La sequenza sismica padana Prima Pagina

di Alessandro Tomaselli

Nei giorni 20/05/2012, alle 4 e 15 (ora locale) e 29/05/2012 alle 9 (ora locale) la pianura padana modenese, poco a sud del fiume Po, è stata investita da due scosse sismiche di magnitudo pari rispettivamente a 5.9 (Finale Emilia) e 5.8 (tra Mirandola e Medolla), secondo quanto registrato e preliminarmente elaborato dall’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia INGV (2012) e dall’Università di Genova (2012) . Gli ipocentri sono stati localizzati fra 5 e 10 km di profondità. Nei giorni compresi fra i due eventi principali e in quelli successivi si sono avute circa 1300repliche. Gli eventi sismici continuano a tutt’oggi (14/06/2012) con intensità decrescente. Il giorno 29/05/2012 si sono verificate più di 160 scosse (figura a lato).

I terremoti principali hanno provocato complessivamente 27 vittime e, da una prima stima grossolana, danni per 5 miliardi di euro. È da sottolineare come ampi settori del territorio danneggiato siano stati interessati dal raro fenomeno della liquefazione dei terreni. La sequenza ha avuto inizio il 18/05/2012 alle 21 e 40 (ora locale) con un microsisma di magnitudo 2.9. Prima del movimento tellurico principale del 20/05/2012 si sono avute altre 8 scosse la cui magnitudo massima è stata di 5.1 alle 4 e 7 (ora locale) del 20/05/2012. Nella figura a lato è descritto l’andamento nel tempo della magnitudo massima giornaliera, fino a oggi, distinguendo il distretto sismico emiliano (linea blu) da quello lombardo (linea fucsia).

I distretti sismici riattivati erano stati recentemente interessati da sismi poco frequenti e di bassa energia. Il periodo tra l’inizio del 2009 e l’inizio del 2012, ad esempio, era stato caratterizzato da una quarantina di eventi di magnitudo inferiore o uguale a 3.1 (vedi figura a lato). Il 25/01/2012, tuttavia, si sono avuti 3 terremoti di magnitudo fino a 5.1 fra le province di Mantova e Reggio Emilia, sempre vicino al fiume Po ma a profondità intorno ai 30 km.

In passato, un forte sisma, di intensità corrispondente a una magnitudo superiore a 6, avvenne a Ferrara il 17/11/1570 (vedi, ad es., Ferrari G. et al., 1985; Enea, 1999). La scossa fu avvertita in buona parte nel territorio compreso fra Mantova, Venezia, Modena, Parma, Bologna e Pesaro. Si verificarono anche allora numerosi casi di liquefazione del terreno. In pianta i sismi maggiori si dispongono ad arco fra Parma, Mantova, Modena e la zona a sud – est di Ferrara come nello schema della figura a fianco. Qualche scossa più profonda si è verificata a nord – ovest.

Analizzando l’andamento degli eventi in profondità, si osserva come la stragrande maggioranza dei movimenti tellurici riguardi i 10 km più superficiali della crosta (vedi figura). Il massimo si concentra fra i 5 e i 10 km mentre al di sotto di tale soglia la sismicità decade bruscamente con un ultimo guizzo tra 25 e 30 km e una totale asismicità sotto i 40 km interrotta da un terremoto al di sotto dei 60 km. Tali aspetti possono essere meglio osservati anche lungo una sezione la cui traccia è indicata nella pianta schematica sopra indicata. Il profilo (vedi figura sotto) mette in evidenza come il grappolo dei sismi si concentri sotto l’angolo di latitudine dei 44,9°, a nord del quale la sismicità pressoché si arresta in superficie per riprendere blandamente intorno ai 30 km di profondità. Uno spesso strato asismico è situato tra i 35 e i 75 km di profondità. Al di sotto si è verificato un solo evento (in pianta, a est di Ferrara).

Considerazioni

Le scosse sono destinate a durare, come in ogni sequenza sismica di rilievo, per giorni o mesi. Le scosse che hanno preceduto non sono, purtroppo, allo stato attuale delle conoscenze, elementi sufficienti a predire tempo, località e intensità di un ipotetico successivo evento catastrofico. Questo tipo di scosse, pertanto, solo a posteriori possono essere chiamate “premonitrici”. Gli Inglesi, infatti, usano il vocabolo meno impegnativo “foreshock”. Una sequenza, inoltre, può essere considerata come un unico impulso di una serie temporale più lunga, descrivendo, ad esempio, la serie con una distribuzione giornaliera di eventi in una finestra temporalmente allargata (ad esempio a tutto il 2009, come nella figura a lato).

