Multiutility, multibusiness. C'(H)era una volta la municipalizzata Analisi,Contemporanea-mente,Prima Pagina

di William Domenichini

Anno 2011, Milano. A due passi da Piazza Affari,un misterioso professore straniero si aggira per la città. Non sta cercando una dama per il suo sabba ma si reca alla conferenza stampa di presentazione della nuova, unica, globale multiutiliy italiana, nata dall’ultima operazione di fusione per incorporazione tra tutte le multiutility del paese, monopolista assoluta e gestore di tutti i servizi essenziali, acqua, rifiuti, energia: «Permettetemi di presentarmi, sono una persona facoltosa e di classe1, sono il prof.Woland e so quale sarà la vostra morte». Nello sgomento generale, il diabolico soggetto non tarda a soddisfare ogni curiosità futuribile e continua: «brucerete milioni di tonnellate di rifiuti ed aprirete nuove discariche, aumenterete le bollette e chiuderete i rubinetti a chi non potrà pagarle, licenzierete lavoratori, smantellerete front-office utilizzando call-center ricolmi di giovani laureati, con contratti precari, in sedi lontane; soci azionisti con sedi legali nelle isole Caiman decideranno le scelte strategiche e nessuno potrà fare nulla, perché queste solo le regole del mercato, lo avete voluto voi». Qualcuno obietterà sulla credibilità di stravaganti demoni nati dalla genialità di straordinarie penne, irrispettosamente riesumati per riadattamenti arditi, tuttavia la profezia, per quanto fantasiosamente luciferina, non si discosta molto dalla realtà.

In principio (H)era il verbo …

La prima esperienza italiana di business multiutility si chiama Hera SpA: nata nel 2002 dall’aggregazione di 11 municipalizzate emiliano-romagnole, tra cui la capofila bolognese Seabo, fagocitando in poco tempo le altre realtà vicine, da Ferrara a Ravenna, da Forlì-Cesena a Rimini, arrivando a Pesaro-Urbino ed puntanto fino alla Spezia nel tentativo di incorporare Acam SpA. Oggi Hera pesa quasi 4 miliardi di euro di fatturato annui e con 77 impianti (di cui 7 inceneritori) è la prima multiutility italiana nel business della monnezza. Dirimpettai del gigante romagnolo il 1° gennaio 2008 viene alla luce A2A SpA, parto della fusione tra Aem SpA Milano ed Asm SpA Brescia. Un vero e proprio colosso del settore, leader in Italia per volume d’affari e bacino d’utenza, con oltre 9.000 dipendenti e partecipazioni societarie ovunque: dal Trentino (Dolomiti Energia SpA) al Piemonte (Asm Novara SpA) passando per Abruzzo, Calabria, Friuli, Puglia, Sicilia (Edipower SpA) ed in Campania con il famoso inceneritore di Acerra.

Nel nord-ovest impera Iren SpA, che dal 1º luglio 2010 fonde Iride SpA, ovvero l’asse tra le ex municipalizzate di Genova (Amga) e Torino (Aem), ed Enìa SpA, ossia l’aggregazione della parmigiana Amps, della piacentina Tesa e della reggiana Agac. Nello scacchiere padano chiude la partita Aps-Acegas SpA che dal 19 dicembre 2003, dopo la fusione di Acegas (Trieste) ed Azienda Padova Servizi, opera in Friuli-Venezia Giulia ed in Veneto. Ai quattro colossi del nord risponde l’asso pigliatutto del centro Italia, Acea SpA: quotata in Borsa dal 16 luglio 1999, leader nazionale nel settore idrico con 8,5 milioni di abitanti serviti nelle aree del Lazio, in Toscana, Umbria e Campania, terzo nella distribuzione di elettricità, nella vendita di energia, quinto nel settore ambientale.

Stiamo parlando di realtà che gestiscono i servizi pubblici per circa un quarto della popolazione italiana e che hanno un fatturato di quasi 16 miliardi di euro, le cui dinamiche di gestione diventano una versione moderna della scelta di Hobson: “scegliete qualunque opzione possibile, basta che sia il mercato”, ma sempre di acqua, monnezza ed energia si tratta. Quale mercato poi? Gli esegeti del capitalismo all’italiana traggono il loro maggior spunto teorico: sistemi di monopolio naturale fintamente competitive per non adirare i teorici comunitari, accaparrati in barba alle logiche concorrenziali e basate sostanzialmente su forte finanziarizzazione delle società. Basta chiedersi che cosa abbiano in comune Equiter SpA ed Eurizon Vita SpA, Lazard Asset Management LLC ed Eiser Global Infrastructure Fund, o FIL Limited e F2I, ovvero tutte società di gestione di investimenti, servizi di consulenza, intermediari finanziari o gestori di fondi azionari, tutti con quote di partecipazione in tutte le multiutility italiane sopracitate e con sedi legali perlopiù in paradisi fiscali.

E’ il mercato, bellezza!

