Equosolidale, un’alternativa economica sostenibile Buone pratiche,Contemporanea-mente,Società

a cura di William Domenichini

Il commercio è scambio, una delle attività economiche fondamentali che sottende il rapporto tra chi produce un bene e chi lo utilizza, e quindi la fase di transito dal processo produttivo al processo di uso e fruizione. Nell’era globale il commercio è uno dei vettori più invasi dallo sfruttamento, dove la massimizzazione del profitto ne diventa pilastro portante. Tuttavia attraverso forme di cooperazione internazionale, da anni, si è sviluppato il commercio equo e solidale, il fair trade, una forma di scambio nella quale l’obiettivo non è la massimizzazione del profitto, ma la lotta allo sfruttamento e alla povertà, cercando di modificare i nostri stili di vita e di incidere sulla sostenibilità economica, ambientale e sociale del commercio.

Affrontiamo questo grande tema con Marina Ciceri, consigliera di Magazzini del Mondo, un’esperienza nata alla Spezia nel 1994 con lo spirito di diffondere il commercio equo e solidale e far conoscere i suoi meccanismi1.

D. Su cosa si fonda questa esperienza?

Fin dalla fondazione di Magazzini del Mondo fu ritenuto prioritario partire dalla solidarietà tra i popoli ed oggi questo tema è più che mai fondamentale. Non è possibile chiudere gli occhi sul fatto che si continua a sfruttare materie prime e forza lavoro, da anni, dai primi ai più recenti colonialismi: occorre avere la consapevolezza che oggi i nostri stili di vita sono possibili grazie a quello sfruttamento, quindi abbiamo un debito nei confronti di questi popoli. Occorre quindi analizzare il modello di sviluppo che ci è stato inculcato, attecchito per comodità, ribaltando stili, apparentemente più pratici o convenienti, a scapito dei rapporti sociali e dalle relazioni solidali che si continuano a perdere. Tornare al locale non deve significare lasciare questi popoli al loro destino.

C’è quindi un aspetto politico e culturale che ci caratterizza, che ci contraddistingue dal commerciante in senso comune: facciamo commercio equo. Non solo: questa bottega è stato un modo ed un luogo per ri-ragionare sul ruolo del quartiere di un centro città, in parte abbandonato sia da un punto di vista demografico che economico. Si porta a delocalizzare le imprese così come si tende a decentralizzare i nostri centri urbani. Ecco l’importanza di una bottega che parli fisicamente di commercio, solidarietà internazionale ed anche di realtà locale, vicino alla gente.

D. Lo scambio sta alla base dei rapporti sociali ed economici, tra chi produce un bene e chi lo usa per esigenze di vita e questo rapporto è commercio. Ma di cosa e per cosa?

Una delle regole fondamentali è che si costruiscono nuovi modelli conoscendo quelli che si vogliono superare. Dal momento in cui il commercio internazionale crea schiavitù, inquinamento, squilibri inaccettabili, occorre creare un’alternativa, capire ed usare lo strumento del commercio rendendolo a misura d’uomo, pensandolo come strumento del benessere reciproco e condiviso. Se in Italia non produciamo caffè è normale importarlo, ma occorre farlo garantendo a chi lo produce gli stessi diritti di chi lo consuma. In Africa o in Sud America si instaurano rapporti con i produttori per rendere il commercio di questi beni indipendente, oggi il più possibile, dalle speculazioni borsistiche a ribasso, strutturando rapporti paritari nello scambio commerciale.

D. Quali rapporti si creano tra produttori ed acquirenti?

Si calcola quale prezzo sia corretto, in base ai costi che il produttore sostiene fino alle assicurazione in caso di mancato raccolto, si concordano rapporti continuativi per prospettive di sostenibilità umana e di risorse. Avere la certezza che per 5 anni si venda ad un acquirente che garantisce i propri diritti dà delle prospettive, per esempio di costruire un acquedotto per una comunità. Il commercio equo serve, quindi, anche a riparametrare i bisogni: se in Africa c’è bisogno di garantire ad un bambino la sopravvenienza, da noi si tratta di mettere in discussione l’auto, la tv, il cellulare.

