GrΣΣk economy, la tempesta è in arrivo Contemporanea-mente,In Evidenza

di William Domenichini

Una medaglia ha sempre due facce: da un lato le leggi della casa, volta la carta ed ecco i processi di trasformazione e gli scambi che ne derivano. Ma la fabbrica dei sogni e delle menzogne, nel produrre paure e desideri, accuratamente le mette in conflitto. Così economia ed ecologia, al di là delle intersezioni etimologiche, vengono rinchiuse in recinti banalizzanti, la prima ridotta a dissertazioni intellettualistiche, la seconda esclusiva materia per top-manager seriali (o bocconiani). Tuttavia solo in Italia, ogni giorno, consumiamo mezza tonnellata di risorse naturali pro capite: annualmente dilapidiamo quasi 8 miliardi di metri cubi di acqua, emettiamo in atmosfera oltre 35 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, sottraiamo 8,5 milioni di ettari di terra all’agricoltura ed alla biodiversità, più di 20 milioni di tonnellate di biomassa coltivata, erodiamo 38 milioni di tonnellate di vari minerali. Si continua a consumare materie prime a ritmi superiori alla loro capacità rigenerativa: negli ultimi 30 anni, lo sfruttamento globale di risorse naturali è aumentato del 65%1. Volta la carta, e qualcuno lo chiama progresso.

Ma il paradosso del sistema è ben oltre certi limiti: si produce più merci di quanto si è in grado di vendere, e la sovra-produzione viene risolta passando dall’economia del reddito a quella del debito, attraverso magie che fanno comparire denari anche quando non esiste un valore correlato, e riparte la locomotiva fino a quando il circolo vizioso scoppia come le bolle di cui si alimenta. Il meccanismo innescato è piuttosto banale, seppur articolato, ramificato ed estremamente complesso, e passa dalla riduzione dei costi, all’efficientismo della produzione, sia sul piano tecnologico che organizzativo, senza dimenticare di invocare la salvezza della mano invisibile2 che pare rimanga tale nonostante venga considerata, o venduta, ancora come il vero guardiano regolatore delle nostre vite, nonostante anche i più fervidi guru liberisti ammettano che “il moderno paradigma di gestione del rischio del mercato è arrivato al capolinea, l’intero edificio intellettuale è crollato3”.

Potremmo tralasciare ogni riferimento alla finitezza delle materie prime, derubricando la compatibilità dei processi produttivi ad un mero esercizio intellettuale lontano dai conflitti occupazionali, ma da un lato attiene ad un disastro ambientale immane e dall’altro a tensioni geopolitiche eufemisticamente preoccupanti. Dal system failure emerge il dato sul taglio del costo del lavoro: un climax che parte dalla diminuzione dei salari fino alla delocalizzazione produttiva in luoghi del pianeta dove i diritti dei lavoratori semplicemente non esistono oppure, laddove ne esistono ancora, si stigmatizzano come il freno allo sviluppo.

La locomotiva deve continuare a correre, produrre e vendere a minor costo, ma porta con se un pesante fardello che assume varie forme e, nell’era della finanza creativa, anche nomi accattivanti: subprime lending, b-paper, near-prime, second chance, guai a chiamarlo prestito o debito a soggetti che non sono stati in grado di pagare quelli precedenti. Un funambolismo lessicale che non fa prigionieri, aiutando a digerire le prime fasi della crisi mentre la finanziarizzazione viene usata per evitare la diminuzione dei consumi, in alternativa a ricerca e diminuzione di carichi di lavoro. Ma l’insolvibilità non svanisce con alchimie e lo schema dilaga in tutti gli ordini di grandezza, globalmente. Il passo dal disastro economico a quello sociale è fin troppo breve: la diminuzione dei salari procede con la restrizione dei diritti, e la frontiera dei processi di mercificazione produce irreparabili ferite ambientali.

