Come avvengono frane ed inondazioni Dossier & documenti,In Evidenza,Territorio

di Bruno Vivaldi

Ho già accennato tempo fa a come le variazioni del microclima della fascia costiera ligure possano influire su tutti gli ecosistemi dell’entroterra, causando dissesto idrico, con conseguenti fenomeni di inondazioni e frane (per le 5 Terre vedasi pagina regionale de “La Nazione” del 22 febbraio 1993). La presenza dei manufatti (ponti, strade, ecc.) che impediscono o intralciano la corretta regimazione delle acque, costituisce soltanto un ulteriore problema, ma non è sicuramente la causa principale dei disastri.

La risposta immediata e coordinata alle emergenze da parte degli organi di soccorso è sicuramente importante nella salvaguardia delle vite umane e delle cose, ma ha anch’essa una carattere secondario se non si fa nulla per prevenire i disastri, quindi un’azione fattiva finalizzata ad eliminare alla radice le cause che producono le situazioni a rischio. Quanto si afferma non vale solo per la Liguria, ma anche per tutti gli altri luoghi dove avvengono fenomeni simili; difatti, se si analizzano i territori colpiti da eventi calamitosi legati a eccezionali precipitazioni, si troverà comunanza di squilibri ambientali legati allo stesso tema che tratteremo in questo scritto.

Purtroppo i meccanismi che regolano il clima sono complessi e sinergici, per cui non è facile sintetizzarne un’esposizione che non rischi di essere noiosa ed ingarbugliata, ma in natura tutto è interdipendente e frutto di molte variabili .

Premessa

In questo pianeta, innegabilmente, il clima, parlando in modo grossolano, è regolato da due fattori principali: la posizione del sole e la vegetazione. La posizione dell’astro che ci regala luce e calore varia rispetto alla Terra secondo le fasi dell’orbita ed influisce sul clima differenziandosi nelle varie latitudini; così abbiamo stagioni differenti e contrapposte nei due emisferi ed una certa stabilità termico/climatica sull’equatore. In pratica, quando in Europa è estate, nel sud dell’Africa è inverno e viceversa, mentre sulla linea equatoriale è costantemente caldo.

Le masse oceaniche fungono da importante contenitore ed ammortizzatore termico, nonché da “polmone” per la regolazione dell’atmosfera, partecipando allo scambio biologico dei gas ed all’ossigenazione dell’aria grazie anche alla consistente biomassa della popolazione fotosintetica marina (alghe, idrofite, ecc). Le masse vegetali, invece, hanno la capacità, tra le altre, di produrre ossigeno e di “smontare” gli ossidi di carbonio, quindi di mantenere una certa tipologia di atmosfera che è attualmente vivibile dagli altri esseri viventi, compreso l’uomo. Ma non tutti tengono in seria considerazione il ruolo fondamentale della vegetazione nella regolazione del clima in ogni zona del pianeta ed in particolare sulle terre emerse. In questa sede sarebbe troppo complesso entrare nel merito generale di tutti i fattori che influenzano le varie fasce climatiche, ma ci soffermeremo su quello che succede in pratica nell’arco della costa ligure, pesantemente colpita dalle recenti alluvioni .

Breve analisi ambientale
La fascia costiera ligure è un importante punto d’incontro tra due grandi ecosistemi complessi: quello marino e quello terrestre; in particolare (per latitudine e piano altitudinale ) la nostra costa è sede delle sclerofille sempreverdi e delle latifoglie termofile. Questi termini significano sostanzialmente che la vegetazione originaria è formata praticamente da piante “a foglia larga”, con preponderanza sulla fascia più vicina al mare di piante “a foglia rigida” e sempreverdi. Un po’ complesso come concetto, ma fondamentale per capire i meccanismi che agiscono sul clima e sull’assetto idrogeologico della Liguria .