In questo senso va letta la critica, corretta ma da approfondire, al commercio equo, sottolineando che si importano anche beni che produciamo nel nostro continente, quindi container e navi che inquinano, e redditività che va all’estero anziché ai nostri produttori. Ma occorre anche ragionare in termini di solidarietà internazionale, consapevoli che il nostro benessere è fondato su secoli di schiavitù e sfruttamento di quei paesi. Sarebbe ipocrita svegliarsi oggi e dire che possiamo essere autonomi su certe coltivazioni, tralasciando il fatto che queste dinamiche esistono comunque nel commercio tradizionale con le sue caratteristiche di sfruttamento. Quindi è doveroso operare per modificare questi scambi, lavorando per avere tutti gli stessi diritti, ed a quel punto si potrà ridurre il consumo di alcuni beni all’essenziale, valorizzando le produzioni locali.

D. Quindi risarcire queste popolazioni per riuscire ad emanciparle, verso un loro grado di libertà economica, favorirebbe il nostro ritorno al locale con nostre produzioni, sfavorendo questo modello di sfruttamento?

Sono tanti processi paralleli. Se si riuscisse ad ottenere standard di vita dignitosa, le popolazioni stesse non avrebbero interesse ad esportare monocolture, se non per quanto riguarda le eccedenze. Se in Italia producessimo il grano per produrre pasta non avremmo interesse a venderlo all’estero, in mercati drogati dalla speculazione su un bene fondamentale per la sopravvivenza, se potessimo venderlo a prezzi equi sul nostro mercato. Venderemmo solo le eccedenze, dedicando la maggior parte al consumo locale. Lo stesso vale per le coltivazioni altrui.

Per questa ragione uno degli obiettivi del commercio equo è sviluppare il mercato locale, sia di produzioni alimentari che artigianali. Per le merci che importiamo si incoraggia sempre la produzione per il mercato locale, per uscire dal circolo vizioso di una produzione vincolata alla domanda. Purtroppo ci rendiamo conto che è’ un percorso che fa fatica ad esser compreso quando si ha una crisi economica così dilagante e che mette in discussione la nostra comodità, il nostro benessere.

D. Il commercio equo, aldilà della critica al modello economico che si fonda sul mero profitto, può essere una risposta alle dinamiche della crisi economica, ambientale e di rapporti sociali che stiamo vivendo?

Certamente un altro tema legato al commercio equo è lo stile di vita, di consumo. Privarsi del superfluo è quasi un esercizio antropologico, che rende consapevoli di ciò che serve realmente.

Nel movimento di commercio equo nazionale facciamo periodicamente confronti sul medesimo prodotto dal punto di vista economico e sotto il profilo della qualità, e dalle ultime ricerche fatte è risultato che a parità di qualità i nostri prodotti sono perfettamente in linea col mercato. Certamente si tratta di alta qualità, quindi il prezzo è superiore ai prodotti industriali da supermercato, però l’idea è consumare meno, ma meglio. La cucina italiana, o meglio ancora ligure, ci fornisce un esempio lampante: è più buona una frittura di paranza appena pescata, o una frittura surgelata? La differenza di prezzo è evidente, tanto in termini di costi che di qualità della nostra vita. Se questo, per esigenze di budget, vorrà dire mangiare frittura un paio di volte di meno, a nostro parere ne vale la pena. Lo stesso si può dire per un buon caffè, per un buon cioccolato, per un buon riso al curry! Spesso acquistiamo prodotti di pessima qualità che diminuiscono la nostra qualità di vita, quindi ripensare gli stili di acquisto vuol dire fare un’azione economica di notevole importanza, che spesso viene sottovalutata. Ridurre gli acquisti, magari, ma non rinunciare alla qualità né all’eticità dei prodotti.