Un vicolo cieco in cui pochi conducenti portano il resto dell’equipaggio, le cui esigue vie di fuga sono riservate a pochi eletti, a chi sta sul ponte di comando, o per grazia ricevuta. La logica imporrebbe che un sistema in crisi venga messo in discussione, ma paradossalmente i disastri sono il pretesto per conquistare una nuova frontiera liberista. I professori che governano sostengono che la crisi avanza perché il mercato è stato imbrigliato e appesantito da regole e spesa pubblica, abbattendo il modello di stato sociale. Quelle che sono state arditamente definite come «le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali4» sostengono che i cittadini europei godono di troppi diritti, dalla culla alla tomba5: le eccessive tutele rappresentano la vera causa del disastro, ovvero l’aumentare vertiginoso della spesa pubblica. Regolamentare il mercato, finanziare il debito, flessibilizzare il lavoro, è ormai ricetta sobria e transfrontaliera: nel Bel Paese si è passati così dalle giaculatorie contro «l’Italia dei furbi, dei fannulloni, del nepotismo, di chi non rischia6» alla sobrietà di chi fa provvedimenti da strangolamento sociale ed attende l’andamento dello spread, evitando di disboscare selve contrattuali7 precarizzanti, ma abbattendo ulteriormente l’impianto dei diritti8. Il fiscal compact europeo9 diventa una sorta di golpe silenzioso10, un accordo che impone il rientro del proprio debito pubblico superiore al 60% in vent’anni. Per l’Italia significa il 3% l’anno, un taglio di circa 45 miliardi l’anno imposto da banchieri travestiti da governati, che si traduce in recessione per un ventennio che giustificherà la rapina speculativa su welfare e beni comuni.

A differenza di altre crisi, quella attuale non ha i connotati della ciclicità ma assume le forme di una spirale dalle dimensioni globali che si sviluppa quando abbiamo i minuti contati per evitare una catastrofe climatica ed ambientale irreversibile, rivelando complessivamente quanto siamo intrisi di cultura della mercificazione e del liberismo. In questo contesto di anestesia sociale, di aculturazione e di omologazione11, un’opera inutile come il TAV Torino-Lione diventa simbolo di chi lotta per il proprio territorio e totem dello sviluppo più cieco: il traffico merci Italia-Francia è crollato, solo negli anni 2000, del 31% e con la linea ferroviaria presente sia sottoutilizzata, il TAV ci costerà circa 20 miliardi di euro12, aumentando il debito pubblico senza una reale prospettiva produttiva. «La tua terra perfetta | che non sai abitare | verrà umiliata e distrutta | sarai obbligato a lottare | non puoi più decidere come sarai13».

Il termometro della catastrofe è misurabile anche attraverso una delle linfe dell’economia globale come il petrolio. Le maggiori compagnie petrolifere snobbano gli affari in terra ellenica, visti i rischi di insolvenza della Grecia, ma c’è un’eccezione: l’Iran. Nel complesso l’Unione Europea importa circa 500mila barili al giorno di greggio iraniano e di questi circa il 68% è destinato alle economie più fragili dell’Eurozona, ossia Spagna, Italia14 e Grecia15. Tuttavia sulla repubblica islamica incombe un embargo16 che bloccherà le relazioni commerciali tra Teheran ed i membri dell’UE. Un cortocircuito politico ed economico nel quale, per sostenere il boicottaggio di Bruxelles (e di Washington), la Grecia si ritroverà tra l’incudine della mancanza di energia per produrre o muovere merci ed il martello di debiti ed imposizioni di FMI/BCE, ancora più sull’orlo del default. L’incubo greco è ben più complesso e le semplificazioni spesso tendono a creare una specificità, isolando le responsabilità del disastro nei confini nazionali, come a dire che i greci sono stati meno oculati di altri, riducendo così le soluzioni ad una lenta agonia verso il fallimento e la morte.

Il filo conduttore della crisi è globale, va di pari passo all’assenza di progetti industriali compatibili e di modelli in grado di assumere la natura come reale fonte dei valori d’uso. Greek economy, un teorema la cui ipotesi iniziale è che il mercato può divorare tutto ciò che rimane da mercificare e la cui dimostrazione è empirica: da un lato con l’agonia ellenica e le difficoltà dei PIGS17, dall’altro le tigri asiatiche ruggenti e per finire l’economia stars&stripes, la più indebitata e più armata al mondo e pronta a sostenere il tenore di vita yankee a cannonate, produce indici di consumi pantagruelici: un’impronta idrica di 2.842 metri cubi/anno, consumi di carne bovina di 43 kg/anno18, pro capite! Le materie prime non sono infinite e le scelte di gestione e produzione di beni devono porsi semplici domande su cosa, quanto, come, dove e con cosa produrre, pena l’eclissi del pianeta.

Il cliché del pensiero unico, dilagante, diventa proprietà commutativa del liberismo, o meglio ancora in un primo corollario della greek economy: cambiando l’ordine dei fattori di de-industrializzazione il prodotto non cambia. Rimozione delle limitazioni alla competitività del mercato unificandolo su prodotti come l’energia, decisa apertura verso gli altri mercati, diminuzione delle regole e delle leggi che fanno da freno allo sviluppo, riforme per un mercato del lavoro più libero ed integrato, settore di servizi finanziari robusto, dinamico e competitivo19. In sostanza non si guarda in faccia a diritti o all’ambiente, tanto meno si sviluppano progetti innovativi, ma occorre far crescere ancora il sistema prima che scricchioli ulteriormente: too big, to fail20.

