Un sogno lungo ben più di un giorno: “One Big Union” di Valerio Evangelisti Libri

di Paola Sartoni

Fantasy ed horror sono i termini spesso usati per definire i romanzi di Valerio Evangelisti.  Non fanno per me, mentre invece la fantascienza, altro termine di “contaminazione” utilizzato per alcune sue opere, è un genere che amo. Ma soprattutto amo la storia, quella scomoda, dimenticata e dunque sono grata a Evangelisti  che ce la riporta in questo romanzo corposo:  “One Big Union”.

Negli Stati Uniti gli Industrial Workers of the World (IWW) fino alla metà degli anni ’20 del secolo scorso aggregarono i lavoratori in una delle organizzazioni sindacali più innovative e, proprio per questo la più perseguitata, fino alla sua distruzione. I Wobblies, così soprannominati, pretendevano di essere internazionalisti, di rappresentare anche i lavoratori dequalificati e gl’immigrati (e per questo i loro volantini erano scritti in più lingue). Non erano aziendalistici  o corporativistici; non intendevano vincolare i lavoratori ai privilegi di uno specifico posto di lavoro, o di determinate mansioni aziendali; volevano rappresentare la forza lavoro in movimento, gli stagionali e i “drop outs”: soggetti potenziali – nei loro desideri – del proletariato organizzato.

Per superare l’ostruzionismo dei media di allora combatterono a lungo per la libertà di parola tenendo comizi non autorizzati e per questo furono picchiati (alcuni uccisi) ed incarcerati. Li sostenevano personalità illustri del mondo letterario come Jack London, o Dashiell Hammet (prima antagonista poi convertito alla causa), politici come Eugene Debs, antesignane sindacal/femministe come Mother Jones ed Elizabeth Gurley Flynn. Joe Hill (Joseph Hillström), uno dei primi iscritti, poi giustiziato, ci ha lasciato alcune tra le più belle canzoni di lotta, riprese negli anni ‘70 da Joan Baez e Pete Seeger. Ma subiscono il fascino dell’epopea e dei personaggi anche scrittori insospettabili, come Stephen King che ha chiamato Joseph Hillström il suo primogenito, divenuto a sua volta scrittore con lo pseudonimo di Joe Hill.

Valerio Evangelisti si è accostato ai Wobblies anche attraverso la rivista “Primo Maggio” che, negli anni ’70-’80 rinverdì in Italia il ricordo di quell’esperienza. Ma il protagonista del suo romanzo è un anti-eroe, Robert Coates, incaricato di sabotare il lavoro degli IWW, al soldo di una delle tante agenzie para-governative militarizzate come la Pinkerton che gli industriali utilizzavano contro i lavoratori durante gli scioperi. Come in Conrad (“Con gli occhi dell’Occidente”) il filo della narrazione ci lega a un protagonista sgradevole, complesso e contradditorio, testimone inadeguato di un’epopea americana. Di esempi del genere ve ne sono tanti e addirittura la nostra epoca ne pullula.

Ma proprio attraverso i suoi occhi prevenuti noi vediamo con simpatia quei Wobblies che la spia Coates ha il compito di distruggere. E il loro refrain “Solidarity forever!” ci accompagna oltre le quattrocento pagine del romanzo, fino ai giorni nostri. Dove infatti troviamo che la gloriosa sigla IWW è ricomparsa in nuovi tesserati, tra i lavoratori precari dei call centre o delle catene di fast food americane, o tra i partecipanti di “Occupy Wall Street”. A conferma che, nel lungo periodo, vincerà l’idea di un sindacato non corporativo, non localistico, non di tutela dei pochi a svantaggio dei molti? Grazie anche al romanzo di Evangelisti, i giochi sono riaperti.

Un sogno lungo ben più di un giorno: “One Big Union” di Valerio Evangelisti
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