C’è poi una sensibilità agli aspetti ecologici: dallo spreco delle risorse comuni, alle lotte contro l’uso degli Ogm, dei pesticidi e dei fertilizzanti, l’attenzione all’agricoltura biologica, non intensiva, integrata, biodinamica, cioè a parametri di riferimento di cura. Così per i prodotti artigianali, come l’evitare l’uso di tinture sintetiche nei tessuti, nocivi all’ambiente ed ai lavoratori che li producono. Si arriva anche alla questione sociale, in primis declinata sotto il profilo della solidarietà internazionale. Oltre ai progetti nel Sud del Mondo, privilegiando attività cooperative, sociali, femminili, anche attività locali che coinvolgono certe categorie a rischio, come i migranti, le disabilità, ecc. Il progetto Albatros ci ha permesso di creare un percorso educativo con ragazzi disabili, con i quali abbiamo costruito i mobili e gli scaffali della bottega, recuperando i pallet non utilizzati. Alcuni ragazzi svolgono un percorso di abilitazione professionale in bottega, permettendoci di rivalutare il concetto di tempo nell’organizzazione del lavoro in funzione delle differenti esigenze, non del modello in cui viviamo: lavorando con lentezza e valorizzando ogni gesto, non solo dal punto di vista del risultato ma soprattutto del percorso, consapevolmente.

D. Quali difficoltà, dal punto di vista economico, avete riscontrato e come le avete affrontate?

Noi siamo tutti volontari, questa realtà non è figlia di un business-plan. Portare avanti una cooperativa che fattura circa 100mila euro l’anno senza competenze specifiche è rischioso. Per questo negli ultimi sei anni abbiamo dovuto affrontare situazioni debitorie difficili, risolte grazie all’apporto di alcuni di noi che volontariamente hanno elaborato piani economici di fattibilità. La sostenibilità economica non è un aspetto secondario per chi fa commercio equo: garantire un prezzo equo ai produttori significa avere margine di ricavo bassissimi, che consentono a malapena di coprire i costi. Questo comporta l’incapacità di creare lavoro, un obiettivo portante, perché parliamo di un modello economico, quindi produttivo. Finché il commercio equo non sarà maggiormente diffuso non riusciremo a creare economie di scala, per cui la creazione di lavoro sul territorio sarà difficile. Per queste ragioni occorre pensare anche all’informazione.

Le persone scelgono di comprare equo in modo discontinuo, dall’oggetto originale al prodotto singolo particolarmente apprezzato, ma si deve strutturare il pensiero di comprare equo per un ragionamento politico (non partitico!), una scelta di vita. Economicamente sostenibile significa politicamente credibile, e se le cose non si alimentano reciprocamente uno degli obiettivi mancati porta a far cadere l’altro. Ci sono realtà nel commercio equo che creano lavoro e producono economia sana e realtà che chiudono perché non si riesce a trasmette a sufficienza la proposta politica che sottende l’equo. Lo standard sui diritti, poi, non si applica solo al sud del mondo, ma anche qui: bisogna far contratti seri, una cosa che nel nostro paese sta diventando molto costosa , talvolta utopistica. Questa è una delle problematiche nella difficoltà di creare lavoro sul territorio.

D. Come si interfaccia il vostro lavoro con chi sul territorio organizza gruppi di acquisto solidale, in un territorio, come quello spezzino, che ha un’importante vocazione agricola?

Partendo dal presupposto che ciascuno ha la propria specificità, senza denaturare la nostra mission di aiutare popolazioni sfruttate, il nostro lavoro si vuole strutturare su più fronti. Commercializzare prodotti prodotti in Italia, utilizzando materie prime provenienti dal commercio equo con attività che sostengono progetti sociali è uno dei modi possibili, oltreché un’esigenza, non dimentichiamo l’alto grado di deperimento di prodotti realizzati interamente nei paesi produttori.

Al tempo stesso, a livello locale è importante fare rete, valorizzando i prodotti locali, cercando di creare un fulcro intorno alle sensibilità esistenti e cercare di crearne nuove. GAS, movimenti di altra/economia, sono interlocutori con i quali si ragiona su come migliorare i percorsi e trovare risposte più efficaci, mai dimenticando che tutto questo lavoro si deve svolgere con spirito costruttivo, senza polemiche sulle azioni dei singoli, ma proponendo alternative sostenibile. Con questo spirito si cerca di costruire percorsi di condivisione per creare e sostenere tutte le realtà che si occupano di sviluppo sostenibile, ognuno coi propri mezzi.

