Parco 5 Terre, Anno Zero: intervista al Presidente Vittorio Alessandro Cinque Terre,Interviste

a cura di Antonia Torchi
e William Domenichini

Il Parco nazionale delle Cinque Terre è uno tra i più recenti parchi italiani. Istituito nel 1999 è passato da vanto e fiore all’occhiello del territorio spezzino alle cronache giudiziarie prima e ai disastri ambientali poi, tutto nell’arco di pochi mesi. Le inchieste della magistratura portarono alla luce molte criticità nella gestione del potere. Si ripartì con un primo commissariamento, affidato all’ex direttore del Dipartimento protezione natura del Ministero dell’ambiente Aldo Cosentino. Improvvisamente Cosentino venne sostituito, dall’allora ministra Prestigiacomo, nelle ultime ore del governo Berlusconi, con l’ex prefetto della Spezia, Vincenzo Santoro. Poi la tragedia dell’alluvione.

Dopo queste travagliate vicende finalmente sembra di intravedere un nuovo possibile equilibrio e una schiarita all’orizzonte. Ne abbiamo discusso con il neo presidente del Parco nazionale delle Cinque Terre, Vittorio Alessandro, Capitano di vascello, con numerose esperienze nel settore della tutela ambientale: al comando del Reparto ambientale marino del corpo delle Capitanerie di porto – Guardia costiera, con attività legate, anche per conto del Ministero dell’Ambiente, al territorio ed all’ambito marino dell’alto Tirreno, e al comando del porto della Spezia e di Portoferraio. Nel 2006 ha coordinato le operazioni di disinquinamento marino in Libano a seguito dell’ultimo conflitto con Israele. Quale capo dell’Ufficio stampa e portavoce del Comando Generale delle Capitanerie di porto ha inoltre diretto l’attività di comunicazione del Corpo riguardante i cinquantamila migranti sbarcati a Lampedusa nel 2011, e l’emergenza “Costa Concordia” all’isola del Giglio nel 2012.

Ci riceve negli uffici del Parco a Manarola, proprio di fianco ai binari della tratta ferroviaria La Spezia – Genova. Una sede costruita in fretta e furia dall’ex presidente Bonanini, su terreno improprio, senza esposizione di segnaletica (per un certo periodo) nè progettazione edilizia trasparente. Ricorsi al TAR Liguria e in Consiglio di Stato tentarono invano, d’impedirne la costruzione. Il risultato? Ad ogni passaggio di treno la stanza vibra e per il fracasso la conversazione s’interrompe. Fortunatamente il Presidente Alessandro rivela una vena ironica e una competenza cinefila quando associa questa situazione surreale a quella “surrealistica”di Louis Bunuel il quale, ne “Il fascino discreto della borghesia”, faceva partire registrazioni col rumore di treni per fuorviare la conversazione dei personaggi.

D. Iniziamo dalla situazione finanziaria. Da un’analisi dello stato attuale quale futuro si prospetta per il Parco delle Cinque Terre?

Il dato di fatto è che sono state ridotte le disponibilità. Il bilancio del Ministero dell’Ambiente, dal quale dipendiamo, è stato fortemente penalizzato in questo momento di crisi, di conseguenze le disponibilità per i parchi, ed ancor di più per le aree marine, si sono ridotte notevolmente.

D. Quali sono le strategie possibili per sopperire alla riduzione di fondi?

Occorre essere attenti su ogni possibilità di finanziamento, sia in sede regionale che comunitaria, nonostante registriamo una riduzione anche di queste fonti di finanziamento. Quindi si tratterà di gestire in modo il più virtuoso possibile le risorse disponibili, cercando di non andare alla ricerca di fondi per poi stabilire come utilizzarli, ma di individuare risorse in funzione di progetti ben precisi. Se c’è una pianificazione forte, la ricerca ai finanziamenti è sacrosanta.

D. Pianificazione, un tema centrale per il Parco. Qual è lo stato delle cose?

L’inesistenza di un piano del Parco è l’elemento che avverto come la maggiore difficoltà e che delinea un profilo di un ente che si muove senza prospettiva. L’indicazione generale è quella della protezione, della tutela, tuttavia un parco come questo, fortemente antropizzato e con vocazione turistica, rischia di allontanarci dalla priorità di un parco nazionale, ovvero la salvaguardia naturale.