Il secondo fronte si apre dichiarando l’assalto a ciò che è facilmente tramutatile in ricavo, sistemi accessibili e mercificabili, possibilmente monopoli naturali dove i rischi d’impresa sono pressoché nulli, mentre i profitti garantiti. L’assalto ai beni comuni: da gestire il ciclo idrico privatizzando la vendita e pubblicizzando le reti di distribuzione, a trasformare energia in grandi impianti incuranti di sprechi e dissipazione con enormi sovra-produzioni21, passando a trasportare merci con sistemi energivori.

Le vecchie categorie industriali, su cui si basa il Pil, sono nel baratro della crisi ma il modello non si discute, dal modo di costruire, di muoversi, di trasformare energia o addirittura di produrre il cibo. Ogni forma di cambiamento si riduce all’efficientismo, senza mutare realmente il paradigma economico. I livelli di privatizzazione delle decisioni collettive arriva a livelli inimmaginabili, con l’ausilio di strumenti come il project financing, ovvero soldi privati in interessi pubblici. In poche parole il secondo corollario della greek economy: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei ricavi22. La messa a valore del capitale arriva così a monetizzare anche i disastri ambientali, una frontiera dove il business è strettamente correlato con i processi di ricostruzione, mettendo in soffitta ogni forma di prevenzione. Alluvioni, frane, terremoti, siccità e quant’altro diventano voci di bilancio, in un processo di monetizzazione delle emergenze ambientali.

Il terzo corollario ci porta a comprendere come il crollo del sistema avvenga sotto il peso insostenibile della mancanza di futuro, centrato negli anelli più deboli della catena. Solo per l’Italia quel peso solca il volto di oltre 60mila giovani, il 70% dei quali laureati, che ogni anno emigrano verso paesi che garantiscono un progetto, andando ad infoltire le oltre 400mila unità di laureati, dottorati e ricercatori italiani fuori dai confini del bel paese, in un bilancio negativo in cui per ogni “cervello” che entra ne partono tre23. Doppio danno, doppia beffa: il sistema Italia spende soldi, per quanto pochi24, in formazione e ricerca universitaria che altri paesi utilizzano, perdendo know how mentre, in una versione sociale dei vasi comunicanti, altri paesi non spendono un euro per formare scienziati ed ingegneri trovandoli con le valigie a bussare alla loro porta.

Prendiamo il caso dei Paesi Bassi: ad un lavoratore straniero che “importa” conoscenza, viene offerto un incentivo del 30% dello stipendio lordo annuo, senza tassazione alcuna, detto ruling e indicato come un rimborso delle spese di relocation. Si tratta di un beneficio concesso per 8 anni e con una verifica intermedia di sussistenza delle condizioni dopo 4 anni, riferibile a profili professionali difficilmente rintracciabili nel territorio olandese, ma con tre evidenti conseguenze. La prima è strettamente legata alla remunerazione del lavoratore: in un sistema di tassazione progressiva identica a quella italiana, se l’imponibile sul quale viene applicata la tassazione è una parte del lordo annuo (70%) il prelievo fiscale ha un’aliquota più bassa, così un lordo annuo di 50.000 euro consegue un netto mensile maggiorato di circa 800 euro25. Secondariamente le aziende olandesi possono, a parità di spesa lorda, retribuire un netto mensile ai dipendenti molto più elevato rispetto alla media europea. Last but not least, il sistema olandese, a parità di crisi, investe massicciamente in conoscenza, migliorando e progettando strutture produttive innovative.

Cadendo da un palazzo di 50 piani continuiamo a dirci «jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien», ignorando che «le problème n’est pas la chute, c’est l’atterrissage»26. In paesi come l’Italia, o la Grecia, le giovani generazioni sono le prime, dal secondo dopoguerra, ad avere meno speranze nel futuro rispetto a quelle precedenti: 2,5 milioni di italiani è precario, 2,1 milioni lavorano a tempo determinato e 396mila sono collaboratori occasionali27. La disoccupazione giovanile tocca livelli vertiginosi oltre il 30%: in Grecia è al 47,2%, in Olanda all’8,9%28.

Greek economy sintetizza il disastro economico, sociale e naturalmente ambientale che oggi viviamo, pagandolo a rate, ma che sconteremo nel brevissimo futuro. Salvo improbabili controtendenze, dovremmo domandarci «cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?29».


