In difesa dei Beni Comuni: intervista a Paolo Cacciari e Tommaso Fattori Interviste,Prima Pagina,Rubriche

a cura di William Domenichini

Earth Days 2011 - Fattori, Domenichini, CacciariDopo la grande retorica della globalizzazione e della crescita infinita, ci troviamo ad affrontare una crisi economica, idrica, alimentare, quindi ambientale e soprattutto sociale senza precedenti. Lo stato reale delle cose ci impone una seria riflessione sul modello sociale che ognuno di noi contribuisce a sostenere, ed in questo contesto è sempre più evidente l’insostenibilità di un sistema produttivo che non tiene conto del proprio impatto ambientale, nella più ampia accezione, che produce sfruttando in modo infinito risorse finite, sostenendo una società di produzione lineare e di crescita esponenziale in un sistema planetario che vive di fasi cicliche.

La rivendicazione di un altro mondo possibile oggi deve ripartire dalla difesa di ciò che mette in stretta relazione una comunità, come i beni comuni, quei beni utilizzati rispetto ai quali si ha difficoltà di esclusione ed il cui “consumo” da parte di un soggetto riduce le possibilità di fruizione da parte di altri. Miniere e cave con le loro materie prime, bacini idrici, pozzi e falde acquifere con la loro acqua, l’atmosfera e l’aria, la terra, il suolo e le relative riserve biologiche fonti di cibo, così come ogni elemento fonte di energia, ma anche il lavoro e la conoscenza rappresentano oggi un’anomalia in un processo di “coseificazione” della natura e della società, attraverso la depredazione. Un tema che da 40 anni ci racconta la “tragedia dei beni comuni”.

Occorre riparametrare il nostro modello sociale passando dalla logica produttiva a quella riproduttiva, rompendo la strategia della competitività, della produttività, del profitto su tutto ed a tutti i costi. Queste riflessioni sono partite da una tavola rotonda condotta con Paolo Cacciari (giornalista e scrittore) e Tommaso Fattori (Forum Acqua Bene Comune) durante l’evento “Earth Day’s 2011”, rassegna sulla sostenibilità e le buone pratiche organizzata da Verusckha Fedi, assessore all’ambiente del comune di Lerici, in provincia della Spezia.

D. L’acqua è, tra i beni comuni, quello che maggiormente è oggetto di attacchi, l’ultimo sventato da due dei quattro referendum tenuti il 12/13 giugno 2011. Quale importanza rivestono i beni comuni?

Tommaso FattoriTommaso Fattori: L’acqua è il simbolo dei beni comuni, di quei beni che appartengono a tutti noi e per questo non sono appropriabili da qualcuno, affondando le proprie radici occidentali fin nel diritto romano: fu Giustiniano a parlare di res communes omnium, cioè di beni comuni, di tutti, che contrapponeva alle res nullius, le cose di nessuno e quindi appropriabili da chiunque, in un dualismo che è all’origine della nostra cultura. Giustiniano elencava l’acqua, l’aria, e parlava di spiagge1, mentre oggi i governi danno concessioni centenarie all’uso privato sostenendo che rimarranno un bene demaniale: nessuno di noi potrà vederne la scadenza e ciò la dice lunga sui concetti sofistici utilizzati. La distinzione tra proprietà astratta e reale, cioè proprietà formale e sostanziale, è uno dei termini che sottende la privatizzazione dei beni comuni. Passando dalle spiagge all’acqua, gli avversari dei referendum sostenevano in un ragionamento, per l’appunto sofistico, che si privatizzava la gestione del servizio non il bene: è evidente che in epoca contemporanea nessuno va con il secchio a cercare l’acqua potabile in un lago incontaminato per portarla a casa, nella vita che conduciamo l’unico servizio che permette l’accesso a questo bene essenziale è il servizio idrico e privatizzando l’unico servizio che ce ne consente l’accesso, di fatto, privatizziamo il bene.

