A bocce ferme… Cinque Terre,Commenti,Contemporanea-mente

di EOD

Sono passati ormai mesi dall’alluvione che ha investito alcuni comuni delle Cinque Terre e della Val di Vara non dimenticando Genova. Come da copione gli articoli sui giornali, dopo un picco in prossimità dell’evento, diminuiscono e con essi l’attenzione dell’opinione pubblica – esclusi ovviamente i diretti interessati ai quali bruciano ancora le ferite – perchè distratta dalla crisi dell’Euro, dallo spread o dalle sorti della TAV piuttosto di quelle della Gronda.

Confrontando le rassegne stampa delle passate alluvioni con la rassegna stampa dell’ultima è sorprendente notare come, al di là della carta ingiallita dei quotidiani più vetusti, i contenuti siano gli stessi.

Proclami della serie: “Mai più ….” le intenzioni dei politici per la messa in sicurezza ora di questo ora di quel sito, poi ….. Passata la festa gabbato lo Santo …

Ora le bocce sono apparentemente ferme, la Natura concede una tregua. I lavori fervono e nel nome della massima urgenza e dell’assegnazione diretta dei lavori si consumeranno, come spesso accade, i più “efferati delitti” sul territorio; una deroga qui, un permesso temporaneo là, un movimento di terra su, un muro in cemento armato giù… Magari una strada nuova e un posteggio e dai, diamine, non vogliamo fare un posteggio?!…

Parafrasando una frase di chi ha scritto che “la guerra è una lezione della storia che i popoli non impareranno mai abbastanza”, si potrebbe dire che “le alluvioni sono una lezione della Natura che i politici (e non solo) non comprenderanno mai abbastanza”.

Sì, perché l’esperienza passata non ha smosso nulla nelle strategie territoriali di coloro che si sono susseguiti al potere, indipendentemente dal colore della bandiera sotto la quale operano o hanno operato.

Cosa ci sarebbe da imparare? In realtà non molto; alcuni concetti basilari, semplici. Il primo, fondamentale, è il concetto di dissesto idrogeologico. Esso comprende l’insieme delle problematiche relative allo scorrimento delle acque superficiali (e non solo) e la dinamica dei versanti sui quali le acque scorrono. Il rapporto naturale tra le acque di scorrimento ed i versanti si svolge secondo regole che le scienze sono in grado di descrivere con buona precisione. In questa relazione quando si introduce la variabile Uomo la definizione dei processi diventa un po’ più complicata, poiché viene introdotta una variabile spuria non determinabile, imprevedibile.

Un esempio calzante: la costruzione dei terrazzamenti agricoli. Di fatto sono una modifica che l’Uomo introduce sui versanti e che interagisce, modificandolo, sul regime di scorrimento della acque. L’Uomo finché usa i terrazzamenti ne mantiene l’efficienza ne cura il funzionamento e fa, in una parola, manutenzione, che è il secondo concetto anch’esso fondamentale. Poi abbandona i terrazzamenti, non se ne cura più. Pian piano la Natura andrà a ripristinare quella relazione naturale alla quale prima accennavamo, tra lo scorrimento delle acque ed i versanti. Però il periodo che intercorre tra l’abbandono dei terrazzamenti ed il ripristino da parte della Natura, si chiama appunto dissesto idrogeologico perché la Natura applicherà le sue regole e non quelle che l’Uomo ha cercato di modificare.

Questo “meccanismo” vale per tutto quello che di antropico esiste sul territorio. Se faccio un’opera (una strada piuttosto che un agglomerato urbano, o altro) grande o piccola che sia, essa interferisce con i processi naturali il più delle volte intensificando ed accelerando il processo stesso e i relativi effetti.

Quindi se faccio qualcosa non posso e non devo, quando non mi servirà più, abbandonarla a se stessa poiché ne pagherò le conseguenze; e quanto è successo avvalora quanto sin qui detto.

E’ proprio di questo che la “massima urgenza” nel nome della quale si opera per il “ritorno alla normalità” non tiene conto. Non si opera alla radice del problema, ma si “tappulla” da sempre senza un piano, senza un obiettivo. Nelle varie conferenze stampa si è sentito di tutto e di più, si è persino parlato di uno scolmatore a Monterosso (??!!). Non ho mai sentito parlare di una manutenzione globale del territorio o meglio, ne ho sentito parlare nel senso “ ah sì, poi sarà necessario fare anche della manutenzione ….”.

Cosa puntualmente disattesa (dati alla mano, altrimenti i versanti delle Cinque Terre e relativi terrazzamenti e sentieri non sarebbero in queste condizioni).

Si sta perdendo l’ennesima occasione: quella di imparare dagli errori precedenti scambiando l’efficienza con l’efficientismo. Giusto sgomberare le macerie, liberare dal fango i paesi, mettere in condizione alle popolazioni di riprendere le proprie attività, ma doveroso era ed è affrontare la problematica della messa in sicurezza dei luoghi con un’organicità d’azione che così, a prima vista non traspare (dicendo questo spero di essere smentito).

Non è ripristinando la copertura di un torrente piuttosto che pulendo un alveo che si metterà “in sicurezza” un posto piuttosto che un altro, ma è mettendo in atto un piano organico di intervento, con una tempistica certa magari ispirandosi ad uno dei tanti studi che sul territorio ligure si sono succeduti e giacenti in chissà quale cassetto di chissà quale ente, dimenticati perché “limitanti”, come limitanti sono visti i vari strumenti urbanistici che vengono “aggirati” con le deroghe (che poi tutti paghiamo). Non è forse vero, Brugnato?

La messa in sicurezza del territorio non è un problema tecnico insormontabile. Quella che è insormontabile è la mancanza di volontà politica ad intraprendere una strada, sicuramente difficile, che metta l’ambiente al centro del problema e al posto degli interessi personali, del facile guadagno delle associazioni temporanee d’impresa, della durata dell’incarico politico. Una volontà di imparare dagli errori passati che sono costati ingenti danni e, quel che è peggio, vite umane.

In Liguria come in molte altre regioni italiane vi sono terre fragili, vulnerabili da sempre e da sempre non si è fatto nulla per rimediare a questa fragilità. Non parliamo di imprevedibilità o di cambiamento climatico. La prima non ha ragione di essere e basta consultare i documenti che circolano nel web per dimostrare che tutto era più che prevedibile, che l’intensità delle precipitazioni è una causa ma non la causa; circa il cambiamento climatico se ne parla come se fosse una cosa che si è concretizzata recentemente. Di Global Change, delle sue conseguenze ed effetti se ne parla dal 1980 (trentadue anni!!) ma solo di recente tutti lo individuano come il “demone”. E prima? Fantascienza!

Non prendiamoci in giro, la Scienza non è né buona né cattiva; la Scienza descrive i fenomeni ed espone i fatti, modella e proietta i modelli nel futuro. La Scienza non è una Cassandra malefica che il politico di turno incolpa o esorcizza.

Ma lasciamo perdere la Scienza, i modelli e le proiezioni di scenari futuri e rispolveriamo il vecchio “buon senso” per il quale non è neanche necessario studiare molto ….

E non sarebbe poco ….

Foto da: peretoinfo – blitz quotidiano – meteoweb

A bocce ferme…
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