Alluvione in Liguria, considerazioni sul campo Cinque Terre,Contemporanea-mente,Prima Pagina

di Alessandro Tomaselli*

A distanza di poco più di un anno dall’inondazione e dalle frane che avevano colpito Genova Sestri il 4 ottobre 2010, la Liguria e la parte limitrofa della Toscana sono state investite da due nuove alluvioni nel breve volgere di una decina di giorni (25 ottobre – 4 novembre 2011). I sopralluoghi eseguiti direttamente nei giorni successivi, nell’ambito delle attività di protezione civile svolte dalla Provincia di Genova, hanno permesso di descrivere gli effetti al suolo, per lo più nel territorio ligure. Le osservazioni raccolte sono state confrontate con immagini, testimonianze e notizie delle settimane successive agli eventi. Il resoconto rappresenta solo una fotografia (approssimata per difetto) di ciò che è avvenuto ma riferisce anche di zone marginali rispetto a quelle maggiormente colpite e abbondantemente “illuminate” dai principali media. Da considerazioni soprattutto geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche e sedimentologiche emerge la necessità di realizzare non solo le opere previste dai piani di bacino ma anche di modificarne l’approccio solo ingegneristico agli interventi e, ancora di più, ovviamente, di sgravare l’ambito fluviale dall’invasione di edifici e manufatti rigidi. Appare inoltre errata anche la scelta di continuare a mantenere alti livelli di attività umane dopo aver realizzato gli studi che dimostano la grave pericolosità idrogeomorfologica di talune aree.

Il clima della Liguria, i bacini idrografici colpiti e le precipitazioni

Il clima della Liguria è genericamente mediterraneo, cioè caratterizzato da temperature miti con gelate sporadiche, da un lungo periodo secco estivo e inverni piovosi. In questo contesto, però, il bacino idrografico del Magra è situato in una zona di transizione tra il clima mediterraneo e quello di montagna delle zone temperate mentre gli altri bacini del versante ligure (non padano) delle province di Genova e Spezia sono contraddistinti da precipitazioni che si addensano maggiormente tra la tarda estate e la fine dell’autunno, cioè a settembre, ottobre e novembre (clima sub – appenninico – marittimo). La precipitazione media annua nei bacini genovesi come in quelli spezzini oscilla tra 1000 e 1500 mm con i valori maggiori alle quote più elevate. I bacini idrografici colpiti, da est a ovest, sono il Magra (a cavallo fra le regioni Toscana e Liguria), il Vernazza, il Pastanelli (Monterosso), il Ghiararo (Levanto), lo Sturla e il Bisagno (Genova).

Il giorno 25/10/2010, tra le 14:50 e le 15:50 (ora locale), la maggior parte della precipitazione si è concentrata lungo una linea di direzione sud/sudovest – nord/nordest (vedi, ad es., ilmeteo.it, 2011, figura sopra) e ciò ha determinato anche la forma della regione maggiormente interessata dall’alluvione tra Vernazza e Monterosso a sudovest e Rocchetta di Vara a nordest, passando per Pignone, Borghetto di Vara e Brugnato. Per cinque ore consecutive, la precipitazione oraria ha superato i 50 mm/m2 (corrispondenti a 50 litri/m2), alla stazione meteorologica di Monterosso fra le 11 e le 16 (ora locale), alla stazione di Brugnato fra le 12 e le 17 (ora locale). A questa stazione il picco di massima intensità oraria si è avuto alle 16 (ora locale) con 145 mm/ m2 (Regione Liguria e ARPAL a, 2011).

Dieci giorni dopo, il 4/11/2011, alla stazione meteorologica di Sant’Olcese Vicomorasso, comune in provincia di Genova, fra le 13 e le 14 (ora locale) è caduta, invece, una pioggia pari a 168,8 mm/m2 (Regione Liguria e ARPAL, 2011 b, vedi figura sopra). Si ricordi, per confronto, che la precipitazione oraria massima del 04/10/2010 determinò l’alluvione di Sestri ponente, con un’intensità di 124 mm/m2 (stazione di Genova monte Gazzo), cioè più del doppio di una pioggia considerata “intensa” (50 mm/h/m2). In particolare, poi, tra le 13:10 e le 14:10 (ora locale) è caduta una pioggia pari a 181 mm/m2, record italiano (quindi europeo, quindi mondiale, secondo Sacchini A., com. pers.).

Le inondazioni e gli allagamenti

Le due alluvioni hanno riguardato diversi comuni fra i quali Aulla in provincia di Massa – Carrara, Vernazza (foto, archivio Berruti e Chella, 2011), Monterosso, Brugnato, Rocchetta Vara, Borghetto Vara e Pignone, in provincia di La Spezia, il 25/10/2011, Genova, Savignone, Sant’Olcese, Rossiglione e Tiglieto in provincia di Genova, il 4/11/2011. Nello spezzino ci sono state 13 vittime, imputabili prevalentemente alle inondazioni. In queste occasioni, in realtà, quando grandi quantitativi di fango, terra e detrito finiscono nei corsi d’acqua, il processo fluviale e quello gravitativo non sono più distinguibili, motivo per cui si parla di processo misto. Vedremo più avanti, tra l’altro, come una parte del materiale detritico abbia avuto come sorgente riempimenti artificiali. Ad ogni modo oltre alle perdite umane si sono avuti gravissimi danni a ogni tipo di manufatto, merce, struttura o infrastruttura che si sia trovata in mezzo alla corrente e ai suoi “sconfinamenti”.

A Vernazza l’esondazione ha riguardato l’asta torrentizia dell’omonimo canale che nella parte bassa era occupata da diversi manufatti tra i quali la strada, un parcheggio e ben due rilevanti opere ingegneristiche (una tombinatura e un antico scolmatore in roccia), nessuna delle quali è stata sufficiente a evitare la tragedia (3 vittime). L’acqua e il suo contenuto detritico hanno cercato sfogo verso l’alto facendo si che il fango seppellisse per lungo tratto il piano terra delle abitazioni e in qualche caso anche il primo. Il processo fluviale si è mischiato a quello gravitativo generando un’onda di piena spaventosa e depositato il detrito un po’ ovunque prima di trovare un naturale sfogo alla foce con la formazione di una nuova spiaggia. Analoga sorte è toccata a Monterosso mentre, nell’interno, Borghetto Vara è stata particolarmente colpita per numero di vittime dall’esondazione del torrente Pogliaschina, affluente di destra idrografica del fiume Vara) ed è stata per più giorni irraggiungibile da Brugnato dove il 27/10/2011 era ancora ben visibile l’ostruzione creata al fosso delle Rase da un ponte stradale di sezione apparentemente ampia ma evidentemente non insufficiente a smaltire oltre all’acqua anche la cospicua quantità di terra e le decine di tronchi che vi si sono ammucchiati contro ostruendolo.

Percorrendo la strada, tra automobili inclinate (foto), guadi e due “ali” di fango e terra alti più di due metri, si è potuta osservare la zona (non inferiore a un chilometro quadro), che è stata sommersa tra il centro e la sponda sinistra idrografica del fiume Vara, lasciando fuori (ma non del tutto) solo il rilevato autostradale. Le strade provinciali n. 566 e 566 dir, lungo il fiume Vara e il torrente Malacqua, tra Carrodano e Brugnato, sono state invase dall’acqua per altezze anche maggiori di 2 m mentre un’altra importante interruzione della viabilità si è verificata a Rocchetta Vara. A Casale, nel comune di Pignone, l’oratorio dell’antica Chiesa (foto) è stato sventrato dalla furia del torrente omonimo. In questo caso è stato seriamente danneggiato anche un importante patrimonio di quadri del XVI secolo.

