2012: lo spread è pace, schiavitù e forza Analisi,Contemporanea-mente

di William Domenichini

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile e gli orologi battevano tredici colpi. […]
Un monitora colori, troppo grande per essere appeso all’interno, era stato affisso al muro. Rappresentavaun grafico enorme, più largo d’un metro:la curva di un indice dello Spread, con grossi alti e bassi, linee rudi ma non sgradevoli1

La tempesta economica non somma semplici alchimie contabili, ma rivela la crisi profonda di un sistema che non sa più dove piazzare le merci che produce, non sa più dove creare mercato, inventandosi mezzi e strumenti per garantirsi profitti. Sono passati 40 anni dalla prima volta che si è messo in discussione i “limits to growth”, ma pare che nessuno se ne sia accorto anzi, a tappe forzate, e a suon di dogmi da estremisti del mercato, continuiamo ad abbattere picchi (idrocarburi ed altre materie prime, acqua, terre rare, ecc.) e speranza. I Governi europei sono finora stati a guardare, limitandosi ad attuare quell’austerità che colpisce verso il basso, ma senza intaccare i privilegi di chi è parte in causa nella crisi del sistema.

Non mancano certo gli alibi. I cattivi tedeschi investono da anni in formazione, in tecnologia e la loro industria continua in processi di innovazione che non ha eguali continentali. Qualcuno ricorda l’ingegner Palazzetti? Negli anni ’70, in Fiat, aveva progettato Totem2, un motore di un’automobile che produce calore ed elettricità per un palazzo intero. In Italia, troppo preoccupati a pensare agli eco-incentivi ed alle rottamazioni, non se ne fece nulla, mentre i cattivi tedeschi credettero in quel brevetto investendo, producendo il cogeneratore, e strutturando una rete per la produzione e distribuzione di energia elettrica prodotta con un sistema microdiffuso.

Arriva il tempo dello spread. Che voli o cada, diventa una questione di comodità, mentre la crisi continua ad esser presa dal lato sbagliato, quello del debito pubblico, anche se è più opportuno dire facendolo pagare a chi non lo ha contratto, oppure a chi non ha modo di evitare di pagare perché gli viene trattenuto alla fonte. Nel 99% dei casi si tratta della stessa definizione sociale ed il risultato complessivo è quello di creare una decrescita infelice: invece di nutrirsi con saggezza e sobrietà ci mettono a pane ed acqua, entrambi molto costosi se mercificati. Diventano impossibili investimenti, tanto meno quelli (pubblici) che dovrebbero difendere ciò che è comune. Tagli, tagli e ancora tagli significano meno formazione, meno futuro, più finanza, ulteriori svendite: il rapporto debito/Pil peggiora, il fiscal compact condanna la gestione contabile dei prossimi 40 anni in ulteriori manovre depressive e così via: Grecia docet.

Perché pagare un debito che il 99% di noi non ha contratto? Perché non redistribuire ricchezze nazionali che sono in mano mediamente al 10-15% della popolazione? Perchè mantenere un modello che concepisce come unica soluzione la crescita lineare in un sistema che vive di cicli? Hic Rodhus hic salta: ad urne chiuse il popolo greco premia Syriza, il Front de Gauche ellenico che raccoglie la protesta sociale divampante nel paese e diventa il secondo partito nazionale. Non appena il suo leader, Alexis Tsipras, viene incaricato di formare il governo, dichiara ai vertici Ue e Bce che i termini dell’accordo di salvataggio della Grecia, condotto dall’European Financial Stability Facility, non sono più applicabili perché i greci hanno bocciato l’austerity di chi li ha governati finora: “annullare le nuove dure misure come il taglio delle pensioni e degli stipendi e ripristinare i diritti dei lavoratori“.

In filosofia, in religione, in etica e in politica, due e due avrebbero potuto fare cinque, ma fino a che ci si manteneva nell’ambito di disegnare un aeroplano o un fucile dovevano fare quattro. Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.