Assistiamo ad un avanzamento illimitato dell’appropriazione privata dei beni di tutti, fondamentali per la vita: dalla privatizzazione del genoma dei semi, che sottende l’idea di appropriarsi di ciò che da sempre è di uso comune come il cibo, c’è un filo legato all’οἶκος, alla radice di economia e di ecologia, in una fase di crisi economica per cui privatizzare settori vitalmente essenziali permette profitti garantiti all’ombra di questi elementi, facendo entrare capitali privati sulle spalle di bisogni e diritti fondamentali delle persone. Il servizio idrico integrato è un monopolio naturale e tutti sanno che in un territorio basta un solo acquedotto ed un solo fornitore, quindi un privato che entra nella gestione dell’acqua sottrarrà per decenni il controllo alla collettività. Crisi economica e avanzamento della privatizzazione riguardano le nostre vite: privatizzare non significa solo consentire profitti con aumenti tariffari, ma agire su elementi di diritto universale che ci mettono in relazione con luoghi a noi lontanissimi: i capitali raccolti dalle nostre tariffe, per effetto della globalizzazione, permettono alle SpA di acquisire gestioni di servizi altrove nel pianeta.

Crediamo che l’acqua sia un bene pressoché inesauribile, e tecnicamente lo è ma non di fatto perché, per esempio, l’agricoltura che utilizza pesticidi e fertilizzanti di origine fossile inquina le falde e rende scarsa l’acqua potabile. Così l’industria che sosteniamo produce oggetti che si rompono prima, con un ciclo tra produzione e scarto sempre più corto: un cellulare, o un frigorifero, durano sempre meno, ma dobbiamo ricordare che dietro ad ogni oggetto c’è materia. La produzione non è, come ci ha inculcato la finanza, a mezzo denaro ma a mezzo natura: dobbiamo esser capaci di fare bilanci in unità fisiche e non solo monetarie, per capire qual è la verità della produzione: consumiamo grandi quantità d’acqua per produrre oggetti e, quando si parla di bene comune, occorre guardare a questo orizzonte complessivo, così come non sostenere monocolture che affamano mezzo mondo, che inquinano, che hanno un bisogno di input energetico fossile, e che per la prima volta nella storia dell’umanità assorbono più energia di quanta ne diano, per fare profitto sul cibo. Cosa produciamo e per cosa consumiamo natura? Parlare di acqua significa parlare dell’insieme di questi elementi.

Ne “Le Metamorfosi”, Ovidio dà la parola ad una dea che, con un bambino in grembo, cerca di avvicinarsi ad un lago per poter bere, ma trova dei pastori che glielo impedisce:

“[…] perché mi negate l’acqua, ne hanno diritto tutti, la natura nessuno ha dato in proprietà il sole, l’aria o l’acqua limpida, ad un bene comune, mi sono accostata e malgrado ciò vi supplico di farmene dono, un sorso d’acqua nettare sarà per me e ammettere dovrò d’aver riavuto la vita, con l’acqua me la donerete voi2.” […]

Vi sono tutti i temi fondamentali: il bene comune che non è proprietà di nessuno, diritto universale, legato alla dimensione dei diritti e non dei profitti. L’elemento del dono: i beni comuni ricevuti dalla natura, o dalle generazioni precedenti, concrezione dell’operare collettivo, della creatività sociale come i linguaggi, i codici e tutti i beni comuni detti immateriali come la conoscenza, i saperi, che dobbiamo restituire liberamente, riprodurre. Una delle definizioni più intelligenti pone il legame tra beni comuni e vita: i beni essenziali all’esistenza, in senso biologico, nel senso sociale di una vita degna, sono quelli che partecipano a definizioni relazionali, distinguendo quelle essenziali, cioè che identificano le caratteristiche di bene materiale (acqua) o immateriale (conoscenza), da quelle relazionali che consentono di esser membri di una società sistemica, non solo tra esseri umani ma con la natura, in un’idea complessiva dell’essere insieme, strutture che connettono. Si arriva al tema democratico: quando si privatizza un bene comune si perde la dimensione delle scelte su quel bene, non più assunte da una comunità, nel senso ampio ed inclusivo di chi vive un territorio ed usa quel bene, ma dai consigli d’amministrazione o amministratori di SpA, secondo logiche di mercato, di massimizzazione di dividendi e profitti per azionisti, lontano dall’interesse comune. Dietro processi di privatizzazione si sgretola la Democrazia.