A Genova, il 4/11/2011, le vittime sono state sei, tutte a causa dell’esondazione del torrente Fereggiano, affluente del torrente Bisagno. Via Fereggiano, che è stata costruita per tutto il tratto finale sopra il rio, è stata investita in pieno da una corrente veloce con altezza d’acqua maggiore di 80 cm. I tre ponti a monte della copertura sono stati tutti sormontati. Largo Merlo, più a monte, sopra un’altra tombinatura, è stato risparmiato grazie ai recenti lavori di adeguamento della sezione (discutibile la sistemazione a parcheggio soprastante). Nel bacino Fereggiano anche via del Molinetto ha avuto una modesta inondazione presso l’incrocio con via Fontanarossa. Passata l’ondata d’acqua, si è depositata una fanghiglia impalpabile mista a detriti. L’onda di piena ha investito almeno, oltre a via Fereggiano, anche piazza Galileo Ferraris, corso Sardegna e via Monticelli fino a ponte Serra. Anche a Genova i danni alla viabilità pubblica (via Fereggiano e via Donghi soprattutto) sono stati ovviamente ingenti così come gli allagamenti degli esercizi commerciali, perfino nel “salotto” di via XX settembre. Più a valle, il torrente Bisagno, infatti, è esondato in alcuni punti fra i quali l’imbocco del tratto tombinato che va dalla stazione Brignole alla foce, allagando ancora, ad esempio, Borgo Incrociati per un metro di altezza e tutta l’area a valle della stazione (foto) in corrente veloce, fino almeno a piazza Colombo e via Fiasella. A sud est l’acqua si è spinta verso via Barabino e via Caffa. Molte persone si sono trovate intrappolate dalla piena, perfino negli autobus. L’area intorno a piazza Giusti e via Giacometti (altezza d’acqua circa 50 cm) è stata al centro contemporaneamente delle esondazioni del rio Fereggiano, del torrente Bisagno e del rio Rovare (zona di via Donghi).

Più a monte sono state inondate via Emilia, oltre il ponte Ugo Gallo e la località Ligorna, tra Molassana e Struppa, in sponda destra mentre un’altra esondazione è stata segnalata a cà de Pitta. Gli altri affluenti di sponda sinistra idrografica del torrente Bisagno, hanno provocato inondazioni e allagamenti a piazzale Adriatico, in via ponte Carrega, all’ex mattatoio, alla Sciorba, in via Adamoli (località rio Castagnello), in via Solimano (mista a frana di colata) e presso il maneggio di Serino (anche qui mista a colata di fango). Lungo il versante destro, un piccolo affluente del torrente Geirato ha provocato un’inondazione tra via Bernardini e via Geirato (mista ad allagamento), a Molassana, con altezze d’acqua fino a 2 m. Un altro affluente del torrente Geirato, più a nord, uscito dall’imbocco di un tratto tombinato, ha invaso il piazzale est dell’officina della Provincia di Genova. Più a monte è stato lo stesso torrente Geirato a uscire in sponda destra idrografica. Altro evento in zona, dovuto a un rigagnolo apparentemente innocuo, si è avuto in via San Felice, sempre a causa di una tombinatura insufficiente.

A san Martino il rio Noce ha invaso l’omonima salita superiore, viale Benedetto XV e la clinica oculistica. A Sturla via Isonzo (foto) è stata quasi completamente inondata per la rottura dell’ennesimo insufficiente tombino, costruito nel secolo scorso sul rio Chiappeto per realizzare via Pontetti (a sua volta inondata con tirante idrico maggiore di 2 m). Piazza Cadevilla e l’area intorno alla foce dello stesso rio, (località Vernazzola) sono anch’esse state invase dall’acqua. Il torrente Sturla è esondato in alcuni punti, tra via Tanini e la caserma dei carabinieri. Un suo piccolo affluente in sinistra idrografica ha dato problemi analoghi in località Peietti. Nella zona della Chiesa di Apparizione si è avuta una modesta esondazione di due affluenti tombinati del rio Penego. A Bavari è “uscito” il rio Nero mentre tra Bavari e San Desiderio, in zona Lagolungo, sono “saltate” almeno tre tombinature di un canale. Ad Albaro è uscito il rio Puggia. Alcune inondazioni si sono avute anche l’8/11/2011. In particolare si è trattato di aree nelle località Binelle (altezza = 1,5 m), dove un affluente di destra idrografica ha depositato una significativa quantità di detriti, Nasche e san Desiderio, lungo il torrente Sturla. Una prima mappatura (parziale) dell’evento genovese è stata redatta dalla Regione Liguria (2011). Come si vede dallo stralcio qui riportato le aree a monte e a valle della ferrovia (zona Brignole) sono state invase dall’acqua senza soluzione di continuità).

Nel territorio della provincia di Genova, il 4 novembre, a Sant’Olcese, località Piccarello, è esondato il torrente Sardorella. Lo stesso corso d’acqua è esondato anche ad Arvigo in sponda sinistra e alla confluenza col torrente Busso (con erosione spondale e sventramento di edificio). Nel bacino Scrivia sono state segnalate inondazioni a Isola del Cantone, Ronco Scrivia, dove sono stati inondati i campi sportivi per una ventina di metri, e, più a monte, in località san Bartolomeo (comune di Savignone).

Il pericolo idraulico è cosa nota da alcuni anni e ben individuato all’interno degli strumenti di pianificazione a tal scopo dedicati cioè nei piani di bacino del Magra (Autorità di bacino del Magra, 2006) e della provincia della Spezia (vedi figura, Provincia della Spezia, 2003). Vernazza (vedi figura) e Monterosso, tanto per citare qualche esempio, si affacciano e mettono letteralmente i piedi in aree riconosciute inondabili, l’abitato di Casale, nel comune di Pignone, con tempo di ritorno addirittura trentennale, cioè con alta frequenza. Se analizziamo anche solo una selezione dei precedenti eventi, attraverso gli elenchi contenuti nel catalogo delle aree vulnerate italiane (vedi, ad es., Cipolla et al., 1995) notiamo, ad esempio, che Ameglia è stata colpita da inondazione in media una volta ogni 10 anni nell’ultimo secolo (tabella).

Anche le aree di Genova maggiormente colpite dall’inondazione sono ben conosciute e segnalate, con tempo di ritorno inferiore o uguale a 50 anni, nel piano di bacino del torrente Bisagno approvato dalla Provincia di Genova (2001). Del resto, in questo caso si tratta, con poche differenze dell’area interessata dall’alluvione del 1970. L’osservazione della serie storica anche in questo caso ci non lascia dubbi su quante volte i torrenti Bisagno e Sturla, il rio Molinassi e perfino i rii Rovare e Noce si siano stati costretti a dire: “Questa è casa mia”. L’elenco completo (tratto da Cipolla et al., 1995; Provincia di Genova, Provincia di Genova, 2002; Provincia di Genova, 2003) è riportato nella tabella sotto dalla quale si capisce che il torrente Bisagno ha colpito almeno una volta ogni vent’anni dal 1404.

Il termine allagamento descrive un processo diverso dall’inondazione. Qui l’acqua si raccoglie scolando dai versanti, solitamente attraverso opere di regimazione d’acqua senza sbocco o altrimenti inadeguate, spesso interessando il reticolo stradale (impermeabile), andando a raccogliersi nelle zone pianeggianti, a volte congiungendosi a zone più propriamente inondate. Viene usato anche il sinonimo di “evento idrologico”. È una sottile distinzione da addetti ai lavori per distinguerlo dal processo in cui la causa è la fuoriuscita dall’argine. Eventi di questo tipo si sono avuti un po’ dappertutto a Genova il 04/11/2011: la stessa zona dei giardini davanti alla stazione di Genova Brignole dove una quota d’acqua è stata apportata dal sistema di regimazione delle acque bianche, Genova Sturla, alla base della scalinata di Via Calcapere (altezza di 1,5 m), al piede delle arcate del ponte ferroviario, tra via romana di Quarto e via Frangioni, Genova Albaro in via monte Zovetto, Genova Borgoratti da piazza rotonda (20 cm d’acqua in corrente veloce proveniente dalla strada di san Desiderio) a via Posalunga (fino al benzinaio), corso Europa tra via della pala e via romana di Quarto in direzione levante (35 cm d’altezza), via del Molinetto, nel bacino Fereggiano, poi sulle alture, presso la chiesa di Apparizione dove due edifici sono stati investiti da acqua mal regimata e di falda fuoriuscita dalle fasce terrazzate (in questo caso una vecchia intercapedine ha subito tali modifiche da farle perdere parte della funzionalità).

Nell’ambito della Provincia di Genova allagamenti si sono avuti a Ronco Scrivia, presso la cabina elettrica del depuratore, a Campo ligure, vicino alla sede del municipio, a Recco, lungo la Salita colle degli ulivi e a Camogli in corso Mazzini.