Le sclerofille (piante a foglia dura ) sono tra l’altro anche particolarmente resistenti al vento di mare che è più “salato” per ovvi motivi, le loro foglie hanno un continuo ricambio, quindi spuntano e cadono continuamente formando, sempre continuamente, uno strato sul terreno detto “humus” che ha innumerevoli caratteristiche, ma a noi interessa sapere in questa sede che forma una sorta di “materassino” che mantiene costanti temperatura ed umidità del terreno; inoltre impedisce che l’impatto delle gocce della pioggia dilavino il terreno innescando smottamenti. L’impatto delle gocce che cadono è già smorzato dalle foglie (dure) degli alberi e degli arbusti, per cui ciò che arriva sull’humus è già “filtrato” .

Le nostre sclerofille, che poi sono il mirto, il lentisco, il terebinto, il corbezzolo, l’oleastro, ecc, fino al principe che è il leccio (ci sarebbe anche la quercia da sughero, a dire il vero…., ma è ormai quasi scomparsa ) hanno radici molto potenti e sono adatte a formare un reticolo sotterraneo che tiene ben fermo il terreno. Più a monte trovano alloggio anche le piante a foglia più “morbida” che cadono nella stagione fredda, consentendo un maggiore passaggio della radiazione solare laddove l’influsso termico del mare si affievolisce . Naturalmente la perdita delle foglie forma sempre un congruo strato di humus che preserva il terreno invernale da sbalzi termici ed igrometrici (oltre a ripararlo sempre dall’impatto della pioggia, evitando la formazione di smottamenti). Anche questi alberi hanno un apparato radicale di tutto rispetto che svolge una fondamentale azione di tenuta nel terreno dei pendii. Per conoscere meglio questa categoria di piante sarà opportuno citare almeno qualche esempio dei principali esponenti locali degli “alti fusti”: il cerro e la roverella( cugini del leccio nella famiglia delle querce), i frassini (carpinus ed excelsior) l’ontano, gli aceri ,il ciliegio selvatico ecc. fino alle altitudini del faggio, ma un ruolo non meno importante viene svolto dalla cosiddetta “macchia bassoarbustiva” composta da un’infinità di specie che hanno un ruolo fondamentale nell’equilibrio idrogeologico dei nostri versanti. Ci sono poi specie coltivate, come il castagno, che in alcuni punti hanno assunto il valore di bosco, ma che sono destinate ad una drastica riduzione da fitoepidemie che imperversano su questi popolamenti a causa dell’abbandono delle pratiche silvestri.

La nota dolente è costituita dai boschi di Pinus pinaster (una conifera infestante piantata dall’uomo e diffusasi in modo esponenziale) che, con i loro quasi trentamila ettari dei quali oltre la metà nella provincia spezzina, occupano indebitamente spazi che, come abbiamo appena appreso, dovrebbero appartenere ad altre essenze.

Il meccanismo dello squilibrio
Cosa succede al microclima locale? Semplice: le pinete non hanno praticamente humus, per cui il terreno è scoperto, assoggettato a tutte le situazioni meteorologiche e quando fa molto caldo la terra secca e crepa (è argillosa) e la prima pioggia che arriva s’insinua nelle fenditure e stacca zolle che poi serviranno come materiale per le frane. Inoltre questa movimentazione del terreno influisce pesantemente sulle falde acquifere sotterranee, cambiandone il corso ed il recapito; questo significa che le acque sotterranee possono andare ovunque, quindi alcune “polle” seccano ed altri luoghi non deputati iniziano a ricevere acque, ovvero a formarsi nuovi canali che spingono zolle, pietre e producono frane per farsi largo. A quanto detto si aggiunga l’abbandono delle campagne(con la mancata regimazione delle acque sui terrazzamenti), la formazione di nuove strade e l’intubamento dei torrenti. Ma i disastri delle pinete del cosiddetto “pino marittimo” non finiscono certo qui: con il suo apparato radicale molto poco efficiente non trattiene granché il terreno e la mancanza di humus non forma quella protezione termica necessaria ad evitare scambi termici con l’aria; ne consegue che in autunno le masse di vapore acqueo che arrivano dal mare incontrano aria fredda ed improvvisa, per cui condensano rapidamente producendo veri e propri diluvi che ritornano al mare. Questa situazione generale viene amplificata dalla malattia che ha colpito le pinete, il Matsucoccus feytaudi, meglio nota come cocciniglia del pino. Il decorso di tale patologia porta le pinete alla distruzione ed i tronchi, che hanno perso la resina e sono devastati dai tarli (larve di coleotteri), diventano molto più leggeri e trasportabili dall’acqua, per cui è facile trovarne consistenti cataste ai piedi dei declivi, dove solitamente scorrono i torrenti. Le “dighe” formate da queste masse di legname occludono la normale portata dei corsi d’acqua per poi cedere improvvisamente creando onde di piena estremamente pericolose. Inoltre nei boschi di pinastro colpiti dalla cocciniglia le piante morte lasciano considerevoli fosse derivanti dalla marcescenza delle radici che si riempiono di acqua e poi tracimano trascinando fango e detriti a valle e contribuendo a “rompere” lo strato di terreno .