Elemento centrale sui beni comuni è l’esigenza di de-mercificare l’essenziale per la vita e di democratizzarlo con l’autogoverno. Qui Hardin3 non capì nulla, confondendo i beni comuni con quelli a libero accesso, pensandoli res nullius mentre dietro c’è una comunità che vuole discutere le regole per la loro riproducibilità: il legame tra Democrazia e beni comuni. Quando i consigli comunali, e tanto meno i cittadini, non sanno più nulla, mancando trasparenza e partecipazione cosa resta? Viene annullata la dimensione di cittadinanza, schiacciata su quella del consumo e si spezza un legame sociale: siamo monadi in competizione tra loro sul mercato.

D. La crisi economica che viviamo, nata dal crollo del modello dell’indebitamento il cui costo viene differito temporalmente, ha messo in luce un sistema che, sgretolandosi, pone l’aggressione ai beni comuni come nuova frontiera speculativa. Con quali mezzi oggi avviene questo assalto al bene comune?

Paolo CacciariPaolo Cacciari: La società dei beni comuni4 è il frutto del lavoro di un collettivo, un gruppo di amiche ed amici che hanno tentato di fare il punto del pensiero sui beni comuni: abbiamo chiesto a persone che nella loro vita si sono cimentate, sia sul lato delle buone pratiche che delle buone teorie, quindi dei saperi esperienziali ed esperti, di confrontarsi e dire la loro su questo tema, e ci siamo accorti che il concetto, o lemma, “beni comuni”, è sempre più usato da gruppi di cittadini e forze sociali, per qualificare l’oggetto della loro rivendicazione. Pensiamo a quanti movimenti sono nati in nome dei beni comuni: “acqua bene comune” era già lo slogan della raccolta di firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare, il movimento dei giovani ricercatori e studenti universitari era “conoscenza bene comune”, l’ultimo sciopero e mobilitazione della Fiom contro Marchionne per la dignità del lavoro era “lavoro bene comune5 e potremmo continuare parlando dei mediattivisti, a partire da quelli che operano sul web. La solita rivista americana pone come uomo più conosciuto nel mondo un blogger egiziano6, ricordandoci il ruolo della comunicazione e del web durante la Rivoluzione dei gelsomini nel Maghreb, nonostante i grandi conflitti nella rete contro Google e contro altre multinazionali che la controllano, che tentano a più riprese processi di privatizzazione con filtri e selezione dell’accesso ai motori di ricerca. C’è un movimento che, per ora, sta impedendo ad un colosso come Google di imporre queste regole restrittive, perché si pensa alla rete come a un bene comune: un commons mouvement, movimento dei beni comuni.

Un contributo al concetto di beni comuni viene dai movimenti ambientalisti: più scarseggiano risorse e beni naturali più aumenta la coscienza, in ognuno di noi, che l’uso di acqua, o di aria, di suoli fertili, di mari o di risorse minerarie, non può essere regolato dal modello predatorio di “chi primo arriva se li accaparra” così com’è avvenuto fino ad oggi, e continua ad avvenire. Bene comune diventa un paradigma fondativo di un’idea, di una visione, di una cosmologia di società diversa, sottratta alle logiche mercantili, molto potente sia sul piano politico che sociale. Raj Patel, nel suo ultimo libro7, sostiene che “il nesso che s’instaura tra individui definisce il bene comune8: dunque i beni comuni non vanno considerati come nuova categoria merceologica, un elenco che possiamo trovare negl scaffali di qualche mercato alternativo, o nei capitoli dei bilanci dello Stato, ma come processo di riconoscimento sociale, comunità che individuano in quel bene qualcosa che gli serve9, rivendicando il diritto all’autogoverno. Nella gestione collettiva del bene gli individui si uniscono, creano una comunitas, un progetto collettivo che opera pratiche condivise. Oggi, come 10 anni fa in Bolivia, a Parigi o Berlino, parliamo dell’acqua per aggregare sensibilità, ma nel Maghreb è Internet, in Val di Susa è la propria terra, un processo di riconoscimento sociale e conflittuale per rivendicarne l’autogoverno, una sovranità, un diritto a dire la propria opinione sui modi di gestione di quel bene. Una modalità totalmente diversa da quella mercantile o dell’economia finanziarizzata che funziona a credito e strutturata con leggi coercitive, nella logica del massimo rendimento del capitale investito obbligando a stare al gioco: è impossibile andare a briscola se è deciso scopa.

