Francesco Guccini e il suo “Dizionario delle cose perdute” Libri

di Paola Sartoni

Soprattutto grande allegria nella lettura, per gli anziani o quelli di media età, nati a cavallo tra Toscana ed Emilia – Romagna: le voci di questo dizionarietto facevano parte del quotidiano dell’infanzia o rappresentano tuttora la memoria del parentado. Ma anche per i coetanei di altre regioni è un grande ritorno al passato, fatto di maglie di lana, banane, flit, siringhe, braghe corte, balli, preti, sigarette e cinema. Tutti termini “fuorvianti” (se mai sapete cos’è il flit, non indovinereste mai cos’è la banana) e quindi il ricordo, o la scoperta, sono ancora più impensabili.

Consigliarne la lettura anche ai giovani è inevitabile: del resto su questa rivista, nella rubrica OIKOS, è pubblicata la tesi di un giovane collaboratore, Paolo Magliani (Letteratura e autobiografia nell’album Radici) che ben conosce il mondo di Guccini e che sicuramente apprezzerà il ricordo de “I treni a vapore” annotato in questo dizionario atipico e personale. Credo dunque che anche i lettori che nulla sanno di quanto descrive Guccini si potranno divertire. Saranno forse, più tolleranti con gli anziani, perchè il piccolo mondo antico qui descritto mostra soprattutto a quale velocità sono avvenute le trasformazioni personali, sociali, di costume e di cultura che hanno attraversato questa nostra penisola dal secondo dopoguerra in poi. Dagli anni ’50 ad oggi chi ha l’età di Guccini ed anche qualche decennio in meno -non sempre anni splendidamente portati come l’autore, ma comunque tuttora vissuti – è cresciuto in maniera accelerata.

Basti leggere “I pennini” o “Le sigarette” o “La Topolino” – la mitica auto con cui il padre di Alfio Cantarella dell’Equipe 84 (con cui Guccini faceva i primi tour emiliani) arrivava entusiasta ai concerti – per rivestire il divertimento con un velo di malinconia. Già, la Topolino, quella che portava al mare noi cinque cugini con nostro zio; come facessimo a starci in sei con armi e bagagli (ci si portava di tutto, al mare, l’attrezzatura di salvataggio, di gioco, di asciugatura più cibo e bevande) è un mistero che devo ancora risolvere. Come altrettanto misterioso era il nostro riuscire – universitari dei primi anni ’70 – a comprimerci fino a nove dentro la 500 che scorazzava per Milano di notte a fare attacchinaggio.

Ma forse questi sono misteri che la crisi contribuirà a risolvere: nata con la Topolino terminerò probabilmente la vita con una versione aggiornata della Topolino, unica auto abbordabile per il mio risicato budget e per quello di troppi altri come me. Purtroppo, parafrasando Guccini, “abbiamo affrontato le varie avversità o le gioie (le poche, in verità, gioie) che la vita di volta in volta ci ha presentato”. Sicuri però che il conto prima o poi ce lo presentano la Fiat e i vari altri, industriali, politicanti, tecnici, professori, che da sempre campano su queste nostre avversità.

Francesco Guccini e il suo “Dizionario delle cose perdute”
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