Le frane

Non “previste”, stando a una prima verifica dei documenti ufficiali, sono le aree colpite dalle frane che hanno scaricato nei corsi d’acqua, già ingrossati dalla precipitazione, ingenti quantitativi di fango e detriti. Nello spezzino si sono verificate circa 1000 frane di cui circa 300 solo a Vernazza (ad esempio, a Fontanavecchia, case Vernazzola e Serra). Qui si sono mobilizzate coltri clastiche, su substrati arenacei, calcarei e argillitici, che hanno determinato frane con le forme particolarmente lunghe e strette, tipiche delle colate (vedi figura, Regione Friuli, 2011), dovute alla pendenza dei versanti. È da sottolineare come una certa parte del materiale detritico di ogni dimensione, che poi ha invaso il centro del paese con fango e massi anche metrici, provenga da riempimenti artificiali realizzati in alcune vallecole lungo le strade provinciali n. 51 e n. 63, anche a uso parcheggio. In altri casi le frane sono avvenute al di sotto di piccole aree abitate. Dall’esempio della foto (archivio Berruti – Chella) si vede come un’impermeabilizzazione anche non estesa in zona di crinale (solitamente considerata sicura), possa influenzare i processi di erosione a valle, salvando le case ma lasciandole in qualche modo “appese” sul baratro. Questi e altri eventi, all’incontro coi corsi d’acqua, hanno contribuito alla formazione del processo misto di cui sopra (fluviale e gravitativo) cioè di un’unica gigantesca colata di fango, particolarmente fluida nelle fasi iniziali. Per avere un’idea dell’intensità del fenomeno basti pensare che diversi edifici di Vernazza si sono ritrovati semisepolti fino al secondo piano e che le strade a fianco dei corsi d’acqua sono state completamente sepolte. Anche negli altri comuni sono state numerose le interruzioni sulle strade a causa di questi fenomeni.

Particolarmente grave quella della frazione Cassana, che ha isolato il comune di Pignone, ove in condizioni normali si perviene in breve da Brugnato, mentre durante le operazioni di protezione civile del post evento è rimasta raggiungibile solo da Spezia tramite un lungo aggiramento. Il Comune di Pignone, con le altre sue frazioni, Memola, Faggiona e Casale, è stato letteralmente bombardato dall’acqua. Memola ha avuto la strada principale interrotta mentre a Faggiona l’intasamento di una tombinatura cilindrica di piccolo diametro ha messo in serio pericolo un edificio parzialmente invaso dal conseguente straripamento di una colata di detriti (debris flow). Alcune frane hanno interessato vigneti, anche di recente impianto, attraversati o meno da strade (foto in alto) aprendo ulteriori interrogativi sulla relazione fra uso del suolo e frane oltreché sull’utilizzo del presidio agricolo a scopi idrogeologici. Una nota positiva è stata la presenza di giovani volontari che hanno svolto anche funzioni come quelle di coordinamento e trasferimento delle informazioni. Due frane, una di scorrimento e una di colata, hanno provocato un’importante ostacolo stradale per tre giorni e l’occlusione di un tombino sulla S. P. n. 566, al km 5+8, presso l’imbocco della galleria in direzione di Sesta Godano (un’altra frana di dimensioni più modeste ha colpito la strada al km 8+6). Spaventosa è stata la colata di fango (mud flow) che dal Bric Gora si è avventata sull’autostrada presso la galleria Ramello investendo un autoarticolato, ribaltandolo e scaraventandolo sulla carreggiata inferiore (foto a destra). Lungo l’autostrada un’altra importante colata è precipitata nei pressi della galleria Soggio fra Carrodano e Brugnato.

Per ciò che riguarda le strade provinciali, oltre alla frana presso l’imbocco della galleria verso Sesta Godano, particolarmente grave è risultata la situazione lungo le S. P. n. 566 e S. P. n. 566 dir lungo la quale l’insufficiente sezione dei tombini ha dato luogo a veloci intasamenti. Di conseguenza, particolarmente lungo la prima arteria l’acqua dei corsi d’acqua si è mescolata a una decina di colate di fango e detriti provenienti dai numerosi vallonetti laterali mentre tra il km 1+8 e il km 2+8, cioè in soli 1000 m se ne sono potute contare ben 9. In quest’area il tetto del substrato roccioso arenaceo è piuttosto profondo (osservabile lungo il letto del fiume) e, di conseguenza le coltri detritiche sono piuttosto spesse. Il 28/10/2011, a soli tre giorni dall’evento, la strada era comunque già stata sgomberata anche grazie all’aiuto degli uomini e dei mezzi della Provincia di Genova. Lungo la S. P. n. 566 dir, al km 0+1 e al km 0+2 sono scivolate porzioni di coltri detritiche lateritiche strappando le reti paramassi e interrompendo la strada per 35 m e 20 m, rispettivamente. Poco dopo la progressiva km 0+9 una piccola frana, che ha interessato anche il substrato roccioso alterato, si è verificata a monte della strada (che ha invaso per circa 15 m). Al km 1+3 una rete paramassi è stata divelta. Da osservare, dunque l’inadeguatezza di alcune opere di sostegno di fronte ad eventi intensi come questo. Alla progressiva 1+6, ad esempio, un rio affluente di sinistra (idrografica) si presentava completamente invaso da blocchi rocciosi. Al km 1+7 si è avuta un’altra grande frana di colata che ha divelto il “guardrail” costringendo l’acqua a scorrere lungo la strada. Alcune frane si sono verificate anche nella discesa tra il passo Persico e Levanto. Si tratta in particolare di scorrimenti – colate e scorrimenti avvenuti alle progressive km 9+9, su substrato argillitico, km 10+1, con cedimento della carreggiata, km 10+3, proprio sotto un’abitazione, km 10+6 e km 10+8.

Parlando di Genova, tra il 4 e l’8 novembre 2011 si sono verificate almeno una ventina di frane. Non si tratta di un grande numero in rapporto all’intensità della precipitazione perché il terreno, piuttosto asciutto a causa di una prima parte di autunno alquanto secca, ha avuto il tempo di assorbire una parte della pioggia senza conseguenze. Il 4/11/2012, alla testata del bacino Fereggiano, comunque, se ne sono staccate quattro delle quali una colata (foto) ha distrutto un’imponente briglia costruita in passato per contenere materiali clastici di risulta provenienti dalle lavorazioni della soprastante ex cava di Forte Ratti. Sempre a monte di via Fereggiano, in salita Gerbidi, un importante smottamento è avvenuto a monte di un edificio mentre nel sottobacino Molinetti si sono riscontrate diversi altri piccoli scorrimenti (uno presso un altro edificio, altre a est di case Leamara). Di fronte a via Fereggiano, poco prima dell’imbocco della tombinatura insufficiente, una grande frana ha subito una riattivazione al piede. Purtroppo il corso d’acqua, a causa delle costruzioni, in questa zona è stato ridotto a scorrere, negli anni, proprio addosso al piede della frana. Più a monte, lungo il rio costa bruciata, due scorrimenti sono avvenuti a circa cento metri da una edificio. A Molassana, lungo il corso del torrente Geirato, in sponda sinistra, presso Costa Maltempo, una frana ha minacciato un’abitazione. A monte altre frane lambiscono le briglie sottostanti. Sul lato destro, invece, un affluente è stato interessato da una colata di detrito. Una frana è avvenuta anche su una caratteristica crosa vicino a fossato Cicala. Di fronte a Molassana e sotto monte Croce, in una cava, si sono riattivate frane lungo il fianco destro. Tra Molassana e Struppa, lungo il fosso Bruma, affluente di sinistra del torrente Bisagno (località Castagnello), il piede di una discarica, realizzata proprio sopra il rio tombinato, ha ceduto innescando una colata di detrito con grossi massi, e l’inondazione dei piazzali e delle vie sottostanti. Al maneggio di Serino si è avuta una colata di fango (con inondazione da parte del rio). In via Mogadiscio, presso il parcheggio del Baiardo e lungo il rio Mermi, si sono verificati notevoli cedimenti. A san Desiderio il fronte del riempimento artificiale del rio Nasce ha subito una piccola frana di colata. Presso la chiesa di Apparizione è crollato invece il muro di una strada, investito dall’acqua. A Genova Pegli, in una cava inattiva, si sono rimesse in moto precedenti frane di colata.