Appena entrati in un meccanismo di finanziarizzazione il sistema bancario ti obbliga ad avere come scopo il massimo rendimento finanziario nel più breve tempo possibile. Le bolle speculative si creano per questa ragione, un continuo drogare l’economia reale per avere rendimenti monetari in una logica che fagocita, penetrando ovunque. Con i project financing10 la finanziarizzazione è entrata anche negli ospedali, attraverso cordate o associazioni d’impresa che vanno dal costruttore al gestore delle macchine di diagnosi, ai laboratori medici, e così via, con banche che anticipano i denari al decisore pubblico. Chi governa il territorio crede di non spendere nulla, con la promessa di ottenere servizi a costi bassissimi, per esempio con permute di suolo, ma in realtà i costi di gestione sono aggravati di quote di rientro del capitale finanziario investito, nella logica che qualsiasi opera sia “sbigliettabile”. Dall’autostrada al cimitero tutto ciò che può essere tariffabile viene fagocitato dal meccanismo finanziario, sottratto al decisore pubblico che esce da qualsiasi programmazione e valutazione reale dei bisogni, facendo solo scelte in funzione dell’interesse di chi investe denaro, di chi intravede una possibilità di trarne profitto, senza un’analisi della domanda effettiva.

Questa logica perversa porta alla privatizzazione dell’acqua, della sanità, di qualsiasi servizio o settore che sia monopolio naturale per cui aumentano gli appetiti: non c’è nulla di più semplice del vendere una cosa che non è tua a qualcuno che non ne può fare a meno. Come con l’acqua che si ottiene in concessione – e senza bere si muore dopo pochi giorni – così vale con i servizi sanitari ad un malato, in una logica perversa che porta a modelli perversi. Si scopre che i costi all’utenza dei servizi di diagnostica dell’ospedale di Mestre, rientranti nel project financing, sono triplicati e di conseguenza l’amministratore del servizio pubblico spinge i medici ad un certo modello di sanità per rientrare, con i famosi Drg11, nei parametri con cui tariffare i costi del servizio12. Valore d’uso si traduce in valore di scambio monetario, stravolgendone le logiche ed il senso, e si arriva al “dilemma del sindaco” quando una municipalizzata diventa SpA e ne diviene azionista: quando si fa un bilancio di previsione, chiedendosi se fare cassa guadagnando con i proventi degli utili dei pacchetti di azioni possedute oppure amministrare il servizio.

D. Dal problema alla “furbizia” del free-rider. Come interviene la finanza nella loro gestione?

Tommaso Fattori: Oggi il debito pubblico viene comunemente presentato come il mercato, un elemento impersonale, ma in realtà dietro ci sono processi molto concreti e responsabilità precise. Pensiamo all’Irlanda: un paese che fino a pochi anni fa non aveva debito pubblico mentre oggi è diventato enorme e si procede tagliando sul welfare, cercando di privatizzare il servizio idrico che fino ad oggi era gratis. In funzione della crisi finanziaria hanno deciso di salvare le varie banche buttando denaro pubblico per riparare ai danni compiuti da istituti di credito attraverso i derivati e via dicendo. Quel debito verrà pagato dagli irlandesi per generazioni ed ha origini e responsabilità: occorre capire che cosa c’è dietro, quali scelte hanno portato a ciò. La banca dei regolamenti internazionale sostiene che in Italia, come nel resto dell’Occidente negli ultimi 35 anni, la quota di Pil andata ai profitti è aumentata di 8 punti rispetto alla quota dei salari13, ossia un gruppo ristretto di persone si sta arricchendo sempre più mentre i lavoratori si stanno impoverendo e le privatizzazioni sono un pezzo sostanziale di questo processo: all’origine del ragionamento occorre essere in grado di ripensare a che cos’è la moneta, cos’è il valore: con Transform!14 stiamo facendo un progetto di ricerca sui beni comuni, monitorando i movimenti che li rivendicano.

