Note sull’inondazione dell’ottobre 2010 a Genova Sestri Analisi,Contemporanea-mente,In Evidenza

di Alessandro Tomaselli

Le considerazioni che seguono sono la parziale rielaborazione di un testo redatto dall’autore con l’associazione “Amici del Chiaravagna” (2010) pubblicato, con modifiche, anche dall’associazione “Geologia senza frontiere” (Tomaselli e Coscione, 2011) sugli eventi alluvionali che hanno colpito il ponente genovese nel 2011.

Il clima e i bacini idrografici di Genova Sestri

Il clima della Liguria è considerato di tipo mediterraneo, cioè caratterizzato da temperature miti con gelate sporadiche, da un lungo periodo secco estivo e inverni piovosi. In realtà il versante ligure (non padano) della provincia di Genova è caratterizzato da precipitazioni che si concentrano maggiormente tra la tarda estate e la fine dell’autunno, in particolare nei mesi di settembre, ottobre e novembre (clima sub-appenninico – marittimo). La precipitazione media annua nei bacini genovesi oscilla tra 1000 e 1500 mm. La delegazione di Sestri ponente è interessata dalla presenza di diversi bacini idrografici. Si tratta, da ponente a levante di Rostan, Marotto, Molinassi, Cantarena, Chiaravagna col suo affluente Ruscarolo, Negrone e Senza nome.

La precipitazione

Il giorno 04/10/2010 alla stazione meteorologica del monte Gazzo (il monte di Sestri), sono caduti 411,2 mm di pioggia in 24 h (quasi tutti concentratati in dodici ore), a  Genova Pegli 377,4 (ARPAL CMFI – PC, 2010 a, b). Solitamente, si considera continua e alluvionale una pioggia giornaliera di 200 mm. La pioggia oraria dalle 14 alle 15 (ora locale) è stata di 124 mm/h, cioè più del doppio di una pioggia considerata “intensa” (50 mm/h). Per avere un altro metro di paragone si pensi che la  pioggia che ha causato le estese inondazioni del Veneto è stata di poco superiore ma distribuita in 54 ore. L’aumento delle piogge intense degli ultimi anni, in Liguria, è coerente con il recente riscaldamento del mar Mediterraneo, dovuto, a sua volta, alla maggiore energia termica legata cambiamento climatico in corso.

L’inondazione

L’inondazione ha riguardato la parte bassa di Sestri ponente tra via Siffredi, a est, e Multedo, a ovest, a causa della fuoriuscita dei corsi d’acqua: il torrente Chiaravagna, i rii Ruscarolo (col suo affluente Battestu), Cantarena, Molinassi, Marotto, Zanina, Monferrato e Rostan. A Borzoli è uscito il rio Burlo o Figoi e a Fegino il rio Fegino (vedi, ad es., i collegamenti ai video sul sito dell’associazione, Amici del Chiaravagna, 2010). Una mappatura per difetto ma indicativa è riportata nella figura sotto.

Le cause

La causa primaria dei danni risiede certamente nell’urbanizzazione delle piane prospicienti i corsi d’acqua ma non si tratta del classico fulmine a ciel sereno in quanto anche una pioggia meno intensa avrebbe determinato portate in grado di determinarne l’esondazione in diversi punti critici. Si tratta di una previsione contenuta da anni nei piani di bacino del torrente Chiaravagna (Provincia di Genova e Regione Liguria, 1998) e dell’ambito 13 (Provincia di Genova, 2002).
La pericolosità idraulica di Sestri è quindi nota da tempo anche perché il piano di bacino del torrente Chiaravagna è stato il primo in Italia ad essere approvato, fra quelli di rilievo regionale, cioè contenuti interamente in una sola regione. È sorprendente notare come il tempo di ritorno (dato puramente statistico ma indicativo) dell’esondabilità del Chiaravagna, in corrispondenza del palazzo di via Giotto 15, è pari a 10 – 15 anni e che, in effetti, dall’ultima inondazione, che risale al 4 novembre 1994, siano passati 16 anni.

Le precedenti inondazioni

Genova Sestri è stata colpita da eventi di piena mediamente ogni cinque anni dal 1900. Si tratta di una località che, come un giocatore d’azzardo che gioca contemporaneamente su più tavoli, rischia frequentemente di subire inondazioni. Anche il rio Molinassi e il rio Cantarena, infatti, non sono nuovi a eventi critici di piena. L’elenco completo di quelle note nell’area di Sestri (tratto da Cipolla et al., 1995; Provincia di Genova e Regione Liguria, 1998; Provincia di Genova, 2002; Provincia di Genova, 2003) è riportato nella tabella.

