Genova -1%: La decrescita del cemento Analisi,Contemporanea-mente,Territorio

di Paolo Magliani

Abbattere l’1% di edifici brutti e indecenti della città di Genova. L’idea, provocatoria quanto rivoluzionaria (loro la definiscono “visionaria”), l’hanno avuta cinque studi di architettura genovesi (Gosplan, Baukuh, Obr, Sp10studio e Una2), decisi a proporre l’abbattimento di una parte di costruzioni del capoluogo ligure nefaste per l’occhio e per lo spirito. E oltretutto inutili, visto l’alta percentuale di appartamenti disabitati, come confermano oltre trent’anni di emorragia demografica, genovese e non solo.

Genova è la capitale dell’orribile cementizio. Sono proprio i riflettori della ribalta mediatica, accesi in questi giorni terribili di devastazione, ad aver rivelato agli occhi del Paese le incredibili scempiaggini create nella Superba negli ultimi sessant’anni di storia. Ci si stupisce per i palazzi costruiti a Quezzi, Marassi, Sestri Ponente, per la copertura quasi totale dei torrenti Fereggiano, Bisagno e Chiaravagna, per l’asfissiante elevazione di torri abitative accavallate in ogni dove come mangrovie nelle anguste strettoie di una città letteralmente soffocata dal calcestruzzo e dal mattone. E ci si chiede il perché della, citando il cardinal Bagnasco, “strage di innocenti” che ha colpito la popolazione ligure. Peccato che quanto sia accaduto a Genova lo scorso 4 novembre non sia giunto per una punizione divina ma a causa delle mani un po’ più maldestre dell’uomo.

Lo sciagurato 2011, che rimarrà purtroppo a lungo nella memoria collettiva di questa terra, dovrà essere l’alba di un nuovo pensiero che operi in maniera radicalmente opposta (se non appunto “rivoluzionaria”) al mainstream consolidato da decenni di “sviluppo” assassino.

In poche parole: ben venga Genova -1%, anzi, che la percentuale sia maggiore e non solo qui. Ben vengano tali ideatori e gli esecutori del “visionario” progetto. L’idea nasce nel gennaio 2011 ed è curioso (o forse non troppo) che sia proprio la Liguria, terra a più alto grado di cementificazione per abitante, dove sono sempre maggiori gli appetiti dei signori dell’edilizia e le infiltrazioni mafiose nel settore, ad essere la patria di un’altra concezione di vivibilità e di spazio. Come a dire: gli anticorpi si generano in casa.

Arrivare a proporre addirittura l’abbattimento di parte dei mostri edilizi è, almeno nello slancio culturale, uno sforzo di notevole impatto. Domanda: sarà realizzabile? Risposta d’istinto: nemmeno per idea, anche se almeno il sasso nello stagno è stato gettato.

Vale la pena, nel nome di una imprecisata “crescita” (con la quale i “benefattori” del cemento continuano a recitare il loro mantra per convincere la politica) distruggere il nostro territorio e far arricchire sempre i soliti noti? O sacrificare altri morti dei disastri alluvionali nel nome del Pil o di quello delle azioni delle banche quotate in Borsa che finanziano in primis proprio la speculazione edilizia e asfaltatrice?

Quello che un tempo era il “giardino d’Europa” potrebbe diventare il “parcheggio d’Europa”, non dimentichiamocelo. Di questo dovrebbe occuparsi in maniera radicale il nuovo governo anziché, appunto, affidare agli speculatori della Borsa e alle banche il debito pubblico nostrano. Ma la politica continua ad essere sorda al problema, come se i morti non producessero alcun effetto.

Nessuno dell’ormai fu governo Berlusconi si è presentato a Genova e nello spezzino all’indomani delle tragedie, se non una brevissima comparsata degli ormai ex ministri Matteoli e Castelli, giunti nella vicina Aulla e presi a palate di fango dalla gente disperata.