In questo scenario hanno poi il sopravvento una serie di piante infestanti e “straniere” (introdotte dall’uomo), tra i quali si annoverano le robinie (dette “acacie”) e l’ailanto; quest’ultimo da considerare con grande attenzione a causa della sua nocività ambientale .

Un altro aspetto importante, legato all’invasione di piante alloctone infestanti è quella dei popolamenti perifluviali; la cosiddetta vegetazione riparia. Prescindendo da tutte le ottime qualità di una corretta vegetazione riparia, in questa sede saranno considerate soltanto le sue peculiarità in materia di assetto idrogeologico e climatico: alcune specie vegetali, come i salici, hanno sviluppato la capacità di resistere fisicamente alle piene fluviali, anche le più terribili, per cui sono capaci di consolidare efficacemente le sponde evitando cambiamenti di percorso, erosioni e spesso anche le esondazioni, ma questi popolamenti hanno necessità di occupare un determinato habitat e se questo “spazio” è occupato da infestanti che riescono ad avere una crescita maggiore in tempi considerevolmente più ristretti, nella lotta per la sopravvivenza le nostre piante riparie hanno la peggio e non riescono più ad avere la loro naturale espansione, quindi a giocare il loro insostituibile ruolo. Purtroppo, le infestanti non hanno grandi chances quando arrivano le piene improvvise perché vengono sradicate e portate nella corrente, contribuendo anche loro all’erosione delle sponde ed alla formazione di dighe e “tappi” contro i ponti .

Le soluzioni
In sintesi, per evitare gran parte degli eventi catastrofici che stanno catratterizzando questo periodo, basterebbe semplicemente applicare le norme forestali (come il disatteso D.M. 22.11.96 che prevede la rimozione delle piante malate ) ed accedere anche ai contributi previsti per i miglioramenti forestali (Decreto 2 febbraio 2005, Decreto 23 dicembre 2002 n.44), impiantare un albero per ogni nato, come previsto ex L. 113/92 (che è una norma dal carattere simbolico, ma pone l’attenzione sul problema), e si scoprirebbe che riqualificare i nostri boschi è meno oneroso che riparare i danni delle frane e senz’altro meno pericoloso. Parallelamente, occorre pianificare adeguatamente gli interventi negli alvei dei corpi idrici attraverso uno studio progettuale che affronti il problema nella sua complessità e soprattutto nella sua genesi, evitando improvvisazioni e dragaggi localizzati che servono a poco se non si “risolve a monte”. E non si può neppure pensare con concupiscenza di “approfittarne” per macinare tonnellate di detriti fluviali per “abbassare le quote” e “compensare le spese” perché sarebbe un ulteriore dispendio di energie ed inoltre non bisogna dimenticare che le rocce dei nostri corsi d’acqua contengono significative quantità di asbesto (amianto) per cui la loro macinazione senza le dovute precauzioni sarebbe un tantino pericolosa.

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