Le frane hanno determinato una vittima

L’inondazione non ha causato vittime ma le frane si. Fra le circa settanta cadute, concentrate soprattutto nei bacini Molinassi, Cantarena e Chiaravagna, una di queste, avvenuta nella cava attiva Giunchetto, ha causato una vittima. Non si avevano vittime per frana, in provincia di Genova, da quelle di Genova, via Digione, del 21/03/1968, anch’esse in un’area di cava (inattiva). Il bacino del Molinassi, poco più a ovest, ha subito una frana di colata rapida incanalata nel rio Nan che ha invaso il letto del rio principale presso il vecchio mulino vicino a casa Muia che è così stato investito da un’ondata di acqua e fango giunta a lambire la finestra del piano terra. I detriti, nell’alveo, hanno raggiunto l’altezza di diversi metri e la loro discesa a valle ha probabilmente contribuito a generare l’onda di piena che ha provocato il crollo degli argini e l’esondazione a valle, tra piazza Clavarino e via Merano. Altri giganteschi flussi di detrito pendono dalla testata del bacino tra l’antico eremo di sant’Alberto e villa Page. Una grande corona con fratture di trazione e attivazioni al piede è ben visibile nella costa est del Molinassi a nord di via Rollino. Un’altra grande frana interessa via Rollino a case Fico, sul Cantarena. Frane più piccole ma vicine alle case sono tra via Rollino e salita Toscanelli, nel Cantarena e, nel Molinassi, di fronte a via sant’Alberto. Occorre una mappatura dettagliata delle frane e delle inondazioni, con sistematicità, cioè man mano che avvengono (nessuno se ne occupa) e un aggiornamento delle relative cartografie, possibilmente legate a un lavoro più sistematico di catalogazione sia cronologica sia spaziale.

L’analfabetismo geologico e storico

Un’ampia riflessione va fatta riguardo alla conformazione morfologica di questa area inondabile. Si tratta di un’area depressa, cioè situata a quote vicine al livello del mare. Si va dai 5m (sul l. m. m.) del lato ovest di via Siffredi ai 3m di via Pacoret da san Bon presso il casello autostradale di Pegli. Si tratta di un’area che è stata oggetto di grandi trasformazioni, prima naturali poi antropiche, che la hanno sottratta al mar ligure e al golfo di Genova. Tralasciando, infatti, le variazioni eustatiche precedenti, prima dell’anno mille, il mare entrava nella valle del torrente Chiaravagna giungendo fino alla zona del Priano formando il piccolo golfo di San Lorenzo (vedi, ad es., Tuvo, 1981; Wikipedia, 2010). In vecchie carte nautiche è riportato, infatti, un piccolo porto tra la collina di San Giovanni e quella del Priano. Successivamente la linea di costa avanzò verso il mare a causa dei detriti, appunto “alluvionali”, portati dai corsi d’acqua. Ma nel 1238 (come si può ricavare da un’illustrazione dell’epoca) la spiaggia e il mare erano ancora di fronte all’odierna via Paglia, anch’essa sfiorata dall’attuale inondazione, mentre è assodato che ancora nel XVII secolo il mare giungesse a lambire il centro storico, tanto che la Basilica dell’Assunta, ultimata nel 1620, fu costruita sulla spiaggia, con l’entrata rivolta verso nord per evitare che le mareggiate potessero entrare in chiesa (vedi, ad es., Wapedia, 2010). Nella seconda metà del XIX secolo, la ferrovia litoranea fu costruita presso il limite fra la spiaggia emersa e quella sommersa mentre successivamente i cantieri navali e la costruzione dell’aeroporto sancirono il definitivo “allontanamento” del mare mediante ciclopici  riempimenti (quest’ultimo a spese della collina degli Erzelli) e il tombinamento dei corsi d’acqua a valle di via Merano (vedi, ad es., Filetto, 2010) tanto che nel 1961 il livello del mare era, grosso modo, quello attuale (vedi, ad es., Castellari, 2007). Attualmente il livello medio delle acque si alza, in Europa, alla velocità di circa 3 mm/anno (vedi, ad es., Mingarelli, 2008), rendendo più visibili gli effetti dell’erosione costiera e delle mareggiate (aggravate dalle stesse opere di difesa che ne amplificano l’energia); a causa di ciò diventa anche probabile che, in un futuro più o meno lontano, l’area debba tornare al mare. Il risultato, per ora, è che quelle aree depresse cui si è accennato, completamente inondate durante l’evento di lunedì 04/10/2010, giacciono su depositi sedimentari, di natura marina e soprattutto fluviale, che per loro natura sono soggette a periodici allagamenti.