Occorre ragionare su valore e moneta, su perché abbiamo distrutto la finanza pubblica e perché oggi finanziamo la gestione dei beni di tutti ricorrendo forzatamente al mercato del credito, strangolandoci con i derivati. I comuni usano strumenti finanziari per lo più sconosciuti, dai project financing alle cartolarizzazioni, facendo pagare alla gente i tassi d’interesse del denaro investito attraverso la tariffazione dei servizi, consapevoli che arriverà moneta fluida da quelle operazioni, dove il costo del capitale privato è un meccanismo folle in cui si privatizzano i servizi con l’entrata di azionisti con capitali di equity ed indebitamenti con le banche. Si sostiene la necessità di nuove liquidità per fare investimenti, ma in realtà i privati portano soldi, diventando azionisti, per avere la governance delle società di servizi. Le liquidità, che provengono da banche o da project financing, vengono ripagate, a tassi d’interessi di mercato, dai cittadini. Questo mix, di capitale di equity ed indebitamento privato, è più oneroso rispetto al costo della finanza pubblica, come le obbligazioni municipali, per esempio, che offrono un risparmio gigantesco e sono responsabili delle scelte fatte.

D. Come possiamo pensare di allargare le esperienze locali in difesa dei beni comuni per riuscire a costruire paradigmi sempre più virtuosi, verso un modello realmente compatibile?

Paolo Cacciari: Adesso anche i potenti della Terra sanno che occorre un modello che non sia dissipativo e predatorio delle risorse naturali e la decrescita va nella direzione della diminuzione del flusso di energie, di materie prime impegnate nei cicli produttivi, di consumi. Ormai solo in Italia quando si parla di decrescita c’è qualcuno che si inerpica sugli specchi, ma in giro per il mondo ci sono già imprese che sanno che occorre introdurre nuovi paradigmi: l’8a edizione di “Terra Futura15 si è aperta presentando il libro di Gunter Pauli16: 100 processi tecnologici oltre la green economy per produrre con impatto zero. La sua fondazione, ZERI17, non è un istituto composto da fondamentalisti ambientalisti ma da imprenditori che hanno messo a punto nuove tecnologie sostenendo che occorre copiare dalla natura, in cui non esiste, ad esempio, il concetto di rifiuti.

La decrescita è ormai qualcosa di inevitabile, indispensabile, necessario. Ovviamente per entrare in questa dimensione occorre un’organizzazione sociale, una dematerializzazione e de-mercificazione. Non basta rivolgersi agli imprenditori o al mercato, perché se anche la blue economy, con le sue 100 tecnologie ecologiche, venisse fagocitata in una logica mercantilistica, si corre il rischio che, come la green economy, diventi prigioniera di logiche finanziarie capitalistiche. Pensiamo al progetto Desertec18. C’è fotovoltaico e fotovoltaico: un conto è farlo sopra i tetti delle nostre case, dei nostri capannoni, trovando territorializzazione ed autonomia energetica, un conto è fare una cordata di imprenditori che, con Deutsche Bank ed Enel, creano nel deserto sahariano un campo fotovoltaico grande come l’Emilia-Romagna, per soddisfare il fabbisogno energetico tedesco con il 20% di solare entro il 2020.

D. Desertec appare come un ottimo progetto di sostenibilità. Quali sono le sue controindicazioni?

Paolo Cacciari: Ci sono vari questioni critiche. Probabilmente le popolazioni del Sahara non hanno interesse ad ospitare questi impianti, e credo che nessuno li abbia interpellati, trattandosi di processi a suo tempo segretati, per esempio da Gheddafi. La compensazione che questo consorzio italo-tedesco aveva dato al governo libico era che così avrebbe avuto l’energia gratuita per un progetto, che Gheddafi coltivava da tempo, di estrazione di acqua fossile, acqua dolce che non è mai entrata nel ciclo dell’acqua, confinata, prigioniera esattamente come il petrolio, che pare giaccia sotto il Sahara in uno dei più grandi giacimenti del pianeta. C’è un’idea di sviluppo che, in questi modi e con questi progetti, noi occidentali esportiamo nel sud del mondo, ma che risponde alle nostre concezioni. Con tutta probabilità le popolazioni indigene del Sahara, come quelle dell’India o delle Ande, pensano di risolvere e di esaudire i loro bisogni e desideri senza un’industrializzazione forzata, nè di ricavare energia elettrica in queste proporzioni e con queste modalità.