Il piano del Parco è la nostra priorità, l’ossatura stessa, un elemento imprescindibile. Nel 2010 è stato revocato per motivi che stiamo approfondendo. Allo stesso tempo è importante affrontare il tema del piano Unesco, che significa gestione dal punto di vista paesaggistico, e non solo naturalistico, all’interno del quale sarà possibile coinvolgere anche Portovenere. L’idea è che questo Parco verticale possa orizzontalizzarsi verso il mare.

D. Orizzontalità orografica, ma anche sociale? Quale prevede possa essere il grado di influenza della partecipazione dei cittadini che fruiscono le decisione del Parco?

Parliamo di un patto che va rifondato. Non intendo entrare nel merito della discussione di ciò che è avvenuto finora, mi riferisco alle vicende che sono al vaglio della Magistratura, della Corte dei Conti, del Ministero che vigila, ed anche della Storia. La mia certezza è che questo patto con le comunità vada rinnovato: la presenza del Parco, con le sue necessità, deve essere avvertita da tutti come una risorsa che appartiene a queste comunità. Nulla viene sottratto, dal mare alla via dell’Amore, passando per i terrazzamenti. L’importanza, e la straordinarietà, della scommessa che ci attende è di giustapporre, e mettere insieme, la forte presenza del turismo e le eccellenze naturalistiche. Forse solo il Parco del Circeo ha una scommessa simile, tuttavia la presenza antropica nelle Cinque Terre, e la sua natura, sono un connubio unico.

D. Non sarebbe utile, in questo patto, coinvolgere tutti i fruitori del Parco? Dai residenti a chi lo visita, evitando la frattura tra la sensibilità di chi sceglie questo territorio come luogo dell’anima e chi lo vive per gli interessi particolaristici di residente?

E’ un equilibrio che va rivisto. Chi vive questi posti ha l’ostinazione e la scommessa di insistere nel custodire questi territori. La risposta che ha dato la gente di Vernazza e Monterosso all’alluvione io credo che venga da un antico ed ostinato amore per la propria terra. Ma lo sforzo di pianificazione deve estendersi anche a ciò che non è interno al Parco, mi riferisco alle aree a monte, quelle che preparano anche effetti nocivi e che probabilmente costituiscono un elemento critico, le cui necessità vanno quantomeno studiate, altrimenti ci troveremo a gestire solo le conseguenze, mentre dobbiamo pianificare per ovviare a situazioni difficili, prevenendole. Un esempio di necessità di pianificazione più ampia è quello che riguarda i coltivatori, ossia la presenza dei cinghiali e le modalità di gestione della caccia selettiva. Rappresenta un elemento critico, forse anche per l’impostazione “chiusa” finora data, ma che stiamo cercando di rompere, chiamando in causa la polizia provinciale come elemento esterno e sopra le parti.

D. Chi ha governato l’area Parco ha strutturato prevalentemente una vocazione turistica. Lei crede che questa scelta abbia inciso sulla mancanza di presidio territoriale e che l’abbandono e gli effetti del dissesto idrogeologico siano attribuibili ad una deviazione della natura economica di questo territorio? E’ possibili riportare la situazione verso un equilibrio?

Tendo a non giudicare le gestioni precedenti perché rischierei di fare la cattiva figura di chi si crede l’uomo del destino, perché è facile sbagliare quando si amministra. Penso che, più in generale, nella nostra società le nostre famiglie, le nostre comunità, di fronte ad una ricchezza più comoda e magari più gratificante hanno deciso di non ancorarsi ai vecchi schemi, in rapporto al territorio, per esempio. Qui si è verificata la possibilità di raccogliere gratificazioni ed opportunità. E’ avvenuta una trasformazione che qualche intellettuale aveva già previsto negli anni ’70.

Se questa vicenda la storicizziamo, oggi c’è una crisi profonda che registriamo e che nei prossimi anni sarà ancora più lacerante, e forse saremo costretti a rivedere le strategie. Io sarei contento se il Parco riuscisse ad offrire un’opportunità, riuscendo a mostrare ai giovani una possibile e dignitosa strategia di vita. Non è detto che ci si riesca, tuttavia è possibile prefigurare l’attività turistica con la cura del territorio, anche perché se non c’è cura i turisti non avranno alternativa che visitare foreste.