Cosa c’entra un fondo d’investimento off-shore con la distribuzione del gas a Forlì, con la raccolta differenziata di Pontedecimo, con la gestione dell’acqua a Roma o con l’energia elettrica di Vigheffio? Non esistono “mercati” più ambiti di quelli che sono appunto monopoli naturali, vincolati i quali il profitto è garantito per decenni, senza nessun rischio d’investimento e trascurando principi costituzionali come la responsabilità sociale dell’impresa. Per anni i servizi sono stati gestiti da municipalizzate, società pubbliche in preda alle dinamiche clientelari di una politica che ha fatto di tutto per rendere tale sostantivo qualcosa di simile ad un insulto. Così il fallimento della gestione pubblica, causato dall’incapacità politica, non ha portato ad un’assunzione di responsabilità ma ha adottato la via del mercato e della finanza come soluzione salvifica, quasi fideistica, una via lastricata di buone intenzioni, ma che ha messo in luce in pochi anni le profezie del prof.Woland.

La storia insegna che la menzogna la serve meglio della verità: così si distorcono interpretazioni delle regole comunitarie per tentare di svendere la gestione dei servizi secondo le dinamiche di profitti mercantilistici, mutando geneticamente l’obiettivo di aziende del settore, che devono promuovere coesione sociale, territoriale ed economica, in volani per la sviluppo della concorrenza. Ma la Comunità Europea ritiene che le autorità pubbliche siano libere di esercitare in proprio un’attività economica, o di affidarla a terzi come nel caso di entità a capitale misto costituite nell’ambito di un partenariato pubblico-privato. Così, nel tentativo di impedire potenziali violazioni della libera concorrenza, la Commissione Europea sostiene che il principio concorrenziale decade rispetto a quello di libertà di auto-organizzazione degli Stati membri e delle loro articolazioni interne, che definiscono i servizi economici di interesse generale, con il diritto a ricorrere alla auto-produzione dei servizi. Se i Comuni, che hanno il diritto di scegliere come gestire i servizi, decidono di rivolgersi al libero mercato, in tutto o in parte, devono fare gara, oppure hanno la possibilità di ricorrere all’affidamento dei servizi secondo il modello “in house providing”, ovvero una gestione che abbia proprietà interamente pubblica, che abbia controllo analogo agli enti proprietari e prevalenza dell’attività svolta con l’ente, o gli enti, titolare del capitale societario.

Il diavolo può anche fare le pentole ma non i coperchi, e mentre il prof.Woland stupisce il mondo della finanza, decapitando malcapitati manager di colossi societari che sfruttano i beni comuni in funzione dei dividendi, i suoi accoliti organizzano un referendum: «Sarò fedele ai compromessi, Salvifico, tanto, ormai, il numero di firme che differenza fa?2». Prima vengono raccolte oltre 1.400.000 firme che chiedono sostanzialmente che i servizi pubblici locali possano essere avulsi dalle logiche del mercato e del profitto, poi quasi 27 milioni di cittadini corrono a votare bocciando, senza equivoci, politiche di privatizzazione e liberalizzazione del settore. Altro che “referendum inutile”, e così come i manoscritti, anche le schede elettorali non bruciano. Viene sconfitta l’idea sdoganata negli ultimi vent’anni di mercificare tutto, dall’acqua a qualsiasi altro bene comune, inteso come una risorsa economica, vettore di un irreversibile processo la cui unica gestione concepibile, in quanto servizio al cittadino, muti in gestione privata. Viene bocciata la politica economica neoliberista che ha generato la crisi economica che viviamo e che ne ha messo a nudo la reale portata. Qualcuno penserà che siano valutazioni di parte, ma tant’è che da Standard&Poor’s3 a Federutility4 si è ritenuto che la cancellazione dei meccanismi per la remunerazione del capitale avrà un notevole impatto sui loro business plan delle multiutility.

I demoni hanno fede, ma tremano e la mattina successiva allo scrutino referendario, a Piazza Affari, il prof. Woland si sbellica dalle risate nel veder l’effetto del voto sui titoli delle multiutility quotate. Acea, che ha il 47% delle sue attività nella gestione dell’acqua, e nel cui azionariato vede una tra le più grandi utility al mondo come la francese GDF Suez, nel mese di giugno perde -7,78%5, e dichiara di indirizzare nuove risorse nei settori di energia e rifiuti. Hera, che ha il 21% del suo fatturato sull’acqua, il giorno dopo la chiusura della urne conferma di bloccare gli investimenti per 70 milioni di euro destinati alla rete idrica tra cui tre depuratori e nel giro di 20 giorni il titolo scende a -17,46%6. Iren. che ha 15% della sua enterprise value nell’acqua, annuncia di rivedere il piano di investimenti che prevedeva la spesa di 1,1 miliardi nel settore idrico fino al 2014 ed il titolo crolla a -15,11%7 in pochi giorni. Forse un caso, tant’è che il titolo A2A, il cui core business è spostato su energia e rifiuti gestendo solo la rete idrica di Brescia (2% della ), subisce lievi flessioni.