Nell’ambito della provincia di Genova, le frane sono state almeno una cinquantina. A Rossiglione, ad esempio, il detrito di una frana è sceso, attraverso un rivo (ostruito), direttamente su una piazza. Tra Rossiglione e Campo ligure c’è stato l’interessamento della ferrovia Genova – Aqui Terme. Due scorrimenti sono avvenuti sulla strada provinciale del Turchino, uno dei quali presso il ponte dell’autostrada. A Savignone, vicino al confine col Comune di Casella, una briglia del torrente Scrivia, di fine 800, è crollata, per una lunghezza di 15 m, con un lungo pezzo (50 m) della strada costruita lungo la sponda sinistra idrografica, predisponendo una potenziale erosione regressiva. Si stima che solo la ricostruzione della briglia e del muro di sostegno possa costare qualche centinaio di migliaia di euri (foto). È facile, per questo caso, ipotizzare un nesso fra la presenza della briglia e l’erosione spondale che ha provocato il danno alla strada. A Sant’Olcese, comune quasi interamente costruito su frane, un’altra colata di terra ha interrotto la ferrovia Genova Casella. Sempre a Sant’Olcese, nella frazione di Vicomorasso, uno smottamento ha interessato una strada comunale e una colata di fango è scesa fino a una strada vicinale. Nello stesso comune una frana, provocata dall’erosione della sponda sinistra idrografica del torrente Sardorella, ha provocato il parziale sventramento di una casa presso Arvigo. Altre frane sono avvenute lungo il torrente Sardorella, a valle della confluenza col torrente Busso (località Arvigo), a valle di via Assalino, a Vallombrosa, a Costa monti e Suino di Manesseno. Nel comune di Rondanina, a Retezzo, frazione sul lago del Brugneto, nell’ambito di una frana attiva nota, il muro tirantato di una strada ha avuto l’aggravamento di una precedente importante lesione (ora misura dai 5 cm ai 20 cm); la stessa sede stradale dopo le piogge presentava una frattura della profondità di circa un metro. Altrove sono state colpite la Ruta di Camogli in via romana, Casarza ligure all’incrocio fra via Tangoni e via De Gasperi, Terrarossa di Moconesi, lungo la strada provinciale n. 225, 50 m di strada provinciale n. 13 tra Creto e Montoggio, Tiglieto, al confine con Rossiglione e, dalla parte opposta, al confine con la provincia di Savona. Altre frane si sono avute nei giorni successivi come a Griffoglietto e Marmassana, nel comune di Isola del Cantone, dove sono stati interessati i tornanti della strada comunale o a San Desiderio e ancora lungo la sponda destra idrografica del torrente Fereggiano il giorno 8/11/2011. Una frana di crollo di grandi proporzioni si è riattivata a Bargagli, presso l’imbocco della galleria Ferriere, molti giorni dopo le piogge principali, il 18/11/2011 intorno alle 15. Il materiale crollato (due enormi massi) ha invaso il rio sottostante danneggiando la solita briglia. L’area si era mossa già nel 2002 e nel 2009.

Laghi effimeri, sedimenti, voragini, erosioni spondali e danni alle opere fluviali

Insieme agli aspetti più disastrosi non sono mancati altri eventi di notevole interesse geomorfologico come il temporaneo riempimento del lago effimero di Prato Casarile a Genova Molassana, vicino Cartagenova, nel bacino Geirato (foto). È un fenomeno noto ma piuttosto raro (non si trovano facilmente foto neanche “in rete”) che accade in occasione di piogge particolarmente intense. Si tratta di un prato, una piana alluvionale lacustre formatasi per sbarramento da parte di una gigantesca frana. Non sono note tracimazioni (l’acqua filtra all’interno del corpo di frana), almeno dal 1953, ma l’erosione del piede è regressiva e nonostante le imponenti opere realizzate dopo 1970 si stima che un suo arretramento veloce potrebbe innescare lo svuotamento dell’invaso da tutti i sedimenti fini creando problemi all’abitato di Molassana. Allo stato attuale, ad ogni modo, vi è diffusa erosione spondale anche se le briglie si presentano in buone condizioni. Nel bacino del torrente Geirato si è avuto probabilmente un altro fenomeno simile, di dimensioni più piccole, in località Carpi. Anche alla testata del Fereggiano, stavolta in un bacino artificiale, quello posto all’interno del piazzale della cava inattiva del forte Ratti, si è formato un laghetto temporaneo il cui livello dell’acqua il 9 novembre si presentava di diversi metri inferiore all’argine.

Nuovi sedimenti si sono depositati ovunque nei corsi d’acqua interessati dagli eventi. Esempi evidenti si possono notare a Monterosso, Vernazza (soprattutto alla foce), Brugnato (25/10/2011), a Genova (4/11/2011), alla testata del bacino Fereggiano, lungo il torrente Geirato, affluente sinistro del torrente Bisagno, in alcuni affluenti come il rio Olmo e il rio Maggiore. Gli alvei sono stati “invasi” da un’ingente quantità di deposito detritico alluvionale (in chiaro nella foto) che in gergo tecnico (con termine quindi non scientifico) viene chiamato sovralluvionamento per sottintendere che “deve” essere rimosso. Altri fenomeni di accumulo si sono verificati in Provincia di Genova, lungo il torrente Sardorella, a sant’Olcese, presso la confluenza del torrente Busso (località Arvigo) e in valle Scrivia, presso Vobbia. Tale materiale sembra ridurre fortemente le sezioni di deflusso, tanto che sono già in corso le verifiche per la sua asportazione. Oltre al materiale deposto dai corsi d’acqua in modo particolarmente vistoso (il sovralluvionamento di cui sopra) si sono formate nuove “isole”, dalla caratteristica forma a losanga, di detrito alluvionale (vengono chiamate alluvioni mobili per distinguerle da quelle laterali non più soggette alle dinamiche del corso d’acqua). Il detrito nuovo di zecca è, ovviamente, depositato ovunque nei corsi d’acqua interessati dagli eventi ma alcuni esempi evidenti si possono notare, ad esempio, a Genova san Gottardo, a monte e a valle del ponte Gallo sul Bisagno. Spesso si tratta del materiale trasportato da un affluente.

Le voragini sono invece sprofondamenti a pareti verticali, sub – verticali o tronco – coniche. Possono formarsi per vari motivi. Quelle tipiche (per cui è stato coniato il termine sinkholes) sono dovute a dissoluzione in ambiente prevalentemente carsico mentre quelle di interesse geologico applicativo sono dovute soprattutto al fenomeno della liquefazione. La liquefazione dei terreni, dovuta all’accumulo della pressione dei fluidi in terreni prevalentemente sabbiosi e ghiaiosi, può dar luogo a deformazioni permanenti significative. I terreni raggiungono una condizione di vera e propria fluidità (un po’ come quando un castello di sabbia viene investito da un’onda). La perdita totale della resistenza viene raggiunta quando la pressione dell’acqua che riempie gli interstizi aumenta a tal punto da annullare la pressione delle particelle solide (quella che permette al terreno di sostenersi). A quel punto il terreno, comportandosi come un fluido, scivola nei vuoti verso il basso, facendo crollare ciò che lo sormonta e lasciando al suo posto un buco. A Genova, in via Donghi e lungo il rio Rovare se ne sono verificate alcune. Una concausa della liquefazione in questo caso va ricercata nell’insufficiente sezione delle tombinature e nella vetustà e tortuosità dei manufatti che hanno provocato vere e proprie esplosioni d’acqua che hanno poi completamente dilavato il terreno circostante innescando il meccanismo di cui sopra e provocando il crollo di strade e parcheggi.

L’erosione spondale, diversamente, è un altro processo misto fluviale e gravitativo perché coinvolge il movimento di terra lungo una scarpata. Il fenomeno, del tutto naturale, può essere accentuato dalla rimozione del “sovralluvionamento” e dalla stessa presenza di briglie perché ambedue provocano un deficit solido che ha sua volta causa l’incisione degli alvei, l’instabilità delle sponde e lo scalzamento ai piloni delle opere trasversali. Uno di questi processi è quello, già ricordato, avvenuto a Genova Molassana, presso le briglie del torrente Geirato, un altro esempio è visibile in un sottobacino del rio Fereggiano, in via Finocchiara, tra la pedonale e il corso d’acqua, dove è stata erosa completamente la sponda. Nell’ambito della Provincia di Genova due gravi erosioni di questo tipo sono quelle già citate avvenute a Sant’Olcese, lungo il torrente Sardorella (che ha provocato lo sventramento di una delle tante case improvvidamente costruite vicino ai corsi d’acqua, e a Savignone lungo il torrente Scrivia. Altri problemi sono stati segnalati ancora a Sant’Olcese, a monte della località Piccarello, lungo i rii che formano il torrente Sardorella e nella località Assalino, interessando una strada, poi ancora a Serra Riccò e lungo un affluente del torrente Secca.