Tale caratteristica “naturale”, tuttavia, è stata ignorata non solo negli anni a cavallo fra l’ottocento e il novecento, tempi, cioè, di semi – analfabetismo geologico, ma ancor di più nella seconda parte del XX secolo, epoca nella quale si è proceduto alla conclusiva occupazione di ogni spazio libero (e permeabile) con manufatti e opere di ogni tipo fra i quali palazzi abitabili con il loro corredo di cantine, botteghe e box sempre più vicini agli alvei dei corsi d’acqua del Ruscarolo, del Chiaravagna, del Cantarena, del Molinassi e sempre più profondi nella falda di acqua salmastra. Tra questi edifici, quello di via Giotto 15 è il caso più emblematico ma non unico, purtroppo. È ovvio che l’acqua proveniente da precipitazioni anche inferiori a quella verificatasi in questa occasione ha ben poco spazio per defluire e infiltrarsi nel terreno, finendo per espandersi là dove può cioè lungo gli scivoli delle strade in pendenza, fino a raccogliersi nelle conche più basse. Ciò determina da un lato l’incremento dell’intensità delle esondazioni, nei punti di maggior riduzione delle sezioni (ponti, palafitte, passerelle ecc.), l’aumento del tempo di permanenza dell’acqua sopra il suolo (per il quasi impossibile assorbimento) e, soprattutto, l’aumento del rischio di danni e vittime, dato che in quei palazzi, in quelle cantine, botteghe e box vivono e tengono i loro beni decine di migliaia di persone. Il pericolo, infatti, non è solo costituito dalla ridotta dimensione delle sezioni d’alveo ma anche dall’intensa impermeabilizzazione del suolo e del sottosuolo, fatto che impedisce all’acqua di infiltrarsi sufficientemente nel terreno e la costringe a scorrere velocemente in superficie.

L’edificio in mezzo all’alveo

A proposito dell’edificio di via Giotto 15, che per la terza volta in 18 anni ha determinato l´esondazione del torrente Chiaravagna, occorre precisare che il palazzo, costituito da sei piani e dal piano fondi, è stato costruito nel 1953 in regime di concessione demaniale (vedi, ad esempio, Roth, 2010). Il canone fu pagato per alcuni anni. Successivamente il demanio dello stato ne rivendicò la proprietà e da quel momento si ebbe un contenzioso giuridico nel quale gli abitanti rivendicavano a loro volta la proprietà dell’immobile. Il contenzioso si concluse in prima istanza nel 2002 con una sentenza del tribunale di Genova, confermata dalla corte di appello nel 2005, favorevole all’agenzia del demanio, che risulta quindi essere formalmente proprietaria del terreno e dell’immobile. L’Agenzia del Demanio ha avviato quindi il procedimento di demolizione dell’immobile imponendo alla Provincia di realizzare lo sgombero dell’immobile e la sua demolizione. Gli abitanti hanno successivamente impugnato presso il TAR l’ordinanza di sgombero emessa dalla Provincia e la discussione presso il TAR è ancora in corso. Ci si aspetta che il pronunciamento, a causa della recente alluvione, subisca un’accelerata. Pertanto, essendo stato chiarito, dal primo pronunciamento del TAR, che gli abitanti non sono proprietari, gli stessi non possono rivendicare l’indennizzo espropriativo. Da un punto di vista sociale e di giustizia, tuttavia,  le istituzioni possono esaminare la possibilità di dare una sistemazione agli abitanti o un opportuno risarcimento qualora fosse riconosciuta l’avvenuta usucapione. Al momento infatti vi abitano sei famiglie e vi lavorano gli esercenti di un centro medico dentistico e di tre negozi.