Le risposte alla tentata svolta greca sono due, non cinque e nessuna proviene da chi è stato chiamato in causa da Tsipras. Prima tocca al ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble: senza batter ciglio ammonisce che “saranno loro [i greci] a decidere se restare o no nell’euro”. Semplice, sintetico e con un sottotitolo altrettanto chiaro: se non pagate si chiudono i rubinetti. Poi tocca ai mercati, che con l’ennesimo scossone delle borse continentali, riportano nell’Ue gli incubi per la possibile argentinizzazione ateniese, un segnale che la dice lunga su come sia possibile giocare la partita (e risolverla) con le regole con cui la si sta già perdendo. Il caso greco fa scuola e tenta le uniche soluzioni che il sistema concepisce: le larghe intese o governo tecnico? Tertium datum est: il ritorno alle urne, rimescolare le carte, e rimettere in discussione quei 4,2 miliardi di euro dell’Efsf ed il piano di austerity.

Ma gli scenari da apocalisse incombono sulla possibile uscita della Grecia dall’euro. Secondo gli algoritmi di Sungard (sembrerebbe uno psicoagente), lo spread potrebbero salire del 20% e le borse scendere del 15%. Secondo Ubs, la diminuzione del debito privato greco, dovuto agli “sforzi” degli stati membri (circa 50 miliardi), verrebbe a costare nelle tasche di italiani e spagnoli sborserebbero circa 1omila euro a testa all’anno, per i tedeschi poco meno. L’eventuale nuova Dracma si svaluterebbe fino al 70%, il Pil crollerebbe del 20% e addio ai prestiti promessi, bilance commerciali chiuse, ma delle condizioni del popolo greco non v’è riflessione, dello sciacallaggio del sistema democratico più antico del mondo neppure.

Se la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, oggi si fatica a trovare la parte comica, tant’è che se Atene piange, Roma non ride. Il Bel Paese è lontano dalle grinfie della greek economy? Lo spread scende quando la Bce pompa denaro (costoso) nelle casse delle banche, si alza quando qualcuno difende lo stato sociale, i diritti sul lavoro, i beni comuni, riscende quando si da via libera alle trivellazioni petrolifere nel mar Adriatico, si rialza quando le borse crollano bruciando milionate di euro… e dopo tre mesi di cure Salvaitalia, CrescItalia, SchiantItalia il demoniaco differenziale fluttua oltre quota 400, i tasse nominali volano oltre il 45%, 5 milioni di italiani sono senza lavoro, l’Iva al 21%, la benzina vicina ai 2 euro e l’Imu. Siamo salvi?

Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.

Lo spread diventa il nuovo uomo nero, d’altronde chi vuol far fallire deliberatamente il proprio paese. Lo spirito nazionale viene alimentato dai fantasmi dei cattivi tedeschi, nascondendo incapacità ed inettitudini di altri paesi che, con gli stessi tedeschi, hanno condiviso regole del Monòpoli. La finanza diventa causa ed effetto, nonostante abbia a che fare con la crisi economica nella misura in cui le rughe hanno a che vedere con la vecchiaia. Non esiste più un mercato in grado di mercificare ciò che si sovrapproduce ma la fantasia del capitale inventa nuovi mezzi con cui commerciare anche l’aria, puntando su ciò che rimane del concetto di crescita: dalle autostrade, al Tav, passando per ogni sorta di hub&spoke, trasporti, rifiuti o idrocarburi, basta vendere, vendere e ancora vendere anche beni di cui non si sa quanto ne avremmo a disposizione.

Chi legittima la nuova frontiera? “I barbari stanno per arrivare, muniti di lauree. Dottori di ghiaccio, comprano neve, si amano davanti ai diamanti3. Governi tecnici, dai dicasteri sempre più acronimistici (Mse, Mef, Miur, Mattm, ecc.) che tendono sempre più a Miniver o Minabbon, ben si guardano dal cambiare paradigma economico. Non è un caso la minaccia di tagli agli incentivi alle energie pulite, mentre non si discutono finanziamenti agli inceneritori come i Cip6 o sovvenzionamenti al nucleare referendariamente bocciato per ben due volte in 20 anni! Il tutto con una miopia incredibile: nel 2011 le rinnovabili contano il 24% del fabbisogno elettrico nazionale, ma hanno il difetto di rispondere ad esigenze energetiche diffuse, non a quelle del mercato, ecco che vanno stroncate. Piani energetici nazionali cercasi: i professori sembrano non accorgersi della sovra-capacità produttiva degli impianti energetici italiani, continuando a comprare energia nucleare francese nottetempo, e la fonte rinnovabile più importante, il risparmio, non è minimamente considerata: così ci teniamo edifici energeticamente colabrodo ed un sistema di trasporto (sia di merci che di persone) estremamente energivoro.