Riguardo ai manufatti fluviali, uno dei problemi maggiori si è verificato, come riportato sopra, a Savignone, vicino al confine col Comune di Casella. Qui si è avuto il danneggiamento di una briglia (opera trasversale al corso d’acqua con funzione di riduzione della pendenza, di stabilizzazione delle frane e, in teoria, di freno all’erosione) predisponendo una potenziale erosione regressiva. A Genova, alla testata del bacino Fereggiano, presso forte Ratti, un’altra briglia è stata distrutta da una frana di colata. Altri problemi di questo tipo si sono presentati a Genova presso via delle ginestre, dove si è aggravato un precedente fenomeno di svuotamento, e nella parte alta del rio Maggiore, su opere realizzate dopo l’evento del 1970. A Bargagli, come visto sopra, presso l’imbocco della galleria Ferriere, il materiale crollato di una frana ha invaso il rio sottostante danneggiando un’altra briglia. A sant’Olcese, a sud della frazione di Vicomorasso, si è avuto, al contrario, anche un caso nel quale l’imponente sistema di briglie in cemento armato approntato dopo il 1970 nel torrente Sardorella, sembra, a una prima analisi, aver funzionato, almeno per evitare danni maggiori a valle (Piccarello). La maggior parte di esse, infatti, è stata completamente riempita dai detriti provenienti soprattutto dagli affluenti laterali e, pur necessitando ora di un’importante opera di svuotamento oltre ad aver accentuato i fenomeni erosivi a valle, ha forse evitato un incremento della piena sottraendole la parte solida.

A Serra Riccò è stata “portata via” una passerella sul torrente Pernecco mentre a Chiavari il ponte comunale della pace, sul fiume Entella, ha subito lo spostamento di una campata. Per quanto riguarda le tombinature, a Genova, tralasciando quelle occluse (innumerevoli), in via Donghi e lungo il rio Rovare, si sono verificate voragini come sopra accennato, che hanno interessato aree poste sopra tombinature “esplose”, a Genova Sturla lo scoppio di un’altra opera di questo tipo, costruita sul rio Chiappeto per realizzare, nel secolo scorso, via Pontetti, ha determinato l’inondazione della stessa via e, successivamente di via Isonzo. Tra Genova Bavari e San Desiderio, in zona Lagolungo, sono “saltate” almeno tre tombinature di un canale mentre a Torrazza, frazione di Sant’Olcese si sono avuti danni per l’intasamento di un tombino.

Proposte

Gli alvei dei corsi d’acqua non hanno dimensioni fisse ma variabili e legate ai tempi di ritorno delle precipitazioni. Quando le precipitazioni sono ordinarie le piene e gli alvei che le contengono sono ordinarie. Quando le piogge sono straordinarie le piene e gli alvei sono straordinari. Le alluvioni, pertanto, sono fenomeni naturali periodici ma le azioni umane possono modificarne profondamente gli effetti. I danni in termini economici, ad esempio, aumentano in relazione all’edificazione nelle piane laterali ai corsi d’acqua e dentro quelli che un tempo erano gli stessi alvei. I piani di bacino da anni contengono la previsione spaziale e temporale delle inondazioni. La pericolosità idraulica delle pianure piccole o grandi, spezzine e genovesi è quindi nota e i tempi di ritorno stimati fin troppo precisi per essere a scala di bacino. Il torrente Fereggiano, ad esempio è esondato il 04/11/2011 dopo circa 40 anni dall’ultimo evento e il periodo indicato sul piano di bacino prediceva un periodo massimo di 50 anni.

È vero anche che il rischio non può essere azzerato perché costituito dall’intersezione degli eventi naturali (che esistono) con le attività umane (che anch’esse esistono). Azioni a breve e medio termine, però, sono possibili e anzi non più differibili per ottenere quella che viene chiamata la riduzione del rischio. Si può, cominciare, ad esempio, dalla piena e rigorosa attuazione dei piani di protezione civile esistenti per gestire la fase dell’emergenza. A questa vanno affiancati gli aggiornamenti delle informazioni, sia a livello di protezione civile sia delle carte di analisi contenute nei piani di bacino, sugli eventi, sui pericoli e sugli elementi a rischio, anche con i mezzi che la tecnologia corrente rende via via disponibili. In particolare servono rilevazioni più sistematiche degli episodi alluvionali e di frana e analisi più accurate dei pericoli per affinare le stime sulla frequenza.

Sono necessari anche interventi anche a livello normativo. Ad esempio, bisogna rivedere la pur recente riforma legata al d.lgs. N. 152/2006 che trasferisce le funzioni in materia dalle autorità di bacino (che in Liguria sono attualmente la Regione e la Provincia, braccio operativo) alle autorità di distretto. È troppo vasta la ripartizione dell’Appennino settentrionale, troppo alto il rischio di analisi imprecise. Anche lo scioglimento di alcune comunità montane, considerate troppo “marine”, sembra sempre di più una scelta dannosa perché a esse spettava l’importante compito di realizzazione delle opere di difesa del suolo. La Regione Liguria, dal suo canto, ha già approvato, dopo le recenti alluvioni, ben quattro delibere inerenti misure di salvaguardia: si tratta delle D. G. R. (delibere di giunta regionale) n. 1489 del 6/12/2011, n. 1657 del 29/12/2011, n. 17 del 13/01/2012 e n. 34 del 13/01/2012. È un intervento normativo importante ma contiene un eccesso di permessi su interventi “fatti salvi” e lo stesso giudizio si può dare in merito al nuovo regolamento n. 3/2011 sulle distanze dai corsi d’acqua che in molti casi consente ancora di avvicinarsi o addirittura sovrastare il corso d’acqua invece di allontanarsi. Le normative invece devono essere più severe e restrittive nelle aree inondabili, lungo i corsi d’acqua, nelle aree pianeggianti sovrastanti estese falde acquifere, sulle frane, le aree di loro possibile espansione e nelle zone ad alta suscettività al dissesto. Le fasce di inondabilità, poi, devono tener conto delle imprecisioni contenute nei calcoli; nelle fasce A deve essere ammessa solo la demolizione delle opere esistenti e la rinaturalizzazione. Nelle fasce B e C non deve essere ammessa in nessun caso la nuova edificazione. Devono essere estese a tutti i piani di bacino le fasce di riassetto fluviale e la norma (contenuta in quello del torrente Chiaravagna) che vieta tutti quegli interventi che comportino interferenze con la falda freatica. Tale accorgimento eviterebbe, ad esempio, la costruzione di box interrati, veri compartimenti stagni, nei depositi alluvionali, fatto che costringe le acque a scorrere, ancor più, in superficie, o a inondare gli stessi garage con successiva richiesta di risarcimento dei danni alla collettività. Anche nelle norme geologiche di attuazione del piano urbanistico, da realizzarsi a crescita “zero”, dovrebbe essere inserita la stessa regola. La maggior parte delle aree colpite da frane, poi, sono risultate non “previste” dai piani di bacino. Ciò può indicare o che i segni lasciati da eventuali precedenti eventi erano stati obliterati o che si tratti di frane di prima generazione. In ambedue i casi i fenomeni dimostrano che le aree segnalate ad alta pericolosità geomorfologica (o suscettività al dissesto) possono essere più pericolose delle stesse frane attive o quiescenti note. Le nuove frane di colata, ad esempio, hanno scaricato nei corsi d’acqua, già ingrossati dalla precipitazione, ingenti quantitativi di fango e detriti. Tutto questo implica l’urgenza di ampliare i divieti, oggi presenti per le frane attive, anche alle frane quiescenti, alle aree di possibile espansione delle colate e alle aree ad alta pericolosità geomorfologica. In tali settori occorre limitare, cioè, qualsiasi intervento edilizio alla sola manutenzione straordinaria. Un ulteriore intervento a basso costo può essere anche una legge regionale che fermi l’attuale consumo di suolo.

Fra gli interventi da realizzare a breve termine e in modo costante nel tempo vi sono quelli, previsti nei piani di bacino, riguardanti la manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua. Si tratta, però, di un argomento delicato e difficile da affrontare. Infatti, mentre l’opera idraulica classica (allargare la sezione del corso d’acqua o alzarne gli argini) è intuitivamente semplice da realizzare, puntualmente localizzabile e sempre utile, per la manutenzione è più complicato stabilire il tipo di opera, la sua ubicazione e, soprattutto l’efficacia. Ad ogni modo, la completa urbanizzazione di aree che, per loro natura, sono inondabili ci ha costretti ad affrontare il problema trattando i corsi d’acqua come se fossero dei tubi o dei canali artificiali. Anche l’idrogeologia deve essere maggiormente tenuta in conto. La distinzione fra inondazioni e allagamenti, ad esempio, pur essendo importante a fini scientifici è spesso difficilissima da mappare proprio per il mescolamento dei due tipi di superficie (allagata e inondata). Vi è poi da considerare la sottovalutazione del fenomeno idrologico cui inevitabilmente conduce. Dal punto di vista idrogeologico, inoltre, l’acqua non è mai solo quella visibile nei torrenti ma, soprattutto, la parte che si trova sottoterra, nel sub – alveo o nelle falde di pianura e, in minor misura, in quelle di versante. L’acqua normalmente si trova frazionata in tanti serbatoi separati ma nel momento della precipitazione intensa cresce in altezza, larghezza e volume andando a formare un corpo unico indistinguibile. L’approccio che tende a differenziare i due fenomeni conduce ancor più a trattare i corsi d’acqua come se fossero dei tubi, totalmente impermeabili e separati dalle altre acque e dall’ambiente circostante. Una ripartizione rigida dei due processi, anche tralasciando le conseguenze negative sugli ecosistemi acquatici e le catene alimentari (di cui l’uomo fa parte), porta a separare, in particolare, i moti di scorrimento delle acque superficiali e di filtrazione delle falde verso il fiume e del fiume verso le falde.