Note:

1 WWF e Sustainable Europe Research Institute (SERI), Market Transformation – Sostenibilità e mercati delle risorse primarie (2012) – [Testo]
2 La mano invisibile, metafora creata da Adam Smith per rappresentare la Provvidenza, grazie alla quale nel libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe tendenzialmente all’interesse dell’intera società.
The reason that the invisible hand often seems invisible is that it is often not there.” Joseph Stiglitz su “Managing Globalization: Q & A with Joseph Stiglitz”, Daniel Altman – The International Herald Tribune (11 ottobre 2006)
3 Alan Greenspan (October 23, 2008), “Testimony of Dr. Alan Greenspan to Committee of Government Oversight and Reform” – [Testo]
4 P.Ostellino (17 maggio 2010) , “Stato sociale, dieta forzata”, Corriere della Sera
5 F..Ahrens (14 maggio 2010), “5 reasons why Europe is sick”, Washington Post
6Lo show di Brunetta”, Annozero (24 settembre 2009) [Filmato]
7 C.Manzo, P.Stefanini (2 febbraio 2012), “Nella giungla del lavoro i contratti sono 46” [www.linkiesta.it]
8 Particolarmente esemplificativo il dibattito sull’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede la tutela da licenziamenti senza giusta causa per aziende al di sopra dei 15 dipendenti. In Italia sono solo il 3% del totale delle aziende ha quelle dimensioni minime, ma chi vi lavora è il 65,5% dei lavoratori italiani, circa 7.800.000 (Fonte: CGIA di Mestre)
9Europa, firmato il nuovo patto di bilancio” (2 marzo 2012), La Repubblica
10Trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità” (2 marzo 2012), [Testo]
11 P. Brunatto (7 febbraio 1974), “Pasolini e … la forma della città”, Rai Tv [Filmato]
12 Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali – [Testo]
13La tempesta in arrivo”, Padania – Afterhours (2012) [Videoclip]
14 L’Italia acquista quasi 5 miliardi di euro all’anno di petrolio iraniano – Fonte: ICE (Istituto nazionale Commercio Estero, Interscambio commerciale dell’Italia per settori con la Repubblica islamica dell’Iran) [http://actea.ice.it/tavole_paesi/T1_616.pdf]
15 U.S. Energy Information Administration (Juin, 2011) – [http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=IR]
16 G. Chiellino (23 gennaio 2012), “I ministri Ue decidono l’embargo petrolifero verso l’Iran”, Il Sole24Ore
17 Portogallo, Italia, Grecia, Spagna
18 Audrey Garric, (17 février 2012) “Qui consomme vraiment l’eau de la planète?”, Le Monde
19A plan for growth in Europe” (20 February 2012)
20 Curtis Hanson (2011), “Too Big to Fail – Il crollo dei giganti” [Guarda il Film]
21 Le centrali elettriche italiane sono in grado di erogare una potenza massima netta di 100 GW, con una media disponibile alla punta di 67 GW e contro una richiesta massima storica di 56 GW – [Si legga l’articolo “Černobyl’ – Fukushima, solo andata“]
23 S.Nava (20 dicembre 2010), “Ecco numeri e costi della nuova emigrazione italiana”, Il Sole24Ore
24 L’Italia spende lo 0,9% del PIL in formazione universitaria, contro una media europea dell’1,3%, quasi interamente finanziata dallo Stato. Le università private sono frequentate da non più del 6% dei quasi due milioni di studenti universitari. Gli Atenei statali ricevono globalmente circa 6,5 miliardi di euro all’anno, altro al 20% versato dagli studenti.
25Changes 30% ruling adjusted by Lower House” – [http://www.expatax.nl/news/changes_30_percent_ruling_adjusted.php]
26La Haine” (1995), Mathieu Kassovitz [Filmato]
27 Dati Istat (2010), S.Nava, “La Fuga dei Talenti” (Sandro Onofri, Edizione 2009) – [http://fugadeitalenti.wordpress.com/ ]
28 Repubblica (31 gennaio 2012), “Lavoro, disoccupazione al 8,9%
29La lotta armata al bar”, Canzoni da spiaggia deturpata – Le luci della centrale elettrica (2007) [Videoclip]

Immagini tratte da:
www.blackeducator.orgblogspot.comwww.ultimaora.netwww.direttanews.itwww.islamicinvitationturkey.comwww.presseurop.eucdn.radionetherlands.nlskyrock.net

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