Cambi tema, stessa solfa: sull’acqua italiana, vera preda per quel mercato che tende superare la concorrenza con le fusioni e le incorporazioni societarie, si staglia il progetto della grande multiutility del Nord. Per far fronte al livello d’indebitamento insostenibile dei colossi piemontese-emiliano, per sostenere circa il 35% di perdite del valore delle quotazioni in Borsa, e non certo per migliorare il servizio, si paventa la possibile fusione tra A2a, Iren (e forse anche Hera): un colosso dai piedi d’argilla che farebbe entrare fondi d’investimento con sedi legali nelle Isole Cayman, nelle case italiane direttamente dai rubinetti. Intanto, da sud, avanza Acea (e quindi il suo socio, privato, francese, GDF Suez S.A.), e dopo che il sindaco Alemanno gli ha consegnato l’acqua romana, punta a conquistare la Toscana, con una sorta di talebanesimo neoliberista: o compravendita, o morte!

Facciamo due conti: su sette miliardi di persone nel pianeta, quattro vivono al di sotto della soglia di povertà, uno muore di fame e due terzi vive sotto le regole di mani invisibili per distribuire ricchezze, predatorie per creare profitti. Dove non si parla di equità e sostenibilità si impone la competizione, finta o truccata, dove si invoca la sovranità dei popoli, c’è colonialismo globale, sia esso sotto forma di guerra o di ricatto finanziario. Grecia docet.

Alzò lo sguardo verso quel monitor enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quegli indici. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava lo Spread.


1. G.Orwell, “1984”

2. M.Buono e P. Riccardi, “L’auto permettendo”, Report – 9 maggio 2010 [Video]

3. “I barbari”, Colapesce – “Un meraviglioso declino” (2011) [Video]

Immagini tratte da: wikimedia.orgimages.virgilio.itwww.lettera43.itwww.varesepolitica.it/agostinelliblog.panorama.itwww.english.globalarabnetwork.comwww.guardian.co.uk

2012: lo spread è pace, schiavitù e forza
0 votes, 0.00 avg. rating (0% score)

Recent Comments

  1. Oriella

    Finalmente mi sono trovata un tempo per leggerlo con calma, perchè i tuoi articoli vanno letti tutti d’un fiato, fino all’ultima parola. Come sempre condivido ciò che scrivi, quello che mi sgomenta è pensare “ma erano necessari i bocconiani (si dice? ma?) per affossarci ancora di più nel buco nero dove prima lentamente e ora vertiginosamente ci stanno facendo precipitare?” Loro vanno avanti inesorabili nel far quadrare bilanci che non quadrano, un’ accorta massaia sarebbe in grado di far tornare i conti . Però in mezzo a tutto questo malessere, ed è veramente tanto ho la sensazione che dal profondo si stia alzando un ‘onda a mo di tsunami, sto riflettendo sul fatto che la goccia che farà traboccare tutto il vaso non tarderà ad arrivare. Quello che mi addolora sono le vittime nel frattempo mietute per queste macroscopiche incapacità governative.
    Continua con i tuoi articoli.
    Un saluto sincero Oriella

  2. William

    Grazie Oriella!
    Credo che la riflessione principale sia proprio nel fatto che il presunto tecnicismo, che dovrebbe portare efficienza e ottimizzazioni, maschera scelte politiche chiare e, a mio avviso, responsabili del disastro attuale. Un paradosso, ma che viene celato dagli strumenti di manipolazione comunicativa.
    Per me è affascinante, in senso drammatico, ciò che accade in Grecia, sia dal punto di vista economico che sociale. Allora sono convinto che le incapacità sia un giudizio parziale, perchè si tratta di lucide scelte già attuate in passato (Thatcher, Reagan, ecc.) i cui effetti sono stati drammatici.
    Oggi al dramma sociale ed economico aggiungiamo il tema ambientale, dove la battaglia per l’estinzione guarda ad una specie che dovrebbe starci a cuore: il genere umano.
    Magari potessimo avere una risposta. Mi piace pensare che un punto di partenza è quel “ragionare globale ed agire locale” che può dare un contributo concreto al cambiare lo stato reale delle cose quotidiano, senza perdere di vista grandi orizzonti.
    Ricambio i saluti, un abbraccio

Rispondi