Il circolo vizioso si conclude (per non ridare al corso d’acqua il suo spazio) con l’innalzamento di altissimi muri d’argine o larghissime tombinature e conseguenze deteriori per gli stessi sistemi di regimazione delle acque che non riescono più facilmente a raggiungere il fondo valle, diventando anch’essi insufficienti a sostenere eventi anche ordinari. È necessario invece affrontare l’aspetto delle opere di manutenzione attraverso una maggiore sistematicità degli interventi, regolata da piani di manutenzione più rispettosa di tali equilibri. A tale proposito si possono modificare, ad esempio, le norme dei piani di bacino che prevedono, per i tratti “sovra – alluvionati”, di non predisporre la relazione geologica, la relazione idrogeologica e quella idraulica. Tali analisi vanno invece eseguite, controllate in corso d’opera, a maggior ragione per il ripascimento delle spiagge. Inoltre serve una vera e propria procedura nell’ambito dei piani di protezione civile per la gestione dei sedimenti, perché sia rapida ma nello stesso tempo autorizzata sulla base di criteri sedimentologici e, in particolar modo, sulle caratteristiche granulometriche e di qualità dei materiali. I detriti alluvionali, infatti, oltre a costituire il vestito abituale dei corsi d’acqua liguri, ne rappresentano, per così dire, il prodotto tipico perché un torrente erode materiale a monte, dove la pendenza è alta, lo trasporta nella parte intermedia, dove la pendenza si addolcisce, e lo deposita a valle, dove la pendenza è più bassa, formando pianure alluvionali e spiagge. L’utile lavoro è diventato, invece, un problema a causa del restringimento in argini insufficientemente larghi e flessibili, provocando disastri e costi di manutenzione elevati alla collettività. Occorre poi tenere conto che i depositi alluvionali offrono una bassa resistenza all’onda di piena e che, eliminandoli a valle, si incrementa l’erosione a monte, attivando un circolo vizioso e peggiorando il profilo di stabilità del corso d’acqua. L’erosione infatti chiederà costose opere trasversali per porvi freno (le briglie ad esempio) che a loro volta saranno da mantenere costosamente e modificheranno i processi di erosione e deposito richiedendo la realizzazione di ulteriori costose opere.

Fra le controindicazioni all’utilizzo delle briglie, infatti, c’è la conseguenza che così come frenano, entro certi limiti, l’erosione a monte, l’accentuano, invece, a valle col paradosso che , passando il tempo, tale fenomeno può avanzare fino a interessare una eventuale briglia posta più a valle danneggiandola e richiedendo ulteriori spese per la manutenzione. Non solo ma come si vede nel grafico di Sansoni (2006), a medio termine, è meno costoso ricostruire meglio le opere che fanno da tappo (ponti e tombinature, ad es.) piuttosto che rimuovere continuamente i sedimenti (per non parlare degli altri vantaggi in termini ecologici, geomorfologici e idrogeologici). Bisogna pertanto valutare bene se il deposito è realmente “in eccesso”, ad esempio rilevandone l’altezza rispetto alle opere rigide e se valga davvero la spesa asportarlo, verificando se invade il letto perché questo è soggetto a subsidenza o se dopo un breve periodo di miglioramento per la diminuzione del livello idrico di una data portata ordinaria, non vi sia il rischio che al momento di quella straordinaria possa essere peggiore l’effetto del diminuito tempo di corrivazione (perché a valle avviene un’accelerazione e concentrazione dei deflussi e un’accentuazione del picco di piena). Una volta deciso di intervenire, il materiale litoide di intralcio può essere spostato e collocato, tranne casi straordinari, nel medesimo letto, in spazi ove la sezione idrica lo permetta o ancora allo sbocco per il ripascimento delle spiagge. È necessario infine realizzare gli scavi alternativamente sulle due rive per consentire la vita biologica del torrente.

In merito al problema dei tronchi d’albero che si ammassano addosso alle opere costruite in alveo (ponti, tombinature ecc.), come avvenuto, ad es., a Casale nel comune di Pignone (provincia della Spezia, foto), occorre dire che il fenomeno non è particolarmente strano data la quantità di “necromassa legnosa” presente nei nostri boschi a causa dell’introduzione, in passato, di specie arboree estranee all’ambiente naturale. Che sia, però, dovuto all’abbandono dei territori montani, come spesso si sente dire, è tutto da verificare. Basti citare il caso dell’inondazione di Finale ligure (SV) da parte del torrente Pora, avvenuta il 28/09/1900 durante la quale tronchi, radici e detriti si accumularono fino a formare una “barricata” alta oltre 2,5 m di altezza. In quell’epoca la civiltà contadina in Italia era ancora florida e non è affatto noto che vi fossero fenomeni di abbandono delle campagne anzi la cura dei boschi e della terra costituiva una delle principali attività. Ciò non impedì al fiume Pora di addossare contro il ponte di Finalborgo, di sezione ridotta, una “barricata” di tronchi d’albero. Un altro esempio, ancora precedente, riguarda l’alluvione del fiume Arno del 4 novembre 1333, quando una grande quantità di legname formò un blocco all’altezza del ponte di santa trinità. Si tratta, pertanto, di un fenomeno che, naturale o no, può accadere durante un’alluvione. Si tratta di prevederlo e lasciare sezioni d’alveo più che sufficienti da permetterne il transito. Altrimenti dovremmo pensare di attuare un taglio dei boschi talmente esteso e controllato da far si che gli svantaggi, dovuti al disboscamento (ad esempio, in termini di suzione idrica e tempo di corrivazione), alle opere di corredo (ad esempio le piste di esbosco o le strade forestali che interromperebbero la continuità delle coltri detritiche favorendone l’instabilità) e all’introduzione di mezzi meccanici più o meno pesanti e ai costi, potrebbero essere enormemente maggiori dei vantaggi. Occorre ripetere invece che lungo le sponde e sui versanti gli alberi, la vegetazione spontanea e il sottobosco non sono spazzatura da estirpare ma elementi che in larga parte attenuano la caduta delle piogge, trattengono la discesa delle acque a valle e consolidano il terreno. Occorre poi tenere conto del mantenimento e del ripristino della funzionalità ecologica oltre che della funzionalità idraulica delle opere (vedi, ad es., Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, 2002), in particolare salvaguardando il compito che svolge la vegetazione rispetto alla protezione dei versanti e delle sponde. In particolare, occorre preservare i depositi alluvionali adiacenti e la vegetazione ripariale.

Quest’ultima, infatti, è costituita da piante idrofile che caratterizzano il confine tra terra e corso d’acqua consolidando le sponde, sottraendo e depurando l’acqua, proteggendo inoltre le catene alimentari. Gli interventi possono invece prevedere la rimozione delle specie estranee all’ambiente fluviale. Occorre distinguere poi se le piante sono in aree inondabili dalla corrente di piena o solo raggiungibili dall’acqua per tracimazione laterale. La vegetazione può perciò essere mantenuta al di fuori dell’alveo attivo e diradata in funzione dell’apparato radicale e della sua flessibilità mantenendo le associazioni (vegetali) in condizioni giovanili e favorendo le formazioni arbustive a macchia irregolare. Il materiale legnoso deve essere de – pezzato e allontanato, non lasciato a rifiuto in alveo. Sorvoliamo poi, su tutti gli aspetti legati alle opportunità di lavoro pubblico e privato (manuale e intellettuale) che tale cura del territorio potrebbe generare. Lavorerebbero, infatti, fianco a fianco, operai, geometri e periti diretti da naturalisti, forestali, agronomi, geologi, ingegneri idraulici e architetti del paesaggio. Discorso a parte meritano invece i veri materiali ingombranti del corso d’acqua, costituiti da rifiuti solidi di vario tipo, materiale non bio – degradabile, abbandonati senza cura, dove capita prima, in attesa che le piogge li portino a valle. Lungo i versanti, inoltre, il ripristino dei muri a secco viene da anni auspicato ma sempre disatteso, nonostante norme che consentono di eseguire questa manutenzione quasi senza alcun tipo di autorizzazione. Così la maggior parte cede e viene sostituita, su versanti scoscesi, con muraglioni di cemento spesso a servizio di nuove villette (paradossalmente chiamate di “presidio”) che creano ulteriori ostacoli al deflusso sotterraneo delle acque o, peggio, aumento di velocità del deflusso superficiale.

