Earthquake made in Italy Analisi,Contemporanea-mente

di William Domenichini

I disastri ambientali stanno diventando la nuova forntiera delle crisi economiche del terzo millennio, la cartina di tornasole di un modello di consumo che sta scivolando dagli specchi e che tenta di arrancare con ogni mezzo, spacciando soluzioni salvifiche le stesse prassi che ne stanno decretando il fallimento. E’ un caso che quando piove, o la terra trema, si continui a rendicontare le conseguenze delle interazione tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda, con le sue azioni sciagurate, le sue opere o la sua incuria? Gli effetti di fenomeni naturali sono in contraddizione con l’aggettivo che li qualifica e, naturalmente, i danni provocati sempre più ingenti, la conta di vite umane spezzate sempre più drammatica.

I sismi che hanno messo in ginocchio le provincie di Ferrara e Modena sono l’ultimo tassello di un puzzle nel quale il principio è molto semplice: il sistema vuole riparare il danno piuttosto che prevenirlo. In una delle regioni più produttive del paese, che mette in cassa quasi il 9% del Pil (per gli affezionati di un indice così poco furbo), si conta il crollo di circa 3.500 tra capannoni e stabilimenti, 15 operai morti sotto le macerie mentre lavoravano (magari obbligati a tornare al lavoro dopo le prime scosse) e complessivamente 20.000 posti di lavoro volatilizzati in 30 secondi, per un terremoto di poco superiore al 5° Ricther1. Secondo la stima del commissario europeo Hahn, le prime valutazioni dei danni è di circa 5 miliardi di euro2, che vanno ad aggiungersi alle conte precedenti. Tanto per avere un’idea, all’Aquila il terremoto causò danni diretti per 10 miliardi3.

Se andiamo dietro nel tempo, numeri alla mano, in Italia si registra un disastro sismico ogni 4-5 anni che causa danni gravi o distruzioni a circa 1.500 località4. Negli ultimi 40 anni, i danni provocati da terremoti ammontano a circa 147 miliardi di euro, per lo più impiegati nella ricostruzione, tralasciando le conseguenze economiche sul patrimonio storico-artistico ed i costi sociali. In altri termini, ogni anno, lo stato italiano spende qualcosa come 3,4 miliardi di euro per riparare i danni da terremoto, al netto delle vittime5. In paesi che da tempo lavorano sulla prevenzione antisismica (Giappone, California, ecc.) terremoti simili a quello emiliano sono quasi bazzecole6.

Quando la terra trema ci distraggono con diluvi di informazioni inutili, talvolta fuorvianti, dimenticandosi di alcuni aspetti centrali: il primo che è pressoché impossibile prevederlo se non all’interno di un range probabilistico spesso molto discrezionale, il secondo che è un fatto ineluttabile ed intrinsecamente legato alle dinamiche evolutive del pianeta. Per questo occorre stabilire la pericolosità sismica, ovvero la probabilità che un terremoto si verifichi in una regione specifica, in un periodo specifico, e che lo scuotimento supererà un punto di forza specifica. Tali probabilità sono basate su attività sismiche passate di una regione e sulla sua natura geologica. Allo stesso tempo occorre sapere il rischio sismico, ossia considerare il danno o le perdite che dovrebbero derivare dalla pericolosità sismica, compresi il numero di feriti e morti e le perdite economiche7.

La mappa di pericolosità sismica italiana vigente prevede, in termini probabilistici, che in un determinato territorio, e sotto una serie di condizioni ben precise, il suolo possa subire accelerazioni: per esempio a Messina di poco più di 1/3 della forza di gravità ed in Emilia di circa 1/6. Qui si pone un primo problema: dal terremoto dell’Umbria e delle Marche (1997), nel terremoto del Molise e dell’Etna (2002), fino al terremoto dell’Aquila (2009) ed oggi nel sisma emiliano, gli accelerometri hanno sempre registrato dati ben più alti di quelli attesi8. Quindi la classificazione e la mappatura della pericolosità sono evidentemente inadeguate e se da un lato nessuno può predire il futuro, dall’altro i dati storici vengono dimenticati. Proprio il ferrarese fu colpito, alla fine del 1500, da una drammatica sequenza sismica che distrusse quell’area, sfatando il mito che la pianura sia esente da terremoti, una delle tante bufale che circolano di questi tempi e che fomentano l’industria dell’ignoranza. Allo stesso modo si è tentato di distorcere con armi di distrazione di massa, per lo più facenti leva sulla paura, dalle questioni più cruciali.

