Gino Donè Paro, l’unico europeo del “Desembarco del Granma” Buone pratiche,Contemporanea-mente

di Beatrice Dal Piva

Non so se sono un rivoluzionario; io sono un partigiano, perché sono sempre stato dalla parte dei meno privilegiati”.

Si descrive con queste parole Gino Donè, l’unico europeo ad aver partecipato alla rivoluzione cubana, dopo essere stato un valoroso partigiano della Resistenza nella laguna veneta. Per i festeggiamenti dello scorso 25 aprile, questo personaggio è stato al centro di varie manifestazioni che hanno visto partecipi le diverse ANPI del Veneto.

Poco conosciuto in Italia, di Donè  si sono perse le tracce per i 45 anni vissuti negli Stati Uniti dopo la rivoluzione cubana, un po’ per l’umiltà che lo contraddistingueva, un po’ per la paura di perdere la pensione di vecchiaia statunitense. La sua notorietà presso il governo cubano non è mai cessata: per anni è stato cercato da Fidel Castro stesso e dai suoi stretti collaboratori, ex rivoluzionari insieme a lui, tanto che nell’archivio storico delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie) viene inserito un dossier su Gino Donè Paro, l’unico europeo partecipante al “Desembarco del Granma” del 1956.

Nel 1995 Donè ricompare a Cuba, per il 40° anniversario del Desembarco, e viene ospitato in una residenza del Consiglio di Stato per quattro settimane. Dal 2003 Donè, ormai vedovo anche della seconda moglie Aleida March de La Torre, si stabilisce definitivamente a San Donà di Piave (Venezia) presso i suoi parenti italiani. Da questo momento comincia ad essere conosciuto e festeggiato dalle Anpi e dai numerosi circoli Italia-Cuba della penisola e torna saltuariamente a Cuba per girare video ed interviste. Classe 1924, originario di Monastier in provincia di Treviso, Gino Donè ha deciso di dedicare tutta la sua vita alla “resistenza” contro la dittatura, in Italia ed oltremare.

Dopo l’8 settembre 1943, da Pola ritorna in Veneto e partecipa alla “missione Nelson” per la liberazione del Nord Italia, aiutando i paracadutisti australiani e inglesi che atterravano nella laguna veneziana a raggiungere le barricate partigiane. Ma, dopo la Resistenza, decide di andarsene dall’Italia perché nemmeno dopo la guerra e l’istituzione della Repubblica italiana si sente libero dai meccanismi di subordinazione, soprattutto economica, tipici del capitalismo e, quasi casualmente, nel 1951 si imbarca ad Amburgo su una nave diretta a Cuba. Qui conosce la sua prima moglie, Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria che, a poco a poco, lo avvicina al “Movimento 26 Luglio”, di cui diventerà tesoriere trasportando denaro in Messico da dove Fidel Castro, esiliato, preparava la rivoluzione. Proprio in Messico Donè conosce il medico Ernesto Che Guevara, che gli confida che, se non avesse incontrato Castro, sarebbe andato in Italia per specializzarsi nella cura dell’asma alla prestigiosa Università di Bologna.

Nel 1956 parte la spedizione di 82 rivoluzionari sul piccolo battello “Granma”, dove Donè, “El italiano”,  ha l’incarico di tenente del terzo plotone comandato dal capitano Raul, fratello di Fidel. È un ruolo importante che si è guadagnato grazie all’esperienza come partigiano nella laguna veneta, che gli servirà per affrontare le paludose spiagge di mangrovie di Cuba. Il “desembarco” a Cuba è drammatico, oltre alla difficoltà di raggiungere la riva si aggiungono i soldati inviati dal dittatore Batista a braccare i rivoluzionari. Impantanato tra le mangrovie con un pesante carico sulle spalle, Che Guevara rimane indietro: ha un attacco d’asma, Gino Donè torna indietro e lo salva, facendogli riprendere fiato con un massaggio che aveva imparato dalla moglie Norma, anch’essa asmatica.

Dopo  giorni sulla Sierra Maestra e dopo il massacro di Alegria de Pio (dove la metà dei rivoluzionari del Granma vengono uccisi dai batistiani), Donè torna a Santa Clara dove partecipa ad alcune azioni di sabotaggio dei batistiani e addestra militarmente alcuni giovani rivoluzionari cubani. In un’intervista rilasciata sul quotidiano “Liberazione” nel 2006, Donè racconta: “Dal giorno del “Desembarco” in poi, noi superstiti abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano da Cuba per fare ciò che nella Sierra Maestra non avrei potuto realizzare. C’era bisogno di addestramenti, collegamenti, informazioni, notizie, soldi, armi, e di molte altre cose ancora. Così, chi con armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io”. Alla fine, poiché “un partigiano o difende, o si difende”, vista la tragica situazione e per non mettere troppo in pericolo la moglie Norma, il rivoluzionario veneto decide di andarsene da Cuba, stabilendosi a New York e di lui si perdono le tracce per 45 anni.

Racconta Luciano Padovani, presidente della sezione ANPI “La Spasema” di Belluno, che il 1° gennaio del ’59, giorno del trionfo della Rivoluzione cubana, dal piano più alto di un famoso albergo di New York fu srotolata la bandiera di Cuba e non si seppe mai  chi era stato, finché Donè non gli confessò di essere l’autore della trovata. C’è chi, come Nicola Atalmi, ex consigliere regionale veneto, paragona Gino Donè a Che Guevara, spiegando che “nessuno dei due è cubano, ma per entrambi non erano importanti le frontiere , combattevano per la giustizia nella speranza di un mondo migliore e libero da ogni dittatura”.

E in effetti Donè, in una delle sue ultime interviste, afferma che “combattere a Cuba era come rivivere la Resistenza in Italia”, e che tra lui e il Che c’era qualcosa in comune:

Non importa se lui era ateo e marxista mentre io ero cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la mia fede era debole. Ci legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi”.

Gino Donè Paro, l’unico europeo del “Desembarco del Granma”
0 votes, 0.00 avg. rating (0% score)

Rispondi