Cosa fare? Gli interventi previsti nei piani di bacino

Il tema della pericolosità idro – geo – morfologica dell’areale genovese, è dunque ampiamente noto, anche perché stato affrontato sia per la redazione sia del Piano Urbanistico Comunale di Genova sia dei Piani di bacino della Provincia di Genova. Il Piano Urbanistico Comunale, ad esempio, è stato approvato con D. P. G. R. N°44 del 10/3/2000, dopo alcuni anni di attività da parte della civica amministrazione, senza l’ausilio di consulenze esterne. La parte geologica, in particolare, è stata completamente redatta dai geologi impegnati nella normale attività dei rispettivi uffici all’interno dell’Ufficio Geologico, Edilizia Privata e Protezione Civile. Per ciò che riguarda le funzioni della Provincia, la norma di riferimento, attualmente, è la L. R. n. 58/2009, in attesa dell’attuazione del D. Lgs. N. 152/2006 (istituzione delle autorità di distretto). Uno degli aspetti più importanti da sottolineare è il fatto che i piani di bacino della Provincia di Genova sono stati realizzati a partire da studi propedeutici realizzati da gruppi interdisciplinari di professionisti (geologi, ingegneri, forestali, agronomi, naturalisti e architetti), coordinati da funzionari tecnici pubblici, per affrontare argomenti complessi per l’enorme quantità di variabili e di relazioni di cui occorre tenere conto. In particolare sono state realizzati documenti di analisi, carte e allegati (schede e foto), di contenuto idraulico, vegetazionale, di uso del suolo e geo –morfologico. Le analisi, dopo una fase di validazione, hanno costituito la base per gli elaborati di sintesi, successivamente sottoposti a una procedura di controllo da parte della Regione e all’approvazione da parte dell’organo politico. In definitiva si tratta di un insieme di testi ed elaborati grafici contenenti, oltre ai documenti di pericolosità geomorfologica e idraulica, anche l’individuazione della rete idrografica significativa, le carte del rischio, il piano degli interventi e le norme di attuazione (vedi, ad es., Falcioni e Tomaselli, 2010; Tomaselli, 2006).

Le norme di attuazione dei piani di bacino individuano, in particolare, sulla base di priorità definite dal livello di pericolo, i cosiddetti interventi non strutturali. Si tratta, in base all’atto d’indirizzo della L. n. 267/98 (d.p.c.m. del 29/09/1998), di un altro modo di chiamare i vincoli perchè, come è noto, non richiedono la realizzazione di opere (sono quindi a tutti gli effetti interventi a “costo zero” per la collettività). Nelle frane attive, ad esempio, sono ammessi interventi edili fino alla manutenzione straordinaria, nelle frane quiescenti fino alla ristrutturazione e così via. Per il Chiaravagna, tra le varie zone è stata individuata una fascia A nella quale deve essere ripristinata la sezione idraulica idonea a garantire il deflusso delle portate corrispondenti a tempi di ritorno duecentennali. Essa ha dimensioni tali da consentire il reperimento sia in sponda destra che in sinistra gli spazi necessari all’allargamento della sezione idraulica dell’asta terminale del Torrente Chiaravagna, nel tratto compreso tra lo sbocco a mare e la confluenza con il Rio Ruscarolo. In tale area sono consentite esclusivamente le opere di adeguamento delle sezioni idrauliche, quelle relative ad interventi di demolizione di edifici o di manufatti che attualmente ostacolano il regolare deflusso delle acque e la manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici per problemi connessi all’incolumità pubblica e privata o all’abitabilità degli stessi. Le norme dei piani di bacino sono state spesso criticate come troppo restrittive anche se, a ben guardare, corrispondono a una porzione di territorio relativamente poco estesa (circa il 10%). È probabile che la critica nasca dalla percezione del rischio, solitamente, inversamente proporzionale al tempo trascorso dall’ultimo disastro. A tale proposito si osserva che, dopo qualche anno da eventi luttuosi, il ricordo di quanto avvenuto è talmente attenuato che un numero impressionante di cittadini e imprese, titolari di interessi più o meno rilevanti, legati a terreni e immobili situati in aree pericolose, ritengono del tutto normale chiedere alla pubblica amministrazione non solo di poterle mantenere ma anche di occuparle ulteriormente con edifici residenziali e attività economiche, aumentandone le condizioni di rischio. Accade anche che, a fronte di un diniego motivato dalle norme di piano, alcuni si presentino difesi da avvocati senza scrupoli, pronti a incunearsi nelle pieghe della prima ambiguità normativa. Il vantaggio della norma vincolistica è invece grandissimo per la collettività se si pensa ai costi associati agli interventi di messa in sicurezza e a quelli ben maggiori che si hanno in occasione degli eventi alluvionali.