Le nostre ragioni di scambio sono tali per cui o accettano o soccombono, con mille trucchi che impongono alle popolazioni deboli e povere ciò che ci interessa. Ora gli portiamo via il sole e in questo modo continuiamo ad affidarci a soluzioni prometeiche, esattamente come abbiamo fatto con il nucleare: non ci occupiamo della fine del petrolio e lo usiamo finché finisce, così come abbiamo fatto con il carbone, e prima di cambiare cavallo paghiamo scienziati per trovare nuove soluzioni tecnologiche che ci tolgono dagli impicci, e ci danno il nucleare, si fa marcia indietro e si incomincia con altre soluzioni. E’ un meccanismo falso per due motivi: in primis non è detto che ci sia una tecnologia che ci salvi e secondo continuiamo a non far i conti con la sostenibilità, con la nostra impronta ecologica, con l’eccesso di consumi e con i nostri stili di vita. Quanta energia ci serve? É una nostra esigenza o della Deutsche Bank, dell’Enel o di quanti vogliono fare profitto? Dobbiamo invece pensare a dei modelli socio-economici auto-centrati, imparando a vivere con quel che abbiamo, non per tornare all’età della pietà, non per rinunciare a mangiare l’ananas e così via, ma per essere consapevoli, scambiando cose, coscienti delle conseguenze delle nostre azioni, con patti di reciprocità, con convenzioni per le quali l’utilità dell’ananas che noi compriamo sia anche per chi la produce, senza relazioni di potere e di dominio.

Stando all’acqua, da qualche mese alcune navi cisterna fanno la spola tra il Canada e Mumbai: un traffico di miliardi di galloni di acqua pulita che una società texana19 trasporta, dopo averla avuta in concessione da una cittadina dell’Alaska20, prosciugando un lago e portandola in un hub dell’acqua dove sarà smistata ad un’azienda hi-tech indiana che ha bisogno di acqua purissima per fare chip, ad un’impresa farmaceutica ed il rimanente imbottigliata e venduta ai paesi arabi: la “petrolizzazione” dell’acqua quindi non è uno scenario apocalittico, ma lo viviamo oggi, perché l’acqua è già nei mercati finanziari21. Siamo all’analogia con il progetto Desertec: se c’è un eccesso di acqua pura in Canada, perché non utilizzarla dove serve? Ammesso e non concesso che davvero la sottrazione di quei miliardi di metri cubi di acqua non porti a degli scompensi ambientali in Alaska, queste cose verranno avallate da valutazioni d’impatto ambientale o simili. Non dobbiamo occuparci solo degli ecosistemi utili all’uomo ma anche degli ecosistemi utili ai salmoni e di tutte le forme di vita che sono correlate alla nostra qualità di vita. Questo scambio è una mercatizzazione dell’acqua, che non sarà più, come dicono i sudamericani, “di chi ha sete” ma “di chi ha i denari” per farne un uso industriale, in una logica in cui solo chi sarà solvibile sul mercato ne avrà accesso.

Tommaso Fattori: La dissipazione di energia che ci sarà nel trasporto dal Sahara all’Europa è scientificamente folle, ma il punto è un altro: dietro al progetto Desertec c’è l’idea di piegare il nuovo, le energie rinnovabili, alla vecchia logica della produzione di energia accentrata. La grandezza delle rinnovabili non è nella sostituzione di un mega impianto inquinante con un enorme fotovoltaico, ma è l’idea di una produzione decentrata sui territori, dell’energia che ciascuno si produce nella misura di cui se ne ha bisogno, eliminando la differenza tra produttore e consumatore perché le rinnovabili funzionano facendoli sostanzialmente coincidere, superando il vecchio schema di produzione accentrata che poi distribuisce, con tutte le dissipazioni della rete. Ciascun singolo, o ciascuna comunità, si produce l’energia necessaria ed annulla la distanza tra produzione e consumo. L’accesso di chiunque ai raggi del sole o al vento significa Democrazia, controllo territoriale e partecipazione nel luogo in cui si diventa produttore e consumatore.