D. Nelle sue esperienze professionali ha incrociato più volte il territorio spezzino, un territorio che ha vissuto, e subito, vicende particolari: pensiamo al ruolo del porto, alle tante inchieste parlamentari sui traffici dei rifiuti, alla vicenda di Pitelli … Che idea si è fatto del rapporto tra chi ha la responsabilità di amministrare e queste vicende?

E’ una domanda impegnativa e che non ha risposta facile. La Spezia è un territorio con enormi potenzialità e su di me ha suscitato un fascino incredibile. Quando fui comandante del porto spezzino ho avvertito da un lato la polivalenza di questa realtà particolare, dall’altro la necessità di andare a mostrare il grado di eccellenza nel rapporto tra costa e mare.

Si parla di una dimensione quasi storica della vita di quella realtà che io conosco per la parte legata al mare. Ritengo che la dimensione portuale, nel bene e nel male, sia nella sua natura militare che mercantile, è stata determinante per questo territorio, e a tutt’oggi rappresenta una potenzialità enorme ancora poco sviluppata sotto il profilo turistico. L’aver marcato, nel tempo, la vocazione mercantile e militare, ha stabilito anche un distacco del porto dal tessuto territoriale, come una zona satellite, che probabilmente ha segnato alcune vicende della città. Io penso che il tempo sia maturo perché il porto abbia maggiore permeabilità e credo che questo atteggiamento sia già consapevolezza, nell’amministrazione della città, e nell’autorità portuale e militare.

La permeabilità è garanzia di trasparenza, di apertura e poi, visto che parliamo di mare e del legame della città con il mare, sono convinto che questa trasparenza dia nuove possibilità, ossigeno. Il Parco deve legarsi al porto, perché la prospettiva di una nave che attracca alla Spezia, è la prospettiva che alimenterà il territorio vicino. Il porto spezzino può avere questa nuova valenza.

D. Il rapporto con il resto del territorio. C’è consapevolezza che i territori limitrofi alle Cinque Terre possono essere zona di decongestione rispetto ad un’area costiera che ha difficoltà ad accogliere enormi flussi turistici?

Stiamo iniziando con forme di collaborazione tra parchi, con un linguaggio, sintassi e progetti comuni di protezione e funzione consapevole. Le Cinque Terre sono un parco conosciuto in tutto il mondo, un territorio relativamente piccolo che potrebbe diventare elemento di attrazione e che si deve proporre come apertura verso altri territori limitrofi. Noi abbiamo fatto una prima convenzione con il Parco Naturale Regionale di Montemarcello-Magra, il parco più prossimo, vorremmo in questa ottica di legame terra-mare, entrare in contatto con l’Appennino tosco-emiliano e anche qui abbiamo una bozza di convenzione che presto sarà firmata.

Abbiamo un rapporto con Portovenere, nostro stretto vicino, dove il mare è fruibile, mentre da noi il mare è elemento più paesaggistico. In questo modo il flusso turistico, che è sempre il benvenuto, potrà essere orientato a beneficio degli altri parchi così da consentire una minore pressione sul Parco delle 5 Terre ed una maggiore sinergia con le realtà vicine. I timori di perdita di identità sono una costante di questi luoghi, credo che invece debbano essere rimossi, perché l’identità è un sacrosanto valore che si rafforza, si consolida e guadagna dignità nel contatto con altre realtà, con contaminazioni. Se diventiamo autoreferenziali, ci guardiamo allo specchio, ma non riusciremo a crescere, prima di tutto culturalmente.

D. Una difficoltà sarà relazionarsi con vari soggetti che fanno parte della comunità del Parco, così come aprirsi a realtà vicine con forti contraddizioni, in cui si prospettano progetti di cementificazione, dall’outlet di Brugnato al waterfront della Spezia, o il progetto Marinella di Sarzana. Come far sì che gli interlocutori del Parco siano coinvolti in progetti compatibili e sostenibili?