La “baraniana” Aulla, la città della statua di Craxi, del “monumento alle vittime di Tangentopoli” e del comune “dedipietrizzato”, è stata spazzata via dalla furia del fiume Magra nella zona nuova, sviluppata negli ultimi vent’anni direttamente nel suo alveo. Ma la sciagura e il lutto non hanno fatto recedere l’amministrazione comunale: il solo inizio di discussione su possibili abbattimenti di edifici assurdi posti a fianco del letto fluviale ha fatto gridare allo scandalo il vicesindaco e assessore all’urbanisticaGildo Bertoncini.

E che dire di Brugnato in Val di Vara?Il 12 novembre 2011 si sarebbe dovuta posare la prima pietra di un outlet nella piana brugnatese dove il solo parcheggio costituirà più della metà di un nuovo centro commerciale, tra l’altro in una provincia piccola ma già stracolma di simili costruzioni.

Niente da fare: anche qui il sindaco Claudio Galante (Lega Nord) non ha esitato a confermare il progetto, nonostante il fango ancora regnante nel paese, soprattutto nella zona dove l’outlet dovrebbe nascere. Ebbene: le auto del parcheggio sarebbero state sommerse, e il fango è ancora lì dal 25 ottobre. Ovviamente il Pd si è subito affrettato a gridare al vento la sua adesione all’opera, nel nome dei “posti di lavoro” (che non ci saranno) e dello sviluppo, naturalmente.

E allora rieccoci al punto di partenza: la de-cementificazione come la de-crescita industriale da contrapporre al modello di “sviluppo” e di crescita, ossia di edificazione, al di la della praticità funzionale ed estetica dell’abbattimento del brutto “che fa male all’anima”, come affermerebbe il grande filosofo James Hillman, scomparso proprio il 27 ottobre scorso all’indomani della devastazione delle Cinque Terre e della Val di Vara.

Ma torniamo ai giovani architetti genovesi. Ad inizio 2011 hanno redatto un manifesto “politico” con le loro intenzioni incise in dieci semplici punti, veri e propri comandamenti della decrescita abitativa. Nel loro sito internet, www.genovamenounopercento.it, ogni cittadino può partecipare alla discussione inviando la fotografia di un edificio che si vorrebbe abbattere per migliorare l’aspetto della propria città.

Demolire per liberare spazio, per piantare alberi, per circolare meglio, per ricostruire meglio, per risparmiare energia, per difendere il territorio, per valorizzare il paesaggio”, recita il punto 5 del decalogo. Chissà se verranno ascoltati dalla politica. La stessa che dovrebbe rappresentare la popolazione salvaguardandone anzitutto la salute.

Questa linea sarebbe da adattare immediatamente anche nella provincia della Spezia, bloccando scempi come il progetto Marinella e il Waterfront, tanto per prenderne una paio a caso. Intanto proprio nel capoluogo spezzino è ormai venuta alla luce, in tempi brevissimi, il centro commerciale “Le Terrazze” (inaugurazione prevista per marzo 2012), che coprirà quasi tutta l’area dell’ex raffineria IP, in località Antoniana.

Un gigante di cemento armato la cui superficie supererà di gran lunga i colleghi mostri come il Conad LeClerc di Santo Stefano e l’Ipercoop Centroluna di Sarzana. L’aspetto da fuori sembra quello di un fortino militare o, peggio, della vicina Villa Andreino, il carcere cittadino distante poche centinaia di metri (il cui perimetro è stato, ironia della sorte, da poco ampliato per realizzare nuovi “soggiorni”).

Il muro che delinea il perimetro del futuro“Le Terrazze” e che costeggia parte di via Fontevivo, assomiglia spaventosamente a quello erto da Israele a Gaza.

La sua relativa piastrellizzazione, realizzata per rendere più decente la vista, non ha sortito alcun rimedio. Come nascondere una voragine con un tappetino. Verrebbe da affermare che al brutto non c’è mai fine. Se abbattere l’orrendo (come avvenuto due anni fa con il famigerato “scheletrone” della Palmaria) è roba complicata, bisognerebbe cominciare a non produrlo più.

