di massa.

L’occupazione delle imprese è avvenuta spesso attraverso conflitti aspri con le forze dell’ordine e gli ufficiali giudiziari che per iniziativa dei vecchi proprietari cercavano di rientrare in possesso degli stabili e dei macchinari. Le assemblee di quartiere, il movimento dei disoccupati molto forte e organizzato, gruppi studenteschi e organizzazioni di insegnanti si mobilitarono attorno alle aziende occupate per appoggiare le lotte e garantire l’autodifesa in caso di sgomberi e di attacchi della polizia. Il primo passo quindi è consistito nella difesa degli impianti e nella garanzia della loro agibilità da parte dei lavoratori. Il secondo è stato quello dell’ottenimento del decreto di esproprio da parte della magistratura locale in base alla legge sui fallimenti che consentiva in via teorica l’esproprio di un bene di interesse pubblico. Si trattava in realtà di un uso piuttosto capzioso di una norma di legge alla quale una parte della magistratura ha fatto ricorso per permettere la continuazione dell’autogestione in una situazione sociale di estrema gravità, nella quale l’aumento della disoccupazione rappresentava, tra l’altro, un problema di ordine pubblico. Il terzo passo, una volta ottenuto il decreto di esproprio, è stato quello della costituzione di cooperative di lavoro che consentivano, agli occhi della magistratura, la continuazione dell’attività e offrivano vantaggi dal punto di vista fiscale e della liberatoria dai debiti contratti dalla gestione precedente.

La ripresa della produzione ha rappresentato un’altra fase irta di difficoltà poiché si trattava di rimettere in funzione macchine e impianti da tempo inattivi, riprendere i contatti con fornitori e clienti, creare un nuovo mercato, sopperire all’assenza di personale tecnico e amministrativo allontanatosi dall’impresa nella fase di recupero. Anche in questo caso la solidarietà di studenti e docenti universitari, tecnici, liberi professionisti, militanti politici e sindacalisti è stata di notevole importanza per garantire competenze e conoscenze che erano venute meno nel periodo di conflitto più acuto.

I quattro aspetti della ricerca sociologica

A partire da questi precedenti storici la ricerca sociologica in Argentina si è soffermata prevalentemente su quattro aspetti: 1) le relazioni di mercato, 2) il modello di gestione aziendale basato sulla democrazia partecipata, 3) l’organizzazione del lavoro e la disciplina di fabbrica, 4) la soggettività operaia.

  1. Per quanto riguarda l’inserimento delle fabbriche occupate nel mercato locale va osservato che la preoccupazione maggiore riguarda il rapporto che molte di queste conservano con aziende più grandi da cui dipendono per ottenere commesse di subfornitura. A questo tipo di rapporto si affiancano tuttavia tentativi di costituire consorzi tra imprese recuperate per lo scambio di forniture, informazioni, ricerche di mercato e di acquisto partecipato, a prezzi ridotti, delle materie prime necessarie (un caso tipico è quello della associazione delle imprese tipografiche ed editoriali in autogestione). Un altro strumento per affrontare le difficoltà di permanenza sul mercato concorrenziale è quello della costituzione di microcircuiti a carattere solidale (ad esempio le Officine ex-Zanon e oggi Fasinpat, con sede a Neuquen in Patagonia, hanno fornito gratuitamente le piastrelle per il rifacimento dei bagni dell’albergo recuperato Bauen che ha sede nel centro di Buenos Aires; in cambio, se un operaio della Fasimpat si reca nella capitale, viene ospitato gratuitamente dal Bauen). Un’altra strategia ancora è quella dell’apertura al mercato circostante ristretto (la Bruckman, fabbrica di confezioni per uomo, apre ogni pomeriggio i cancelli alla vendita diretta alla clientela che proviene in prevalenza dallo stesso quartiere). Ci sono poi esempi di solidarietà che valicano gli stessi confini nazionali come quello delle commesse per l’acquisto di grosse partite di piastrelle da parte del governo venezuelano alla Fasimpat.