Aggiornamento delle regole e manutenzione, da sole, non bastano. Altre azioni da realizzare a breve termine sono le opere di adeguamento delle sezioni d’alveo. Le analisi e le soluzioni contenute nei piani di bacino individuano, ad esempio, un modello sufficientemente realistico di intervento. Ogni piano di bacino contiene infatti un piano degli interventi (con relativa cartografia). L’importanza di tale capitolo è evidente: si pensi, ad esempio, ai miglioramenti che si sono ottenuti a Genova Voltri e Genova Pegli, grazie alle importanti opere di adeguamento delle sezioni idrauliche lungo i torrenti Leiro e Varenna. Gli interventi però devono essere realizzati in pochi anni e non in decenni. Il loro costo rispetto ai danni di una sola alluvione varia da corso d’acqua a corso d’acqua. Nell’area di Genova Sestri, ad esempio, è pari a meno di un quarto. Per la zona del torrente Bisagno il rapporto è leggermente diverso ma sempre a favore della realizzazione delle opere perché anche se è vero che finora a Genova sono stati spesi contro i danni “solo” 20.000.000 € (solo con risorse comunali) si è trattato, in realtà, di “somme urgenze” che non tengono conto, tra l’altro, di svariati danni non urgenti ad altre opere pubbliche, dei danni alle attività economiche e ai privati. Una stima più attendibile del valore economico della spesa da sostenere (da quanto pubblicato a mezzo stampa, eliminando i valori estremi) si aggira ad oggi, sempre con ragguardevole indeterminatezza, intorno ai 150.000.000 € sia per lo spezzino sia per il genovesato. Se si tiene conto, però, dei computi più pessimistici il valore aumenta fino a 800.000.000 € per tutta la Liguria, sempre tralasciando il danno incommensurabile per la perdita di 19 vite umane. Tali dati vanno confrontati con il costo di realizzazione delle opere che sono state previste nei piani di bacino per ridurre fortemente il rischio idraulico. Si tratta innanzitutto, per Genova, di completare il rifacimento della copertura alla foce del Bisagno (la prima parte è stata realizzata con 70.000.000 €) che aumenterebbe la portata del torrente da 500 – 700 m3/s a 850 – 1050 m3/s. Occorrono, a tale scopo ancora circa 150.000.000 € di cui circa 50.000.000 € sono già stati finanziati. Il suo costo complessivo è quindi di circa 220.000.000 €. Si tratta dell’opera più urgente dato il rapporto costi/benefici ancora favorevole (circa 500.000 €/m3/s). Un’ulteriore opera di riduzione del rischio è lo scolmatore del rio Fereggiano che aumenterebbe la portata fino a 1450 m3/s. Il suo costo è stimato in circa 270.000.000 € con un rapporto costo/benefici di circa 600.000 €/m3/s. Il valore economico totale degli interventi ancora da realizzare è quindi di circa 420.000.000 €. Se si considerano le stime di danni più ottimistiche il costo sarebbe ammortizzato in meno di tre alluvioni (al massimo 60 anni) ma se si considerano, invece, quelle più pessimistiche l’ammortamento avverrebbe con un solo evento di inondazione (e questo sempre senza tenere conto del valore incalcolabile delle vite umane). Analogo ragionamento può essere fatto per la provincia della Spezia. Occorre, però, a tale proposito, un deciso cambio di passo e l’allocazione non procrastinabile delle necessarie e non ingenti risorse (che negli ultimi anni sono state viceversa tagliate). Occorre di nuovo aggiungere, infatti, che gli ultimi governi che si sono succeduti hanno tagliato il bilancio del ministero dell’ambiente (che contiene il capitolo della difesa del suolo) dal miliardo e cinquecento milioni del 2008 ai 513 milioni di euro del 2011, ai 380 milioni di euro del 2012 e addirittura (taglio di quasi il 100%) ai 58 milioni di euro previsti per il 2014. È matematico poi prevedere P. I. L. negativi, dato che non si stanziano fondi (moltiplicatori di valore) dove c’è fortissima domanda. Si ricordi, ad es., che nella difesa del suolo 1 € speso in prevenzione ne vale 5 €  per i risparmi sui danni dell’emergenza e del post – emergenza. Si confronti poi, rispetto a tali cifre, il costo dei vincoli e delle regole (qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarli lacci e laccioli), cioè le norme (di legge o di piano di bacino o urbanistiche che siano), anche chiamati azioni “non strutturali”, che puntano a precludere l’utilizzo delle zone pericolose. Come sopra ricordato, il loro costo per la comunità è uguale a zero.

In merito alle frane un insegnamento che si può trarre da quanto avvenuto, per ridurne le conseguenze, è che occorre limitare i riempimenti artificiali e gli interventi che interrompono la continuità delle coltri detritiche. Un altro effetto negativo da evitare è quello dell’impermeabilizzazione dei suoli che, oltre a ridurre i tempi di corrivazione, accentuano i fenomeni di erosione delle aree poste a valle. Dall’esempio della foto (archivio Berruti – Chella) si vede come un’impermeabilizzazione anche non estesa in zona di crinale (solitamente considerata sicura), possa avere qualche ripercussione sull’erosione a valle, forse salvando le case ma lasciandole in qualche modo “appese” sul baratro. È facile ipotizzare che anche qui poi si inneschi il circolo vizioso dell’intervento di “messa in sicurezza” e della sua manutenzione con i relativi elevati costi mentre sarebbe stato sufficiente mantenere una fascia di rispetto inedificabile dal ciglio della zona a forte pendenza. A Vernazza, invece, nessuno ha previsto l’altezza del fango che ha sepolto per lungo tratto il piano terra delle abitazioni ma, a posteriori, era logico aspettarsi che l’acqua e il suo contenuto detritico, costretti in pochi metri di larghezza, durante un evento di piena, avrebbero potuto cercare sfogo verso l’alto. In generale perciò l’insegnamento vero che traiamo da questi fatti, al di là delle regole e delle opere previste, è che bisogna ridare spazi inondabili ai torrenti e ai rii e che le loro aree golenali e finanche i meandri andrebbero ripristinati. Ciò comporta necessariamente la demolizione progressiva dei manufatti attualmente troppo vicini. Ad esempio, non sembra eccessivo scoperchiare e rinaturalizzare lunghi tratti dei corsi d’acqua tombinati. Vale la pena, infatti, di ridare al “fiume” sia lo spazio che gli è stato tolto sia il sistema di relazioni (ecosistema) tra esseri viventi e materiale inerte. Gli strumenti ci sono e ancora una volta riguardano i piani di bacino anche se troppo presto si è ivi rinunciato all’utilizzo della cosiddetta “Fascia di riassetto fluviale”, un’area più larga delle fasce di inondabilità riscontrate che permetterebbe di rimodellare gli alvei ricreando gli scambi e anche, diciamolo, la bellezza di quella straordinaria forma del paesaggio che può e deve essere il corso d’acqua.

Conclusioni

Durante una breve primavera succeduta alle alluvioni genovesi del 1992 e del 1993, Enrico Martini (1994), allora docente di geobotanica all’università di Genova, ebbe a scrivere che sarebbe stato fondamentale lasciare ampi spazi liberi ai lati di ogni corso d’acqua ma che si era fatto, invece esattamente il contrario. Sarebbe poi fondamentale, aggiunse, destinare fondi cospicui alla prevenzione. Quelle parole sono, purtroppo, attuali ancora oggi. Attraverso semplici considerazioni geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche e sedimentologiche, latu sensu, infatti, emerge, per l’immediato, il grave stato di inadeguatezza in cui versano tutte le opere dei fondovalle interessate e la necessità di realizzare le opere previste dai piani di bacino ma ad uno sguardo meno superficiale anche i limiti di un approccio eccessivamente ingegneristico alla materia e, ancora di più, ovviamente, l’invasione dell’ambito fluviale (terrazzi, sponde e perfino il letto) che nel tempo è avvenuta con accelerazione costante e con manufatti sia abusivi sia, purtroppo, regolari (a causa di regole troppo permissive). Risulta pertanto largamente discutibile la scelta di mantenere in piedi le costruzioni che si sono realizzate nel tempo addosso all’alveo, anche dopo aver realizzato gli studi che dimostano la grave pericolosità di queste aree, non fosse altro che per il costo degli interventi di “messa in sicurezza”.