Occorre ridurre il rischio, ma chi costruisce un fabbricato, come e quando spende in termini di sicurezza antisismica? Nel paese degli azzeccagarbugli la centralità non è sulla qualità delle opere e sulle loro reali prestazioni meccaniche, ci si accontenta dell’adempimento burocratico, ovvero di tonnellate di carta a norma di legge, ignorando che le regole del “buon costruire” non si trovano in nessun decreto. Prendiamo il caso di un capannone prefabbricato che dopo un terremoto “ordinario” crolla ed uccide chi sotto esercita il proprio diritto al lavoro: i fornitori hanno certificato il prodotto, i progettisti si sono accollati la responsabilità della messa in opera, i collaudatori hanno verificato la congruità progettuale.

Cosa accadrebbe se il progettista calcolasse la struttura resistente alla peggiore situazione sismica aumentando le quantità di materiali, usasse smorzatori sismici, acciai zincati nelle armature, irrigidisse le platee di fondazione con cordolature in cemento armato o legando eventuali plinti con travi di collegamento, andasse ad eliminare i possibili elementi spingenti o attuasse qualsiasi intervento non prescritto ma consigliabile? Schiere di committenti e coorti di imprenditori sosterrebbero che sono accorgimenti costosi, superflui al fine del deposito della pratica sismica, quindi dell’adempimento della normativa, e pletore di tecnici in fila sarebbero già pronti a far spendere meno in tempi in cui non ci si può permettere il lusso di rinunciare a nulla.

Se la normativa è rispettata perché aumentare ulteriormente i costi? Dunque il paradosso è che in Italia tanto i danni, quanto le vittime di un disastro naturale sono, “a norma di legge”. Quale normativa poi? Se sommiamo le leggi, decreti, regolamenti, ordinanze in materia di costruzioni edilizie ci si rendo conto che dovremmo farci aiutare da ditta di traslochi tanta è la mole di tomi che vigono in Italia, condite da codicilli che sbucano tra una legge finanziaria ed una normativa transitoria nelle quali si infilano regimi di deroga o situazioni in cui si creano figure parafulmine. Nel resto dell’Europa si punta a semplificare ed efficentare le norme, seguite da controlli feroci, corroborata da giudizi certi e rapidi. E cosa accadrebbe se si stringessero le maglie della classificazione anti-sismica? Forse ci sarà qualche categoria che griderà allo scandalo per l’aumento dei costi di costruzione?

Il lato tragicomico è che a conti fatti la stessa Protezione civile italiana documenta che basterebbero 25 miliardi per mettere in sicurezza sismica tutto il paese, mentre riparare ai danni fatti ci è costato (e costerà) 6 volte tanto. Un ritornello che ricorda ciò che accade quando piove: dal 1996 al 2008 lo stato italiano ha speso per calamità alluvionali circa 27 miliardi di euro mentre basterebbero 4,1 miliardi di euro per mettere in sicurezza il paese con un’adeguata pianificazione che gestisca la fase di intervento e stabilisca i piani di manutenzione idrogeologica9, invece si inseguono grandi opere, outlet, centri commerciali e grandi trasformazioni in piane alluvionali dove pochi guadagnano, molti subiscono. Un ritornello nel ritornello: privatizzare i guadagni, socializzare le perdite.

Neanche farlo apposta, il governo Monti, con un decreto legge emanato poche settimane prima dei terremoti in Emilia, riforma la protezione civile italiana riducendo i costi e la spesa per le ricostruzioni post catastrofi naturali. Miliardi di euro apparentemente risparmiati, e che con un codicillo spostano la responsabilità economica delle ricostruzioni dal costo sociale collettivo, a quello privato ed individuale, stabilendo la necessità di stipulare polizze assicurative10.

