….”colore come linguaggio dell’occhio che ascolta.”…. Paul Gauguin Commenti,Contemporanea-mente

di Seele Fragat

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” proveniente dal Museum of Fine Arts di Boston, esposta per la seconda volta in Europa, dal 12 novembre 2011 al 1 maggio 2012 al Palazzo Ducale di Genova nell’ambito della mostra evento “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”.

Quest’anno al Ducale di Genova ho avuto un incontro straordinario,la tela di Paul Gauguin, “Da dove veniamo? Chi siano? Dove andiamo?”.
Il trovarsi a tu per tu con un’opera artistica, al di là degli aspetti mediatici della nostra “società dello spettacolo” legati a mode e consumo delle immagini, è un’esperienza personale che può diventare intensa e trasformarsi in una connessione che, oltre a comunicare emozioni e messaggi, può generare nuovi impulsi di vita e di conoscenza.
Per questo, davanti ad un quadro, sarebbe meglio fare silenzio e praticare l’ascolto profondo,( anche se c’è molta gente intorno ) per sentire ciò che in quel momento il quadro ci sta dicendo con le sue modalità che sono le forme e i colori.

Le informazioni sul pittore, sulle sue motivazioni e sulle circostanze in cui è stato dipinto, seppure importanti non sono poi così fondamentali per l’incontro.
E’ un rapporto a due, fra la presenza fisica del quadro e l’osservatore; un qui e ora. Ogni volta che si osserva da vicino un’opera d’arte, dovrebbe bastare questo pensiero per sentire l’importanza del momento che si sta vivendo; contemporaneità ed eternità si incontrano per riprodurre la magia dell’istante. Io non sono lì per caso e quel quadro è stato dipinto anche per me.

I curatori della mostra hanno fatto si che l’incontro avvenisse all’interno di una capanna tahitiana, scura, intima e povera, mettendo così in evidenza la luminosa sacralità dei colori e delle forme. Figure piatte e isolate emergono in maniera frammentaria e casuale da uno sfondo fluido, come se galleggiassero su uno stagno; i personaggi raffigurati non comunicano fra loro e appaiono come racchiusi in un bozzolo di linee chiuse e circoscritte dal colore; non vi sono rapporti spaziali reali, né prospettici; lo sguardo transita da una figura all’altra attraverso campiture di colori bruno – giallo e blu – verde. Ed è proprio il colore che impone la sua presenza, la sua vibrazione, la sua energia; non sembra essere subordinato né alle cose, né alla luce esterna.

Questa è stata la mia connessione con il quadro; il colore con il suo fascino e il suo significato simbolico mi avrebbe guidato nel mio viaggio dentro l’opera di Gauguin.

Seppure sulla tela sono presenti migliaia di sfumature di svariati colori sostanzialmente l’occhio li raggruppa in due categorie: i bruni e i blu. Il bruno, il colore della terra è presente sia nel paesaggio, sia nelle figure; questo colore mantiene dentro di sé l’evocazione cromatica delle terre rosse, gialle e viola, ma la vivacità dei cromatismi originali in esso viene spenta da una sostanziale componente di nero che la precipita verso gradazioni cupe e oscure, come nella figura della vecchia rannicchiata che invoca la morte; il bruno assume in questo caso il colore della decomposizione dell’humus. Contrariamente nella figura di donna adiacente alla vecchia, il marrone acquisisce tonalità più calde e dolci rappresentando l’appagamento fisico e sensuale.

Le terre più chiare dei corpi delle figure di donne in primo piano, come in quelle del neonato, tendono invece ad un giallo zolfo, colore che declina verso il degrado e il malessere. Il tono delle terre, in tutte le sfumature possibili è un colore dell’appartenenza, che accoglie e che riceve, nel quale ci può adagiare, rannicchiare; il bruno partecipa a questo potere di rigenerazione dell’archetipo terrestre e ne assume il carattere simbolico: ciclo eterno della vita e della morte.

L’altro colore preponderante che nel complesso fa da contrappunto al bruno delle terre è il blu nelle più ampie tonalità del blu cobalto e di Prussia; è presente nelle figure, nell’idolo, negli alberi, nelle ombre e in tutto il paesaggio; è un blu morbido che avvolge tutte le forme, come un fluido e si insinua dappertutto. Questo sembra interpretare un desiderio di unione, di ricongiunzione, sia quando è nostalgia dolcissima di fusione, sia quando è anelito tristissimo di dissoluzione. Il verde veronese che compare nella fascia più alta della tela conserva reminiscenze dei colori acquei ed è principio germinativo nato dalla grande Madre Terra ed anch’esso archetipo di vita.

Ma entrambe le due gamme di colori dei bruni delle terre e dei blu delle acque appartengono all’archetipo materno pur evidenziandone caratteristiche differenti.
Il destino mitico delle acque è quello di aprire e chiudere i cicli cosmici e onirici che durano millenni, il destino della terra è di stare al principio e al termine di ogni forma biologica. Il simbolismo acqueo si lega a strati più arcaici e amorfi dell’inconscio; il simbolismo tellurico assume un carattere più materico e si lega alla nascita delle forme.

Due componenti che si uniscono per rappresentare il mistero, l’enigma dell’esistenza. Inconscio (acqua-blu ), materia (terra-bruno) e dimensioni onnicomprensive che premono per riassorbire in sé il nostro io sono aspetti della Grande Madre terra: da essa origina la vita e in essa la vita fa ritorno.

Alla fine del viaggio non si può che domandarsi: “Da dove veniamo? Chi siano? Dove andiamo?” La risposta è scritta in bella evidenza proprio lì, nelle tonalità dei colori e nella loro complementarità ,annunciata da tutte le sfumature che si uniscono e danno vita alle mille forme e varietà della Natura armoniosa.

Questa è l’idea della coesistenza di due principi che sono Dio. Uno, l’anima, vita o parte della divinità, rappresentato dal nome di Ta’aroa, è maschile; l’altro, puramente materia e consistente in qualche misura nel corpo dello stesso Dio, è femminile, chiamato con il nome Hina. I due, attraverso la loro unione, compongono tutto ciò che esiste nell’universo.
Paul Gauguin

….”colore come linguaggio dell’occhio che ascolta.”…. Paul Gauguin
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