E’ un processo dialettico, perchè non è certo pensabile di co-governare processi con Comuni che hanno intrapreso strategie non condivisibili con la filosofia del Parco stesso. In questa dialettica, che può essere complessa, la capacità di condurre una propria iniziativa e una propria pianificazione è già un laboratorio che può costituire fonte di riflessioni, di nuove aperture, di nuove visioni.

Si dovrebbe dire purtroppo, io dico per fortuna, non ci sono soluzioni drastiche che modificano all’improvviso le sorti ed il percorso di una comunità, c’è da portare avanti un processo articolato.

D. I parchi sono realtà non direttamente riconducibili ai cittadini, ma di nomina, tuttavia incidono direttamente nella vita di una o più comunità. Come è possibile rendere questi enti permeabili alle necessità dei cittadini? E come è possibile che gli accordi tra questi enti siano condivisi e resi operativi nei livelli amministrativi inferiori?

La legge 394 è una legge importantissima, oggetto di nuove riflessioni in occasione del ventennale dalla sua promulgazione. Questa legge ha cambiato la realtà del territorio protetto in Italia, sforzandosi di creare un equilibrio tra parchi e comunità, introducendo elementi come la Comunità del Parco, una struttura che garantisce la partecipazione dei rappresentanti del territorio. Un organo che può andar bene, a condizioni ben precise, che evidentemente non sono sempre verificate.

I comuni devono avere la massima dignità in una logica di chiarezza dei ruoli: laddove finiscono le competenze del parco iniziano quelle dei comuni e viceversa. Allo stesso tempo il parco non deve essere visto come una specie di vacca da mungere, o un organo che fa assistenza, che dà soldi a pioggia, perché il parco deve avere un suo progetto, condiviso, e quindi le risorse vanno assegnate sul disegno di quel progetto. In questo contesto il sindaco non deve venire con il cappello in mano a chiedere aiuto. Parliamo di organi diversi, con obiettivi diversi, con piena dignità ciascuno, che si incontrano. Il Parco non dimentica che il sindaco rappresenta la gente che lo ha eletto, il sindaco deve considerare che il parco è un’organizzazione che si lega alla gestione dell’ambiente che oggi sta facendo grandi sforzi per riorganizzarsi. Attualmente il Ministero sta lavorando tantissimo, pur in un momento di carenza di risorse. C’è il tentativo di sfuggire alle logiche dei commissariamenti, di allontanarsi alla precarietà delle gestioni, di offrire indirizzi.

Il parco è un ente autonomo e le persone sono importanti. Si deve perfezionare il rapporto tra parco e territorio e anche attuare modifiche migliorative della legislazione che sono all’ordine del giorno, facendo tesoro di ciò che ha funzionato. Il mio timore è che in un momento di profonda crisi economica, l’ambiente sia visto come un lusso, mentre stiamo parlando di ciò che ci circonda. Dobbiamo parlare di economia dell’ambiente, di valore economico dell’ambiente protetto e quindi di una società che punta ed investe sul proprio futuro, sulla sua cultura, sul suo territorio, sulle sue eccellenze.

D. Economia, lavoro. Qual è lo stato di cose che ha trovato in relazione alle cooperative, quale la sua valutazione e come intende muoversi a tale riguardo?

E’ un argomento sul quale occorre attenzione per non confondere le proprie opinioni personali ed il ruolo che siamo chiamati a svolgere, perché è in atto un’analisi su ciò che è successo. Credo che si debba avere la stessa attenzione a non confondere la posizione del Parco con quella che qualcuno vorrebbe attribuirgli, di datore di lavoro, perché se è vero che l’ispirazione è quella di opportunità occupazionali, e i margini sono molti, è ovvio che non si riduce al ruolo di ufficio occupazione.

Il Parco promuove iniziative virtuose a cui si collegheranno iniziative lavorative, offrendo una pianificazione che sia promotrice di servizi, aprendo possibilità di accesso al lavoro, di opportunità occupazionali, come conseguenza, perchè non di competenza diretta del Parco. Altrimenti si possono ingenerare dei meccanismi che confondono i ruoli.