Chissà quanti punti di Pil ci costerà ricostruire l’Emilia-Romagna, mentre l’Europa del mercato detta l’austerity con una mano e finanzia gli istituti di credito in difficoltà con l’altra. I “salvacondotti” dei patti di stabilità sono conseguenze di alluvioni, o di terremoti, grazie ai quali è concesso indebitarsi e dove l’azione di ricostruzione è decisamente più remunerativa di quella di prevenzione, così come le somme urgenze sono fuori dal controllo democratico rispetto ad una pianificazione preventiva dei rischi. Chissà quanta crescita produrranno i danni ambientali, chissà se il volano della ricostruzione metterà in piedi un’economia sfinita, chissà quanto renderanno le polizze per assicurarsi da questo tipo di catastrofi. Chissà se la ricostruzione di Cavezzo, di Finale Emilia e dei tanti paesini crollati come farina sarà affidata a qualche archistar come nel lungimirante caso delle Cinque Terre. Chissà quante altre volte dovremmo scrivere articoli come questi con l’amarezza di chi sa di averne già scritti di simili, nonostante la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione11“.

[…] ma sotto i cieli immensi, c’è una terra da spartire, infliggere le regole, distruggere per costruire
davanti ai cieli immensi che non puoi desiderare, infliggi le tue regole, distruggere per conquistare
12

Immagini tratte da: http://tg24.sky.it, www.agi.it, www.centroeedis.it, www.protezionecivile.gov.it, www.sheffield.ac.uk, www.agi.it, www.ilsecoloxix.it


Note:

1 Terremoti dell’Emilia del 2012. (11 giugno 2012). Wikipedia, L’enciclopedia libera.[http://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_dell%27Emilia-Romagna_del_2012#Danni_e_vittime]
2Emilia, forte scossa in serata: 5.1”, La Repubblica – Bologna, 3 giugno 2012
3 «Bruxelles: 493 mln di euro per la ricostruzione in Abruzzo». Adnkronos, 15 giugno 2009.
4 Eventi estremi e Disastri – Centro euro-mediterraneo di documentazione – [www.centroeedis.it]
5 S. Casucci, P.Liberatore, “Una valutazione economica dei danni causati dai disastri naturali“, 29 maggio 2012 [http://eddyburg.it/]
6 Japan earthquake 9.0 Richter and tsunami, March 11 2011 – [Video]
7 F. di Leonardo, “Max Wyss: inadeguata la valutazione del rischio sismico mondiale”, 31 maggio 2012
8 L.Santoro, “Il Terremoto in Emilia Romagna: caratteristiche, peculiarità ed anomalie”, 21 maggio, 2012
10 Decreto legge 15 maggio 2012 – n.59 [Testo]
11 Costituzione della Repubblica Italiana, art.9 – 2° comma – [Testo]
12 Paolo Benvegnù, “Moses” – Hermann (2011) – [Video]
Earthquake made in Italy
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Recent Comments

  1. Paganini MGrazia

    Intanto complimenti per la serietà e la puntigliosa analisi della situazione italiana rispetto alle catastrofi naturali. Non saprei cosa aggiugere in più rispetto a ciò che hai scritto. Posso solo dire che se l’uomo non si affretta a fare una “conversione” di prospettiva, di valori e di obiettivi, pagherà cara la sua dabbenaggine e qui siamo tutti chiamati, ognuno con i propri mezzi e le proprie risorse. Occorre coinvolgere i più giovani, non stancarsi…auguri…non perdiamo la speranza…

  2. William

    Grazie. Concordo assolutamente, occorre dare ognuno il proprio contributo, consapevoli che le difficoltà sono tante e chi rema nella direzione giusta sono sempre meno.
    La riflessione fatta mi fa pensare anche a ciò che sta accadendo in queste ore a Rio. Segnalo questa bella intervista ad un persona preparatissima, che peraltro non ha mancato di dare un suo contributo su questa rivista, come Alberto Zoratti

  3. Oriella

    Intanto grazie per darci ogni volta informazioni che io non potrei leggere da altre parti (forse non leggo molti giornali?), i tuoi articoli sono sintesi più che esaurienti. Comunque in questo periodo sto andando ad incontri che mi rincuorano un po’, ho la sensazione che sotto la superficie si stia muovendo un piccolo esercito di formiche laboriose, che fanno il possibile per creare alternative costruttive. Fra queste “formiche” ci sei anche tu, che con con il tuo lavoro dai un grosso contributo.
    A presto
    Oriella

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