  1. Molti studi sono stati dedicati alla gestione operaia delle aziende recuperate. Si ha, da questo punto di vista, quello che potremmo definire un doppio regime. Da una parte le imprese recuperate hanno dovuto costituirsi in cooperative di lavoro e quindi hanno depositato uno statuto, le cui norme sono sostanzialmente definite dalla legge sulle cooperative, e che è necessario per poter accedere ai benefici previsti. Tuttavia si sono andate anche costituendo norme interne che a questo statuto si affiancano senza necessariamente sostituirlo. Da questo punto di vista ogni azienda è un caso a parte: alcune non hanno voluto definire dei regolamenti interni poiché sarebbero stati in contrasto con lo spirito democratico e antiautoritario caratteristico della fase di mobilitazione; altre, dopo dieci anni, stanno ancora discutendo sull’opportunità di definirli. Resta il fatto che il regime è quello della democrazia diretta il cui strumento preminente è l’assemblea dei soci (ogni socio ha un voto e le decisioni sono prese a maggioranza semplice). L’assemblea dei soci è ovunque lo strumento utilizzato per l’assunzione delle decisioni a carattere strategico (investimenti e acquisto di nuovi macchinari, assunzioni di nuovi lavoratori e ammissione di nuovi soci, espulsione di un socio, atteggiamenti e comportamenti da tenere nei confronti della magistratura e dell’amministrazione pubblica). La frequenza delle assemblee, il grado di partecipazione, il carattere delle decisioni assunte, la formazione in regime di democrazia diretta di figure specialistiche che assumono ruoli gerarchici informali ma durevoli, la burocratizzazione delle pratiche decisionali e la difficoltà a mantenere nel tempo un elevato grado di responsabilizzazione sono altrettanti temi di ricerca. Una distinzione necessaria, nell’indagine empirica, è quella (seguendo lo schema definito dall’Ilo) tra partecipazione strategica, organizzativa e operativa. Nei casi osservati si può constatare una distribuzione tra queste diverse forme di partecipazione tra formalità e informalità e tra sedi di decisione centralizzate o distribuite all’interno dei singoli reparti. Le diverse configurazioni dipendono poi dalla dimensione dell’impresa (in quelle più piccole- come ho potuto osservare- ogni incontro, durante la pausa di mensa, si può trasformare in una piccola assemblea).

  1. Nel complesso non sono stati dedicati molti studi alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro. Spesso anzi viene sottolineato come non ci siano stati sostanziali mutamenti rispetto al passato. Ritengo che il problema venga sottovalutato dalla ricerca condotta sino ad oggi. Nelle imprese osservate mi pare che sia invece avvenuto un profondo cambiamento in uno dei presupposti stessi dell’organizzazione del lavoro: quello che ha a che vedere con il controllo del corpo, dei movimenti, del tempo, della disciplina interiore, della fatica fisica e della sua gestione nell’arco della giornata da parte del lavoratore stesso. Sotto tutti questi aspetti il cambiamento è profondamente sentito dai lavoratori che ho contattato. Il fatto che non ci sia il padrone, che si possa bere il mate, cantare, ascoltare musica, viene da tutti avvertito con lucida consapevolezza. Si è andata diffondendo nella consapevolezza comune e nel linguaggio quotidiano l’espressione: lavoro degno (recentemente elaborata in numerosi documenti dall’Ilo) senza che sia dato sapere se è stata filtrata dal linguaggio alto dell’organizzazione internazionale ginevrina o se si è andata formando attraverso l’esperienza di lotta, in modo autonomo e, per così dire, dal basso. In generale si può ritenere che nella pratica dell’autogestione sia avvenuto un processo di destrutturazione parziale ma significativa dell’organizzazione del lavoro di tipo taylorista-fordista. Ciò è avvenuto in primo luogo per la scomparsa degli organigrammi tradizionali con le figure specialistiche di controllo dei tempi, programmazione della produzione, separazione tra uffici tecnici e reparti di produzione, tra ruoli direttivi o di controllo e ruoli esecutivi. In secondo luogo la stessa distribuzione dei compiti e l’assegnazione dei ruoli hanno subito mutamenti più o meno profondi diventando più delle variabili dipendenti dalla situazione contingente che regole formali definite in modo univoco e stabile. Un altro aspetto della vita della fabbrica recuperata, molto discusso, è quello dell’egualitarismo. E’ assai probabile che nella prime fase di riavvio della produzione l’egualitarismo, inteso come distribuzione dello stesso salario a tutti indipendentemente da qualsiasi altra condizione se non quella della partecipazione al gruppo di lavoratori in lotta, sia stata una pratica largamente utilizzata. Nel corso del tempo ha subito tuttavia alcuni cambiamenti. Nelle aziende osservate il salario (ovvero distribuzione degli utili tra i soci) è innanzitutto variabile nel corso del tempo, poiché dipende dall’entità delle commesse che cambia da mese a mese; presenta generalmente livelli più bassi di quelli definiti dal relativo contratto collettivo di categoria; offre una forbice meno allargata di quella presente nelle imprese private dello stesso comparto; prevede al suo interno delle differenze non marcate che possono premiare di volta in volta (adottando uno o diversi tra questi criteri) i soci fondatori, i responsabili di reparto o di impianti particolarmente sofisticati, gli addetti ai ruoli direttivi, l’anzianità d’impresa.