E se domani …?

Porre in discussione questo sistema di profitto ha una portata rivoluzionaria, dunque per reggere il colpo c’è bisogno di creare confusione, per la quale non c’è niente di meglio della Fabbrica dei sogni e delle menzogne: così come fu sdoganata la bugia del ministro Ronchi sull’inesistente obbligo comunitario di privatizzare i servizi, così come si scomoda l’UE per sbandierare l’imprescindibilità della concorrenza anche laddove non è richiesta dimenticarsi che sono ammissibili gestioni “in casa” senza ledere tali principi, ora i servi sciocchi tentano di ripristinare la necessità della remunerazione del 7% sul capitale investito. La fantasia dei più recalcitranti sostiene la necessità di una nuova disposizione legislativa, in quanto le multiutility non sono in grado di continuare ad investire nelle condizioni post-referendarie. Tuttavia la mancanza di remunerazione del capitale non influisce minimamente negli investimenti infrastrutturali, perché una parte della tariffa “costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato attraverso cui viene assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio8”, quindi quei costi sono già coperti dall’utenza.

Ma la questione non si limita al solo problema contabile e finanziario. E’ necessaria una radicale inversione di tendenza nella “gestione comune” dei servizi pubblici, partendo dalla partecipazione diretta nelle scelte politiche ed amministrative che li riguardano in un’alternativa fondata sulla riappropriazione democratica del governo locale. Il terremoto referendario ha risvolti immediati: se da un lato erano, e restano, illegittime le società non in house providing, potrebbero esserlo anche le società miste in cui il socio privato sia stato selezionato senza gara o in base a requisiti non specifici9, tradotto coloro i quali si sono piazzati in Borsa senza ricorrere a gara, mettendo così in discussione di legittimità alcuni di questi colossi e le operazioni di fusione che sono in corso.

Questo è certamente il mondo reale, imposto con l’egemonia del mercato e del consumo, sostenuto dai media che lo rendono modello unico: una struttura sovraordinata che non crea alternative alla mercificazione ed al profitto, uniche ed insostituibili modalità di gestione della vita. Occorre invece non dimenticare che stiamo parlando di gestione di alcuni tra i più importanti beni comuni, elementi sostanziali per la sopravvivenza e quindi non riconducibili a vecchie o nuove categorie merceologiche, che non si possono ritrovare nei bilanci aziendali ma in un nuovo modo di concepire le risorse, non più accumulabili ma da preservare e condividere, non più sfruttabili in una logica di rendimento ma riproducibili in una prospettiva di riproduzione.

Il centro è cieco, la verità si vede ai margini: qualche speculatore finanziario sta cercando il prof. Woland, ma lui è già scomparso lasciando una diabolica nota stampa del suo avvocato: «Mentre vi arrabattate da un affare all’altro, chi è che tiene d’occhio il pianeta? L’aria si inquina, l’acqua imputridisce, perfino il miele delle api ha il gusto metallico della radioattività e tutto si deteriora sempre più in fretta. Non c’è modo di riflettere né di prepararsi. Si comprano futuri, si vendono futuri dove non c’è nessun futuro10».

Immagini tratte da h3.bp.blogspot.com – finanza-live.com – freenewsonline.it – padovanews.it – clutterinclarityout.com – moviemobsters.com


Note:


1Sympathy for the Devil”, The Rolling Stones – Beggars Banquet (1968)
2Lucifero”, Blastema (Pensieri Illuminati – 2010)
3 Standard and Poor’s Corporation (S&P), una sussidiaria di McGraw-Hill, è una società, che realizza ricerche finanziarie e analisi su titoli azionari e obbligazioni, fra le prime tre agenzie di rating al mondo.
4 Federutility è la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua.
8 Art. 154 – Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152
9 ANCI: “Prime osservazioni sull’affidamento dei servizi pubblici locali e sulla tariffa del servizio idrico integrato in esito al referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”. (14 giugno 2011)
10The Devil’s Advocate”, di Taylor Hackford (USA, 1997)
Multiutility, multibusiness. C'(H)era una volta la municipalizzata
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Recent Comment

  1. Ireo Bono

    Caro William, complimenti per il tuo articolo che indica un’accurata conoscenza delle grandi aziende private che gestiscono la smaltimento dei rifiuti e l’approvvigionamento idrico nel Nord e nel Centro Italia con un giro di milardi di euro.
    Come scrivi, con il referendum abbiamo vinto una battaglia importante, ma la guerra è appena cominciata e quelle potentissime imprese che hai citato, torneranno alla carica.
    Occorre veramente, a mio parere, fare una contro informazione, come quella della tua mail, e ritornare pacificamente in massa nelle piazze per una politica diversa, sia di questo centro destra che del centro sinistra e delle scelte che ci vengono suggerite ed imposte dalla Bce, Commissione europea e Fmi.
    Un cordiale saluto Ireo Bono

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