Le rinnovabili raggiungono minor consumo e maggior efficienza energetica se ci si regola su ciò che si è in grado di produrre, non facendo pesare la propria impronta ecologica, non condizionando altri, capendo i propri limiti, spingendo al risparmio, utilizzando strumenti di ottimizzaziome e controllando gli sprechi. Il dramma è cercare di applicare alle rinnovabili il vecchio sistema: il petrolio lo metto in barili e ne faccio profitti, ma con l’energia solare non è possibile. Se costruisco un sistema in cui si ha accesso al bene comune, saltando il sistema di finanziarizzazione, si mette da parte Deutsche Bank, Enel, e tutti i soggetti che vogliono far profitto, recuperando controllo e Democrazia. Ecco perché non è possibile recuperare il vecchio modello, staccando la spina alle energie di origine fossile e attaccandola a nuove tecnologie. Questa presunta magia è dietro al progetto Desertec: adattare le rinnovabili alla vecchia macchina, che va avanti con la vecchia logica.

D. Nel ’94 manifestammo contro la Bolkenstein, tuttavia si ritenne di essere in ritardo rispetto ai processi di privatizzazione in atto. Che meccanismo politico e che rapporti di forza ci hanno condotto fin qui?

Tommaso Fattori: La Bolkenstein22, rispetto al progetto iniziale, è stata in gran parte fermata e questo fa capire che oggi, nell’Europa dei mercati, l’equazione liberalizzazione dei settori uguale modernità è un’idea superata. Le grandi questioni sono legate alla governance globale e si giocano in luoghi sempre meno controllati democraticamente: il parlamento europeo ha funzioni consultive e praticamente fa poco o nulla per mancanza di potere. Ci sono numeri folli di lobbisti a Bruxelles, in rapporto 1:10 con la Commissione europea23, ed è chiaro che lobby24 legate a grandi interessi economici cercano di condizionarne le decisioni sottraendole al controllo democratico. Il primo passo è avere luoghi decisionali esecutivi e non elettivi o rappresentativi, ed il secondo riguarda i luoghi di governance: Wto, Fmi, Banca mondiale, World Water Council, tutte nuove istituzioni post democratiche o a-democratiche, spazi dove i lobbisti intervengono, tavoli di concertazione oscuri in cui siedono cordate di interessi privati, lontani dai cittadini e da qualsiasi rendicontazione o responsabilità democratiche: le istituzioni internazionali ed europee devono essere radicalmente ripensate perché tengono in piedi meccanismi antidemocratici e lontani da una gestione corretta dei nostri beni. Oggi è impossibile proporre alternative senza chiedersi che Democrazia vogliamo, contrapponendo un modello diverso di governance alle neo-istituzione che controllano i beni e le nostre vite.

D. 10 anni fa a Genova, quella “Cassandra” che fu “il movimento dei movimenti” previde la crisi attuale. Oggi abbiamo la soddisfazione di dire che avevamo ragione?

Paolo Cacciari: Non solo avevamo ragione allora, ma abbiamo ragione oggi: c’è un velato pessimismo sui rapporti di forza sociali, per cui queste nostre ragioni non incidono. I referendum del 12/13 giugno 2011 sono stati qualcosa di straordinario: 27 milioni di cittadini al di fuori di qualsiasi logica politica e istituzionale, oltre ogni coalizione di partiti, oltre le rivendicazioni parlamentari. Abbiamo una proposta di legge ma è essenzialmente la rivendicazione di interessi e di valori intorno all’acqua, a tutti i servizi pubblici locali e all’energia, che non riguarda solamente un no al nucleare per paura, perché il referendum è stato proposto ben prima del disastro di Fukushima in Giappone.

C’è un movimento di milioni di cittadini che non è rappresentato in parlamento: la proposta di legge di iniziativa popolare sull’acqua ha un relatore che è Domenico Scilipoti25, uno di quei parlamentari che si definiscono responsabili, passati da una parte all’altra. L’immagine di una base sociale di grandi dimensioni la cui rappresentazione istituzionale è uno sberleffo è un nodo politico drammatico che dice quanto sia grave la crisi democratica in Italia, e l’Europa non è da meno. C’è anche un risvolto positivo: una forza reale, anche se non rappresentata o addirittura distorta, che è in campo, lotta e prima o poi otterrà qualcosa.

Immagini tratte da: zuppadineve.files.wordpress.com, www.comune.firenze.it, www.ilsole24ore.com, blogspot.com, www.free-press-release.com, altocasertano.files.wordpress.com, blogspot.com, sites.google.com/site/antoniomaroscia, paroleverdi.blogosfere.it, www.carta.org, attacfoggia.files.wordpress.com, www.wallpaperdj.com.