D. Viviamo un territorio che potrebbe avere un’autosufficienza alimentare, ma non viene mai considerato, in termini di programmazione e investimento. Magazzini del Mondo può essere la cerniera tra queste realtà che si auto-organizzano sul territorio scambiando e condividendo esperienze, stimolandone lo sviluppo, facendo sistema?

Molti gruppi d’acquisto sono composti da persone che sono passate da qui, o da altre associazioni. Occorre fare massa per essere credibili di fronte a chi non ha mai conosciuto questi temi, bucando il cerchio di chi è già sensibilizzato, creare spazi diffusi in cui rendere più semplice tutto ciò. E’ un dato che i gruppi d’acquisto sono costituiti su rapporti privati, quindi se non conosci chi ne fa parte è difficile diffonderli. Il nostro lavoro è spesso anche da riferimento per conoscere queste realtà. La sfida è come far conoscere questo modello, cambiare abitudini, stili di vita, superando la superficialità. Chi si avvicina e conosce queste realtà lo fa in modo casuale, mentre questa opportunità deve essere più organizzata. Dal momento che si conosce e si approfondisce questa realtà è difficile non condividerla: l’aria che respiriamo è quella di tutti, non ha senso inquinarla, quindi è un problema di ignoranza, intesa come non-conoscenza, e per questo occorre fare rete.

D. …e le istituzioni locali?

Un territorio problematico come il nostro, dove ci sono connivenze preoccupanti2, vertenze ambientali preoccupanti, ci pone anche in situazioni difficili. Una bella sfida. In generale le istituzioni dovrebbero essere l’elemento centrale di facilitazione, ma sono altalenanti. Sono costituite da persone, che magari non hanno mai ragionato, conosciuto e condiviso questi temi e che quindi vanno sensibilizzate. Andare da un impiegato, o un funzionario, o un assessore, proponendo un’alternativa che comporta scelte politiche chiare, precise ed impegni seri, di lungo periodo e ben al di là dei periodi elettorali, è molto difficile se non c’è consapevolezza. Noi abbiamo sempre avuto un discreto dialogo e quando abbiamo chiesto collaborazione abbiamo trovato disponibilità e persone che avevano quell’interesse sufficiente ad aprire uno spiraglio di dialogo.

Il problema locale è come trasformare uno spiraglio in un’interlocuzione di lungo periodo, in cui ci sia la convinzione della crescita di questo modello economico, anche in prima persona. Sono scelte difficili, soprattutto oggi che alcune deviazioni della politica hanno portato ad amministratori “professionisti”, che vivono di politica. Degna di nota, però, è l’esperienza molto importante della Regione Liguria, che ha varato una legge di sostegno al commercio equo e solidale, impiegando tempo e risorse, stabilendo paletti chiari e vincolanti per poter accedere a ingenti fondi, verificando parametri stringenti attraverso monitoraggi costanti. Un’esperienza molto positiva e di avanguardia, siamo in pochi ad avere uno strumento così importante3. Questa è la direzione, sarebbe significativo che a livello ancora più locale si prendessero decisioni così.

Immagini tratte da: www.equoliguria.it, ger-nis.com, comune-info.net, t2.gstatic.com, www.iscos.cisl.it, www.ingasati.net

Note:

2 Fondazione Antonino Caponnetto “Per una Liguria senza mafia” – Rapporto 2011/2012 [Testo]
Equosolidale, un’alternativa economica sostenibile
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Recent Comment

  1. Paganini MGrazia

    incoraggia conoscere iniiative che puntano ad una dimensione piu’ umana del commercio,
    e’ uno sguardo lanciato verso il futuro…
    bravi a tutti e
    bravo a te William…prosegui e non temere
    buona estate
    g. paganini

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