I danni fatti nel passato con l’occupazione delle piane alluvionali per costruire edifici e infrastrutture sono a questo punto enormi e hanno proceduto a un ritmo superiore a quello tenuto dalla metà degli anni novanta con le attività poste in essere attraverso le attività di difesa del suolo dalla Regione, dalle Province, dalle Comunità montane e dai Comuni più virtuosi. Occorre, quindi un forte cambio di passo e l’allocazione delle necessarie e non ingenti (rispetto ai benefici) risorse. Non è inutile, ad esempio, a breve temine arrestare la corsa alla ricostruzione delle aree colpite nelle aree più pericolose e dedicarsi alla realizzazione delle opere previste dai piani di bacino e delle reti di drenaggio urbano per ridurre pericolosità e quindi rischio ma a medio termine occorre anche agire sulla vulnerabilità non solo abolendo i premi edificatori in termini di superfici agibili e ampliamenti di volume che invece comportano aumento del rischio ma finalmente abbattendo gli elementi più esposti rinaturalizzando e restituendo al corso d’acqua “casa sua” con i benefici che ne conseguono anche in termini eco sistemici, di gradevolezza del paesaggio, di attività sportive, turistiche e produttive agricole. Vantaggioso è il cambio d’uso di vaste porzioni pericolose verso parchi e aree a verde e, al contempo, la promozione di minime attività di presidio ambientale tramite la leva fiscale (sgravi) nelle aree private e le risorse pubbliche in quelle demaniali. Conveniente è progettare in modo più attenta alla morfodinamica fluviale. È consigliabile che tutti i lavori (anche quelli di manutenzione) siano prima “pensati”, a livello pubblico, poi a livello dei proprietari dei terreni, da una squadra di esperti di opere antropiche (ingegneri, architetti, agronomi e forestali) guidati e indirizzati da capofila esperti di “opere” naturali (geologi, naturalisti e botanici). Le opere che utilizzano la pietra, il legno e, in generale, i materiali disponibili in loco sono indubbiamente quelle da preferire. Fra i mezzi da utilizzare quelli di piccole dimensioni sono più vantaggiosi perché le piste di cantiere non creino problemi maggiori di quelli che si vogliono risolvere. Può essere un’occasione straordinaria di lavoro anche manuale per tante maestranze che soffrono la crisi dell’edilizia perché in questo come in altri settori tanto lavoro può nascere da simili opere piccole o medie perché caratterizzate da alta domanda, bassi costi e lavoro distribuito nel tempo. Non a caso Roosvelt rilanciò gli USA, in seguito alla crisi del 1929, anche attraverso la sistemazione idrogeologica del territorio in cui trovarono lavoro 300.000 disoccupati (vedi, ad es., Antonielli, 2011). Si trattò, in fondo, dell’applicazione di un semplice principio di liberalismo keynesiano: tassazione progressiva del reddito, sovvenzioni pubbliche, lavoro, salari che alimentano l’economia generale per un periodo più o meno lungo.

*geologo e dottore di ricerca in geofisica, lavora presso la provincia di Genova (direzione pianificazione generale e di bacino)


RIFERIMENTI:

  • Antonielli G., 2011. Investire in prevenzione significa anche creare lavoro. In “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, Geoitalia, 36, 26 – 29.
  • Autorità di bacino del Magra, 2006. Piano stralcio “assetto idrogeologico” del bacino del fiume Magra e del torrente Parmignola. Approvato con Delibera di Consiglio Regionale 05.07.06, n. 69 (e s. m. i.) – territorio toscano – e con Delibera di Consiglio Regionale 18.07.06, n. 24 (e s. m. i.) – territorio ligure.
  • Berruti E. e Chella E., 2011. Archivio fotografico digitale. Studio associato Di geologia, Chiavari.
  • Cipolla F., Lolli O., Pagliacci S., Russo D., Sebastiani C., 1995. Rapporto di sintesi [20 regioni italiane], CNR – GNDCI, Progetto AVI, Pubblicazioni n. 1441-1448 e1452-1462, 1994-1995, http://sici.irpi.cnr.it/index.htm
  • Ilmeteo.it, 2011. Cosa è accaduto in Liguria, http://www.ilmeteo.it, vista il 26/10/2011.
  • Martini E., 1994. Alluvioni, che fare. Il secolo XIX, 22 marzo 1994, 15.
  • Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, 2002. Criteri e tecniche per la manutenzione del territorio ai fini della prevenzione del rischio idrogeologico, http://www.minambiente.it/home_it/showitem.html?item=/documenti/biblioteca/biblioteca_0005_a.html&lang=it, 111 pp.
  • Provincia della Spezia, 2003. Piano di bacino – ambito 19. Autorità di bacino regionale, Provincia della Spezia.
  • Provincia di Genova, 2001. Il Piano di Bacino del Torrente Bisagno. Approvato con Delibera del Consiglio Provinciale n.62 del 04/12/2001 (e s. m. i.), cartogis.provincia.genova.it/cartogis/pdb/bisagno/index.htm
  • Provincia di Genova, 2002. Piano di bacino stralcio per la tutela dal rischio idrogeologico. Ambito regionale di bacino 14. Approvato con D. C. P. n. 66 del 12/12/2002, http://cartogis.provincia.genova.it/cartogis/pdb/ambito14/ambito14/documenti/Relazione_Generale_Amb14.pdf, 8 vol., 18 mappe.
  • Provincia di Genova, 2003. Piano Provinciale di Protezione Civile. Approvato con D. C. P. n°53 del 19/11/2003, 8 vol. e carte, http://cartogis.provincia.genova.it/cartogis/pdb/ambiti12e13/, 4 vol., 16 mappe.
  • Regione Friuli Venezia Giulia, 2011. Liguria – alluvione del 25 ottobre 2011. Immagini ad alta risoluzione satellitare.
  • Regione Liguria, 2011. Approvazione stralcio della cartografia di rischio di inondazione con connessa disciplina di salvaguardia e misure di protezione civile ex artt. 3 e 17 in relazione ai recenti eventi alluvionali. D. G. R. n. 489 del 06.12.2011.
  • Regione Liguria e ARPAL, 2011a. Mappa dei sensori di Precipitazione. Brugnato, http://93.62.155.214/~omirl/WEB/mappa_sensori.html?para=rai, 25/10/2011, vista il 26/10/2011.
  • Regione Liguria e ARPAL, 2011b. Mappa dei sensori di Precipitazione. Sant’Olcese, http://93.62.155.214/~omirl/WEB/mappa_sensori.html?para=rai, 04/11/2011, vista il 05/11/2011.
  • Sansoni G., 2006. Principi di riqualificazione fluviale. CIRF, Autorità di bacino del Magra, Sarzana 24 ottobre, 2006, 38 slide.
  • Sacchini A., 2011. Interferometria differenziale radar satellitare multi temporale. Corso di aggiornamento professionale, 30/11/2011, comunicazione personale.
Alluvione in Liguria, considerazioni sul campo
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Recent Comments

  1. Alberto Girani

    Dopo un’analisi attenta e distante dai luoghi comuni, individua gli indirizzi sui quali muoversi.
    Complimenti al geologo Tomaselli per il contributo.

  2. Marco grasso

    Prima delle grandi opere che abbiamo la disgrazia di non ultimarle ma andare sempre in tribunale per furti che poi nessuno paga, perchè fino al terzo grado di giustizia cambia tutto; bisognerebbe incominciare a pulire gli alvei dei nostri torrenti che hanno una capacità quasi dimezzata,e questo grazie anche all’attività di WWF Verdi Forestale che subito dopo le disgrazie non si fanno mai sentire, mentre prima delle disgarazie impongono comportamenti devastanti. Almeno ci spiegassero come secondo loro che i divieti imposti non hanno alcuna colpa, oppure sono serviti per…. Comunque se questi signori sono in buona fede si capisce subito, come subito si capisce se colti da una febbre insana di potere burocratico. Perché una cosa è certa, se il Bisagno era pulito esondava in modo meno violento: E’ questo non entra nella testa di chi è chiamato a prendere decisioni.

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