D. Quali sono le linee strategiche di promozione e di stimolo?

In primo luogo partiamo dalle situazioni di emergenza. C’è una rete sentieristica che non è ancora tornata alla sua normalità, c’è bisogno di un presidio e può avere ricaduta nell’organizzazione stessa del Parco che ha dovuto adottare iniziative emergenziali. In una prospettiva di normalità, fermo restando quella pianificazione che è prioritaria nel combinare la natura con le attività umane, il Parco deve darsi l’obbiettivo di assecondare il più possibile la sua percorribilità attraverso i sentieri, la tutela e la qualità del territorio attraverso la manutenzione dei muretti a secco, la valorizzazione delle monorotaie. Tutto ciò nell’ottica di rendere la vita nell’area, il recupero dell’agricoltura, meno difficile attraverso l’uso di tecnologie compatibili. Serviranno l’accoglienza, i sentieri, la capacità di indirizzare i visitatori, il presidio che va curato.

D. E’ realistico puntare su forme di agricoltura diffusa in cui si prevedano forme di micro-produzione con esperienze lavorative part-time?

Potrebbe essere una strategia interessante, ma che va valutata in un ambito di pianificazione. Se non abbiamo quell’ossatura si rischia di navigare a vista, alla giornata, con iniziative disomogenee o peggio ancora discrezionali e soggettive. Un’ipotesi di questo tipo verrà fuori dall’accertamento scientifico, dall’incontro con le comunità. Se riuscissi a fare almeno questo per me vorrebbe dirsi concluso un obbiettivo primario. Purtroppo non ci sono tempi chiari e definitivi, perché molto deriva dalla capacità di condurre un dialogo con i comuni e i vari soggetti esperti, in ambito accademico ed altro, che produca esiti positivi, ma finora ho avuto segnali favorevoli, almeno negli intenti di buona volontà.

D. Sfuggire alla pianificazione consente meccanismi, in ambito legislativo, che lasciano maggiore discrezionalità ai decisori. Questa condizione alla Spezia unisce molti territori, da mare a monti, dalla val di Magra alla Riviera. Cosa ne pensa?

Per quello che mi riguarda ho intenzione di fare due passi indietro ed autolimitarmi, come istituzione. Porre delle regole, nella piena trasparenza, che il Parco in primis debba rispettare, è una grande prova di maturità, di senso democratico. La mancanza di regole può aprire a picchi di genialità, ma apre a situazioni pericolose.

Immagini tratte da: www.parks.it, www.sarzanachebotta.orgwww.porto.laspezia.it, www.ilsussidiario.net e www.monterossoamare.wordpress.com

Parco 5 Terre, Anno Zero: intervista al Presidente Vittorio Alessandro
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Recent Comments

  1. A.T.

    Leggo con piacere su CITTA’ DELLA SPEZIA Lunedì 23 luglio 2012 alle 17:14:33
    “Cinque Terre, trasporto pubblico targato Atc
    Firmato in Provincia il protocollo d’intesa, andrà a regime da novembre. Figoli: «Faremo di tutto per garantire i livelli occupazionali».
    La Spezia – Atc Esercizio gestirà il servizio di trasporto pubblico locale delle Cinque Terre. Il protocollo d’intesa tra Regione Liguria, Provincia della Spezia ed il Parco Nazionale è stato siglato questa mattina presso il Palazzo del Governo. L’azienda di Via del Canaletto dunque garantirà il trasporto su gomma di tutto il territorio della provincia a partire dal 30 luglio e ha in serbo un piano in due fasi gestionali distinte……..”
    L’augurio è che il parco 5 terre abbandoni anche in altri settori l’opaca gestione ultradecennale e che, seguendo la normativa in vigore ovunque, si apra a bandi regolari per es. per le cooperative di gestione di alcuni servizi. L’ATI 5 terre, la cui legittimità di prosecuzione resta opinabile, e la cui composizione societaria presenta troppi punti di contatto con la comunità del parco, dovrebbe diventare uno dei tanti soggetti ai quali sarà permesso concorrere. Nelle 5 terre già sussiste un certo spirito da “maso chiuso”, mi auguro che adesso ci si apra al mondo e non solo per mungere turisti o per chiedere fondi per l’alluvione.

  2. Antonio Gozzi

    Finalmente si parla di progetti e non di rattoppi. Speriamo che gli diano i mezzi e lo lascino lavorare.
    Intanto, come dicono i nostri terremotati. teniamo botta.
    Un caro saluto.
    Antonio

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