Economia e ambiente: crescita e decrescita? Oikos

di Francesco Campolongo

In questi anni universitari mi sono trovato spesso ad intersecare conflittualmente le discipline studiate e le esperienza politiche che costellavano il mio quotidiano. I mie interessi, la mia militanza e i miei convincimenti profondi prodotti dalla mia “prassi” si scontravano frequentemente con la “teoria” universitaria, con quel bagaglio disciplinare variegato che una facoltà come scienze politiche ti deve dare per comprendere la modernità.

Provavo e provo un disagio difficilmente occultabile nello studio di tutte le ricette buone per lo “sviluppo” perché, diffidente per natura da tutto ciò che suscita unanime e acritico consenso, ho imparato dalle battaglie in difesa dei “beni comuni” e dei diritti come questo sostantivo vada maneggiato con estrema cura. La sua scomposizione semantica, lo studio analitico delle sue dimensioni mi ha rivelato tutta una serie di paradigmi la cui “positività” intrinseca è tutt’altro che pacifica: una partita aperta e conflittuale che ci parla di questioni ambientali, sociali e economiche tutt’altro che risolte.

In particolare l‟impatto dello sviluppo sul territorio, inteso come luogo dell’azione sociale dell’uomo, e quindi il rapporto tra le attività antropiche e gli equilibri eco-sistemici mi ha sempre appassionato. Il motivo dominante di qualsiasi ricetta economica e sociale di successo è la crescita economica, ripetuta ossessionatamente come se avesse un valore taumaturgico, rappresenta la base necessaria di ogni avanzamento del benessere collettivo. Se è vero che nel tempo l‟economia ha costruito, a livello disciplinare, una netta separazione semantica tra crescita e sviluppo (dovendo fronteggiare fenomeni negativi di natura economica, sociale e ambientale prodotti dalla crescita) e anche vero che è difficile immaginare uno sviluppo senza crescita. La dimensione del problema ambientale, l’inquinamento e lo sfruttamento dissennato di alcune risorse, hanno posto con forza il problema del limite fisico alla crescita della produzione: all’interno di un paradigma, come quello dello sviluppo, in cui la dimensione della crescita economica è una dimensione fondamentale e trainante, l’intuizione teorica, tanto palese quanto storicamente occultata, di un limite fisico alla dilatazione produttiva e consumistica è deflagrante.

Certo, tutto questo impone di capire socialmente come si può ristrutturare il nostro sistema che fino ad ora ha garantito diritti sociali, welfare e servizi ritenendoli propedeutici alla crescita. Rischiamo di rimanere disorientati dalla scoperta di un rapporto inversamente proporzionale tra la crescita il benessere collettivo, tra la crescita e lo sviluppo stesso.

Nel primo capitolo ho provato a ricostruire le tappe storiche della scoperta del limite e il conseguente sviluppo della disciplina economica con la creazione di strumenti e nozioni adatte al nuovo paradigma. Gli economisti, dinanzi al problema ambientale, hanno colto la sfida declinandola in due modi differenti: attraverso un approccio neoclassico e fortemente incentrato sul mercato e attraverso uno più innovativo e radicale, che travalica i confini dell’economia dilagando in un ambito interdisciplinare. Sempre nel primo capitolo ho analizzato i due diversi approcci principali e gli strumenti concettuali e disciplinari che lo sviluppo della questione ha prodotto: strumenti necessari a comprendere i termini della questione e adatti per svelare come il processo produttivo e gli equilibri eco sistemici siano due pezzi dello stesso puzzle e non due universi separati il cui rapporto, conflittuale o virtuoso, può ritenersi occasionale o incidentale. L’analisi dedicherà una particolare attenzione allo sviluppo della nozione di “sostenibilità” analizzandone le diverse declinazioni e i conseguenti vari “ambientalismi” che ne scaturiscono.

Nel secondo capitolo ho focalizzato l’attenzione sull’approccio neoclassico, sullo sviluppo disciplinare dell’economia dell’ambiente e sul suo approccio fortemente incentrato su un‟analisi costi-benefici che produce una determinata declinazione del concetto di “sostenibilità”. L’ho fatto esplorandone le ricette operative che sono, per la maggior parte, quelle adottate da istituzioni sovranazionali e governi per fronteggiare la crisi ambientale indicandone quelle che, per conto mio, sono le criticità poiché producono l’idea di una possibile “Green economy” o “ambientalismo dei consigli d’amministrazione” (Bevilacqua,2008) che risulta scarsamente adeguata alla crisi ambientale attuale e che ignora, di fatto, il tema del limite fisico della produzione.

Nel terzo capitolo ho analizzato l’ecologia ambientale, il secondo approccio alla questione ambientale, ovvero il tentativo di superare gli specialismi, ritenuti incapaci o fuorvianti per affrontare la complessità del vivente, producendo un nuovo paradigma transdisciplinare in grado di tenere assieme la questione ambientale, sociale ed economica. L’ho fatto esplorando vari contributi attraverso un itinerario che mi ha portato a conoscere i sostenitori della Bioeconomia, della decrescita e dell’eco-socialismo. Parabole diverse ma che legano indissolubilmente la questione della giustizia sociale a quella dell’ambiente, individuando un’impossibile convivenza tra l‟equilibrio eco-sistemico e un sistema capitalista sfrenatamente produttivista e consumista. Lo fanno servendosi di paradigmi nuovi e assumendosi la responsabilità di tracciare scorci di alterità, proposte di una diversa organizzazione politico sociale, molte volte già potenzialmente presenti negli interstizi della modernità e delle sue opportunità.

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Economia e ambiente: tra sostenibilità debole e forte, tra crescita e decrescita - pdf (pdf - 917.55 kB)

Economia e ambiente: crescita e decrescita?
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