Note:

1 “Iustiniani institutiones”, Liber secundus, De rerum divisione – I.2.1pr.: “[res] vel in nostro patrimonio vel extra nostrum patrimonium habentur. Quaedam enim naturali iure communis sunt omnium, quaedam publica, quaedam universitatis, quaedam nullius, pleraque singulorum … Et quidam naturali iure communia sunt omnium haec: aer et aqua profluens et mare et per hoc litora maris. Nemo igitur ad litus maris accedere prohibetur, dum tamen villis et monumentis et aedificiis abstineat, quia non sunt iuris gentium, sicut et mare”.
2 Le Metamorfosi, Ovidio Libro VI, versi 349-259: “'[…] quid prohibetis aquis? usus communis aquarum est. nec solem proprium natura nec aera fecit, nec tenues undas: ad publica munera veni; quae tamen ut detis, supplex peto. non ego nostros abluere hic artus lassataque membra parabam, sed relevare sitim. caret os umore loquentis, et fauces arent, vixque est via vocis in illis.haustus aquae mihi nectar erit, vitamque fatebor accepisse simul […]”
3 James Garrett Hardin (21 aprile 1915 – 14 settembre 2003) è stato un ecologista America, che denunciò i rischi della sovrappopolazione e sui danni che le azioni individuali possono causare all’ambiente. Famoso la sua elaborazione, nel 1968, del saggio “La tragedia dei beni comuni”. [http://www.sciencemag.org/content/162/3859/1243.full].
4 “La società dei beni comuni”, a cura di Paolo Cacciari – Ediesse (2011)
5 “Lavoro bene comune. L’intervento di Maurizio Landini, Fiom, a Milano”, Radio Articolo 1 (28 gennaio 2011) [http://www.radioarticolo1.it/audio/2011/01/28/7144/lavoro-bene-comune-lintervento-di-maurizio-landini-fiom-a-milano]
6 “Wael Ghonim. Spokesman for a Revolution”, Mohamed ElBaradei – Time (Apr. 21, 2011)
7I padroni del cibo”, Raj Patel – Feltrinelli (2008)
8Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo”, Raj Patel – Feltrinelli (2010)
9Il sipario aperto dal potere del noi”, Ugo Mattei – Il manifesto (8 luglio 2011)
10 Project financing (o finanza di progetto) è una operazione di finanziamento a lungo termine, che consiste nell’utilizzo di una società neocostituita (Special Purpose Company) per mantenere separati gli assets del progetto da quelli dei soggetti proponenti l’iniziativa d’investimento (promotori).
11 Diagnosis-related group o più semplicemente Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi
12No al mercato delle cure per i tumori”, COBAS Sanità Venezia (10 Marzo 2011)
13Il declino globale degli stipendi in busta 5mila euro in meno l’anno”, di Maurizio Ricci – La Repubblica (3 maggio 2008)
14 Sito di Tranform! – [http://www.transform-network.org/]
16Blue economy”, Gunter Pauli – Edizioni Ambiente (2010)
17 Zero Emission Research and Initiatives.
18 Un progetto di una rete di impianti solari termodinamici, eolici ed infrastrutture per la trasmissione di energia elettrica a lunga distanza finalizzate alla distribuzione in Europa di energia rinnovabile proposto dalla Desertec Foundation – [http://www.desertec.org/].
19 S2C Global Systems: “Long term supplies of pure mountain water can be shipped to any deepwater port on the planet” [ridenbaugh.com/waterrights]
20 Sitka (Alaska)
21 Vedi anche “La petrolizzazione dell’acqua è cominciata”, Paolo Cacciari – Carta (24 maggio 2011)
22 Direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno [http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/site/it/com/2004/com2004_0002it02.pdf]
24Eurolobbisti. Come orientarsi a Bruxelles tra lobby e istituzioni europee”, Matteo Lazzarini – Mursia (2011)
25 Scilipoti è relatore della Proposta di legge d’iniziativa popolare “Princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, inisieme all’on. Angelo Alessandri (Lega Nord) – [http://www.camera.it/126?pdl=0002]
In difesa dei Beni Comuni: intervista a Paolo Cacciari e Tommaso Fattori
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