Intervista a Dionissis Savvopoulos Prima Pagina

di Daniela Binello

Specialmente nei periodi più duri, come quello che sta lacerando il popolo greco, nella grande poesia greca moderna e nelle canzoni di lotta per la libertà il ricorso alle figure storiche e mitologiche diventa il paradigma dell’uomo moderno, senza soluzione di continuità. E’ così anche per La parola di Demostene di Dionissis Savvopoulos, per i greci “il poeta che canta”, un brano in cui il combattente, uscendo dal carcere, non trova più nessuno ad attenderlo e vagando per le strade della sua città la sente estranea, con quei caffè chiusi, perché anche i suoi amici hanno dovuto andare in esilio.

L’atmosfera è di tragica solitudine, eppure si tratta di Demostene, l’oratore ateniese, di certo non un uomo qualsiasi. Allo stesso tempo, Demostene, privato della libertà a causa delle sue idee, diviene ciascuno di noi, cioè un uomo qualsiasi. Occorre immaginare chiunque all’uscita di prigione, negli anni della dittatura greca o prima, nel periodo della guerra civile, conclusasi con la sconfitta delle forze antifasciste e con i lager nelle isole. Bisogna immaginare soprattutto i poeti e gli artisti che, a decine, pagarono con il carcere e le torture la loro opposizione e resistenza. Occorre immaginare anche Savvopoulos (che oggi ha 68 anni), gettato in prigione dopo il colpo di stato del 21 aprile 1967.

Savvopoulos scrisse La parola di Demostene in carcere e, nel ’72, la canzone fu incisa nell’album Pane sporco, sulla cui cover è ritratto solamente il cantautore di Salonicco, da solo, per strada.

Quale reazione vorrebbe vedere da parte dei greci, oggi che il problema riguarda soprattutto i disastri provocati dalla finanza?

Savvopoulos “Noi greci diventeremo più poveri, questo è sicuro. Ma allo stesso tempo troveremo dentro di noi energie e valori che non ci saremmo mai potuti immaginare. Sono certo che ritroveremo noi stessi e la nostra identità. Non è la prima volta che i greci vivono un periodo difficile. Nel ‘40 la gente mandava i propri figli ad ammazzarsi in Albania e ora, per un problema che è comunque minore, almeno per come vedo io le cose, sono caduti tutti nella depressione nazionale. Ma tutto questo finirà e noi usciremo da questo problema, non ho alcun dubbio. Noi greci diventeremo delle nuove persone”.

Con le poesie e le sue canzoni, lei ha dato immaginazione e respiro alla lotta. E’ questo il potere dell’arte?

Savvopoulos “L’arte non parla da nessun pulpito. L’arte può accarezzare, può consolare e può anche innalzare. Ma che cosa accade veramente in Grecia, in questo momento, ce lo possono dire davvero soltanto quelli che fanno la fila per avere qualcosa da mangiare, quelli che dormono sulle scale delle chiese, quelli che dormono dentro le gallerie, perché i politici, ormai lo sappiamo tutti, non hanno purtroppo più nulla da dirci”.

Quali parole userebbe in una nuova canzone?

Savvopoulos “Io non scrivo più, perché tutto mi sembra uguale e non c’è più niente che mi stupisca. Tutto quello che sta accadendo me lo aspettavo già. Anche la Reuters (in riferimento all’agenzia di stampa Thomson Reuters che ha sedi in tutto il mondo, n.d.r.), appena i suoi giornalisti si abituano a un posto, li sposta altrove perché possano provare ancora emozioni. Io invece trovo ormai tutto uguale, non so che dire. Ho licenziato il compositore che c’è dentro di me perché ormai non ha più nulla da dire. Ormai canto soltanto!”.

Anche in una situazione come questa?

Savvopoulos “Sì, sfortunatamente. Mi dispiace. Mi deve scusare. Non ho più nulla da dire, se non il mio lutto”.

Che cos’è per lei l’Europa?

Savvopoulos “Io penso che l’Europa non esisterebbe senza la Grecia, perché senza la precisione della lingua greca, senza la cultura greco-romana, il Rinascimento, il pensiero inglese, la raffinatezza francese e la laboriosità dei tedeschi, cosa sarebbe l’Europa? Se togliessimo tutte queste cose dell’Europa rimarrebbero solo le due guerre mondiali e le lotte fra un popolo e l’altro”.

Il problema della Grecia è forse diventare ancora più occidentali?

Savvopoulos “La Grecia è il primo paese dell’Oriente che ha voluto farsi occidentale. Ma i popoli del sud dell’Europa devono ancora trovare una sintesi nel pensiero del nord Europa. Questo è il lavoro da fare. La canzone greca, ad esempio, è quella che è riuscita a unire Oriente e Occidente. Questo è avvenuto per un’esigenza della nostra anima. Noi greci vogliamo essere occidentali, ma senza perdere la nostra anima”.

Cosa pensa, invece, della politica?

Savvopoulos “I politici italiani non hanno compreso la musica, il teatro, il cinema. Non comprendono che la cultura crea l’unione. In Grecia i politici sono anche peggio. La parola compositore in greco significa colui che mette insieme tra loro pezzi anche molto diversi. Questo i politici non lo sanno fare. Noi avremmo bisogno di compositori per stare insieme, nel significato greco di questa parola”.

(*) l’intervista con Savvopoulos è avvenuta in concomitanza dell’uscita del libro Dionissis Savvopoulos, il poeta che canta a cura di Paola Maria Minucci (Bulzoni editore, 2012).

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