Sul tema della previsione dei terremoti importanti passi in avanti sono stati fatti studiando la fisica dei precursori come, ad esempio, il gas radon o, ancor meglio con lo studio delle modificazioni che avvengono nello stato degli sforzi intorno alle aree interessate eventi sismici (terremoti innescati a distanza). Non è però ancora possibile predire tempo, luogo e magnitudo di un evento sismico se non con incertezze minime di decine di chilometri, di giorni e di decimi di gradi di magnitudo. È bene pertanto proseguire sulla strada della prevenzione considerando che il rischio, nella forma semplificata, è il prodotto del pericolo per la vulnerabilità. Il pericolo non si può ridurre perché è dovuto a fatti naturali ma la vulnerabilità si perché è dovuta a ciò che costruiamo nelle aree pericolose. Tale diminuzione si ottiene quindi solo migliorando il modo di costruire e riducendo i manufatti e il carico insediativo nelle aree esposte.

Per quanto riguarda gli aspetti sismo – tettonici, la massima concentrazione di eventi si ha fra i 5 e i 10 km, dove è posto lo strato più rigido della crosta. Lo strato più superficiale è caratterizzato invece dai sedimenti più recenti e plastici (meno soggetti a rottura). Si possono poi schematizzare (vedi figura) i nuovi dati derivanti dalla localizzazione dei maggiori eventi della sequenza sismica del 2012, tenendo conto che i margini di incertezza sulle coordinate e sulle profondità ipocentrali nelle fasi preliminari delle analisi possono arrivare anche a qualche chilometro. I meccanismi focali sono di tipo compressivo, in buon accordo con le conoscenze geologiche e sismiche pregresse sulla struttura sepolta dell’Appennino (si veda, ad es., Castellarin et al., 1985 e, per la parte profonda, Selvaggi e Amato, 1992). Lo schema è quello di un sovrascorrimento, tramite faglie inverse o pieghe – faglia, della microplacca ligure – toscana, promontorio della placca euroasiatica (a sinistra nella figura), sulla microplacca padano – adriatica, promontorio della placca africana, a partire dal movimento attuale di stiramento della crosta sotto il mar tirreno.

 

RIFERIMENTI:

  • Castellarin A., Eva C., Giglia G. e Vai G. B., 1985. Analisi strutturale del fronte appenninico – padano. Giornale di geologia, 3, 47/1-2.
  • Enea, 1999. Terremoti in Italia. Marchesi grafiche editoriali, Roma, 125 pp.
  • Ferrari G., Guidoboni E. e Postpischl D., 1985. The Ferrara earthquake of novembre 17, 1570. In D. Postpischl (a cura di) “Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes”, CNR, Quaderni de la ricerca scientifica, 114 2°, Bologna.
  • Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia INGV (2012).  Ultimi terremoti registrati dalla Rete INGV, http://openmap.rm.ingv.it/gmaps/rec/Index.htm, ultima vista il 15/06/2012.
  • Selvaggi G. e Amato A., 1992. Subcrustal earthquakes in the northern Apennines (Italy): evidence for a still active subduction?. Geophys. Res. Lett., 19, 2127 – 2130.
  • Università di Genova, 2012. Regional seismic network of northwestern Italy, http://www.dipteris.unige.it/geofisica/, ultima vista il 15/06/2012.
La sequenza sismica padana
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Recent Comments

  1. Paolo Pani

    Molto interessante poter leggere una diagnosi con tale elevato contenuto di particolari tecnici sulla nostra terra… Grazie per aver dato un po di luce obiettiva su questa specie di isteria collettiva che sembrava aver preso i media italiani. Certo che il fenomeno genera panico e sconforto, specialmente nei diretti interessati, ma non possiamo certo dimenticare che siamo insediati su di un corpo “vivo” che si manifesta e ha tutto il diritto di farlo!
    Saluti dal Brasile
    Rio +20

  2. Massimo Tomaselli

    Condivido una parte del commento di Paolo Pani che scrive:

    siamo insediati su di un corpo “vivo” che si manifesta e ha tutto il diritto di farlo!

    Io aggiungo che questo corpo “vivo” si sta ribellando per tutto il male che gli stiamo facendo.
    Un esempio. Le estrazioni petrolifere provocano delle sacche di vuoto nel sottosuolo, quindi le pareti che avvolgevano il nostro ORO NERO, si spostano o meglio dire cedono e provocano movimenti che noi sentiamo con i terremoti, maremoti ecc.

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