Per il bene di tutti e non solo della madre Terra. Non costruire oggi per non demolire domani”potrebbe essere l’undicesimo comandamento del decalogo del -1%. Ma vallo a spiegare ai sindaci…

GE -1%: IL MANIFESTO

1- Genova è un paradosso
Da più di trent’anni Genova è afflitta dal declino demografico. La particolare condizione geografica della città stretta tra mare e montagne, il boom edilizio degli anni ’60 e poi la perdita rapidissima di quasi un terzo della popolazione lasciano sul terreno un paradosso: da un lato circa il 10% di case vuote, dall’altro un territorio saturo di palazzi fin nel fondo delle valli e in cima ai monti. Oggi Genova è una città inspiegabilmente priva di parchi; è una città in cui posteggiare è un’impresa quotidiana; è una città con un equilibrio ecologico fortemente compromesso. Oggi Genova è una città che allontana abitanti invece che attrarli.

2- La crisi demografica è un’occasione
La crisi demografica può essere intesa come una sciagura da subire, oppure come un’occasione di cui approfittare. Oggi Genova è di fronte a questo bivio: da una parte c’è la conservazione del patrimonio immobiliare e della rendita, ossia l’abbandono della città al suo declino, l’attesa inerme di una spregiudicata multinazionale cinese che inesorabilmente arriverà a far fruttare le potenzialità di Genova dopo averne fatto serenamente tabula rasa. Dall’altra parte c’è la possibilità di affrontare a viso aperto le nuove condizioni in cui la città si trova, usandole per immaginare un progetto che punti tutto su una nuova qualità della vita.

3- Vogliamo un progetto visionario
Questo progetto dovrà essere capace di interpretare i sogni dei genovesi prima ancora di inseguirne i bisogni, dovrà essere capace di convincere prima di realizzare, di immaginare il futuro prima di risolvere il presente. Oggi non servono né inconsistenti progetti utopici, né ottusi tecnicismi: serve un progetto visionario che sia in grado di stimolare il desiderio di investire, un progetto che sta prima dell’atto concreto e che ne è l’indispensabile premessa.

4- Demolire l’1%
Oggi a Genova esiste la possibilità di demolire alcuni edifici. Attraverso le demolizioni è possibile rimodellare la città. E’ necessario immaginare un progetto che si assuma la responsabilità di eliminare ciò che intralcia e che si prenda la libertà di decidere come usare il vuoto che ne deriva. Individuiamo nell’1% la quantità di edifici che è possibile demolire e chiamiamo questo progetto GE -1%.

5- La demolizione è un atto positivo
Demolire per liberare spazio
Demolire per piantare alberi
Demolire per circolare meglio
Demolire per ricostruire meglio
Demolire per risparmiare energia
Demolire per difendere il territorio
Demolire per valorizzare il paesaggio

6- I nostri limiti
GE -1% è un progetto di architettura, gratuito e non richiesto. In quanto tale, GE -1% è realista senza essere immediatamente realizzabile, è visionario senza essere folle, è preciso senza essere esaustivo. GE -1% si occupa solo dei dispositivi spaziali necessari per ottenere una città bella ed efficiente. GE -1% si limita ad individuare la demolizione come strumento adeguato alle condizioni in cui la città si trova oggi.

7- Demolire per creare valore
Un bilancio economico delle demolizioni deve essere fatto considerando da una parte il valore virtuale dell’attuale patrimonio immobiliare sovrabbondante e dall’altra il valore reale del futuro patrimonio immobiliare selezionato e rinnovato. Meno edifici non significa necessariamente meno valore.

8- Tutta la città
La crisi demografica investe tutto il territorio di Genova, tanto quanto la carenza di parchi e di parcheggi. Gli edifici sono affastellati uno sull’altro nel centro storico come a Quezzi o a Sestri Ponente. E’ tempo di accordare la stessa dignità a ogni pezzo della città e fare un progetto che li abbracci tutti.

9- Un progetto sperimentale
GE -1% è un esperimento. Come ogni esperimento, GE -1% risponde a una condizione specifica e allo stesso tempo ambisce ad un valore più generale. Genova può diventare il laboratorio in cui vengono messe a punto nuove strategie che potranno valere come modello anche per altre città.

10- Un progetto pubblico
GE -1% è un progetto rivolto a tutta la città. GE -1% è un progetto semplice che intende dare forma ai desideri dei cittadini. GE -1% è un progetto per discutere.

Genova, 31 gennaio 2011


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