  1. Il tema della soggettività operaia nel passaggio tra impresa privata e recuperata ha attirato l’attenzione di molti studiosi. E’ stato osservato che in molte imprese i lavoratori, in origine, avevano una scarsa coscienza sindacale e politica. La mobilitazione per il recupero della impresa ha comportato quindi una profonda trasformazione della percezione del ruolo dell’impresa e allo stesso tempo del ruolo del lavoratore. La molla, soprattutto nelle imprese di piccola dimensione, è stata una profonda delusione nei confronti del titolare con il quale si era instaurato spesso un rapporto paternalistico. La scoperta che questa relazione era invece strumentale è stata molto dolorosa ma allo stesso tempo, per contrasto, ha messo in luce l’importanza dei rapporti con i compagni di lavoro e con gli altri soggetti esterni che portavano solidarietà e appoggio alla lotta. Da una condizione di eteronomia, dipendenza, delega delle decisioni si è passati in modo molto complesso a una condizione di autonomia, indipendenza, partecipazione e responsabilità. Talvolta questo processo è stato influenzato dall’intervento di soggetti esterni come militanti politici, sindacali, studenti, insegnanti, impegnati nel sostegno alla lotta in corso.

Le ricadute sul territorio

Uno degli effetti dello scambio con il territorio è stato, e continua a essere, l’impegno da parte delle imprese recuperate a pagare il debito di solidarietà aprendo lo spazio fisico dello stabilimento a iniziative sociali di carattere culturale e di servizio: corsi di formazione professionale, ambulatori, centri di documentazione, concerti, mostre d’arte, corsi di danza, manifestazioni culturali della più diversa natura. E’anche evidente che queste iniziative, per il concorso di studenti, docenti, artisti, professionisti, medici (in parte regolarmente retribuiti in parte a titolo volontario), cementano una relazione tra gruppi sociali diversi trasformando lo spazio originariamente dedicato solo alla produzione in spazio di incontro sociale.

Un ultimo problema riguarda le prospettive di sviluppo dell’esperienza delle fabbriche recuperate. Attualmente il governo Kirchner ha emanato una legge che sospende il sussidio di 600 pesos per lavoratore al mese per le cooperative e quindi anche per le fabbriche recuperate che hanno statuto di cooperative. La vertenza tra organizzazioni di rappresentanza del mondo delle cooperative, che rivendicano invece il raddoppio del sussidio, e Ministero del lavoro è ancora in corso e il futuro di questa esperienza dipende molto dall’esito di questo confronto.

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Viaggio tra le fabbriche recuperate in Argentina
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