Educazione alle Demopratiche Oikos

di Giulia Cifaldi

L’estensione deweyana del concetto di democrazia come impostazione filosofica capace di sollecitare una certa disposizione d’animo che nutra fiducia nelle capacità umane, appare come la forma politica capace di garantire quell’agire-in-comune, obiettivo della concezione arendtiana della politica intesa come insita non nell’uomo bensì tra gli uomini. Come far sì che la cittadinanza sia nelle condizioni di partecipare alle decisioni riguardanti la res publica? La partecipazione dal basso viene oggi ripensata e resa possibile grazie all’integrazione della democrazia rappresentativa con le forme dialogico-deliberative perché i cittadini possano incidere concretamente sulle decisioni e creare uno “spazio pubblico partecipato”.

Garantire ai cittadini le condizioni per essere coinvolti significa creare setting e occasioni ad hoc congiuntamente alle opportunità di partecipare, ossia fornire loro le competenze affinché possano sentirsi in grado e percepirsi come competenti a dare le proprie opinioni.

Particolarmente affascinante è il tentativo di dare una risposta alla domanda: chi partecipa? Il cittadino è sempre autocandidato anche quando viene estratto per campionamento; quali sono allora le disponibilità di risorse e di capitale sociale che lo rendono propenso a partecipare? Quali le competenze che si ritengono essere pre-requisiti? Vedremo come all’interno di esse rientrano sia disposizioni personali e processi socio-cognitivi, sia processi cognitivi di gruppo.

L’educazione permette agli alunni di acquisire queste competenze? Una possibile soluzione è offerta dal sistema formativo integrato che vede l’interazione scuola-famiglia-associazionismo-Enti locali; questo sistema può essere ampliato dall’espe-rienza del laboratorio permanente “La città dei bambini” di Tonucci, per creare una vera e propria “comunità educante” alla cui base vi sia l’affermazione della priorità del coinvolgimento dei bambini e dei ragazzi all’interno dei meccanismi decisionali.

Per avvalorare l’ipotesi per cui sia possibile educare a queste pratiche democratiche forniremo alcuni spunti di riflessione ed esempi di progetti partecipativi, finanziati dalla l.r.toscana 69/2007, che hanno visto il coinvolgimento di scuole, famiglie, Enti locali e della comunità.

Come ricorda Morin, per formare “teste ben fatte” occorre cambiare la scuola, per formare gli educatori occorre cambiare l’università, per cambiare questa serve un cambiamento nella politica, per farlo è necessario il coinvolgimento di tutti, per sollecitare la partecipazione servono opportunità e competenze, ma questo rientra tra i compiti della scuola. In qualche punto questo circolo vizioso va spezzato, affinché possa trasformarsi in un circolo di buone pratiche virtuose: questo è possibile grazie all’azione di “piccoli gruppi marginali” che credano nel cambiamento e che vogliano concretamente attuarlo.

Educazione alle Demopratiche
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