Ogni piano di bacino contiene infine un piano degli interventi (con relativa cartografia), dato che le norme vincolistiche, pur necessarie, non sono sufficienti, come si è visto anche in quest’ultima occasione. L’importanza di tale capitolo è evidente: si pensi, ad esempio, ai miglioramenti che si sono ottenuti, in termini di riduzione del rischio idraulico, a Genova Voltri e Genova Pegli, grazie alle importanti opere di adeguamento delle sezioni idrauliche lungo i torrenti Leiro e Varenna. Si riportano, in figura, a puro titolo di esempio, le localizzazioni degli interventi idraulici necessari sul rio Cantarena (Provincia di Genova, 2002), ciascuno col suo codice.

La manutenzione

Fra gli interventi previsti nei piani di bacino, capitoli importanti sono dedicati alla manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua. Si tratta di un argomento delicato e difficile da affrontare. Infatti, mentre l’opera idraulica classica (allargare la sezione del corso d’acqua o alzarne gli argini) è intuitivamente semplice da realizzare, puntualmente localizzabile e sempre utile, per la manutenzione è più complicato stabilire il tipo di opera, la sua ubicazione e, soprattutto l’efficacia. Ad ogni modo, la completa urbanizzazione di aree che, per loro natura, sono inondabili ci ha costretti ad affrontare il problema trattando i corsi d’acqua come se fossero dei tubi o dei canali artificiali, cioè da un punto di vista, per così dire, ingegneristico; la dinamica fluviale è frutto invece di interazione tra un numero tale di fattori inerenti varie discipline che anche le modellazioni idrauliche più raffinate dimostrano molti limiti, in termini di portata e tempi di ritorno previsti. È necessario, perciò affrontare in modo più maturo l’aspetto delle opere di manutenzione del territorio le quali vengono attualmente realizzate in modo apparentemente estemporaneo. Occorre, ad esempio, una maggiore sistematicità degli interventi, regolata da piani di manutenzione. Occorre poi riferirsi al significato completo del termine e cioè l’insieme delle azioni volte al ripristino e al mantenimento e al ripristino della funzionalità ecologica oltre alla funzionalità idraulica delle opere (vedi, ad es., Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, 2002; Autorità di bacino del fiume Po, 2006), in particolare salvaguardando la funzione che svolge la vegetazione rispetto alla protezione dei versanti e delle sponde. In particolare, occorre preservare la vegetazione ripariale e i depositi alluvionali adiacenti. In merito a tale aspetto, sempre oggetto di diatribe nel post – evento, esistono criteri che possono mettere d’accordo tutti: si tratta delle direttive sulla manutenzione degli alvei (ed altro) emanate dall’Autorità di bacino di rilievo regionale ligure (1998), confermate con delibera della Regione Liguria (2009). Ad esempio, il taglio della vegetazione deve essere accompagnato da un progetto di adeguamento dell’alveo che consenta la permanenza della vegetazione stessa per i suoi benefici effetti sull’auto – depurazione dei corpi idrici, sulle catene alimentari e contro l’erosione. Le ramaglie possono essere re – impiegate per opere di recupero ambientale. Gli interventi possono prevedere la rimozione delle specie estranee all’ambiente fluviale. Occorre distinguere poi se le piante sono in aree inondabili dalla corrente di piena o solo raggiungibili dall’acqua per tracimazione laterale. La vegetazione può perciò essere mantenuta al di fuori dell’alveo attivo e diradata in funzione dell’apparato radicale e della flessibilità mantenendo le associazioni (vegetali) in condizioni giovanili e favorendo le formazioni arbustive a macchia irregolare. Il materiale legnoso deve essere de – pezzato e allontanato, non lasciato a rifiuto in alveo. In un paese come l’Italia in cui tante opere strutturali e infrastrutturali, siano esse pubbliche o private, sono state realizzate fino alla saturazione, la manutenzione è stata più volte indicata come fonte di nuove occasioni di lavoro, anche nel settore della difesa del suolo (ad es., nell’atto di indirizzo per la manutenzione idraulica e forestale o D. P. R. 14/04/1993). La raccolta organizzata della frazione vegetale degli alvei, infatti, unita a quella dei versanti, della pulizia del bosco, degli scarti domestici e di giardinaggio, alimenterebbe lavoro sia manuale sia intellettuale data la necessità di studi preventivi interdisciplinari che vedano all’opera fianco a fianco naturalisti, forestali, agronomi, ingegneri idraulici, geologi e architetti del paesaggio. Occorre infatti valutare con attenzione che tale pulizia non rechi ulteriori danni, alterando i cicli dell’azoto e del carbonio, attraverso i quali gli ecosistemi forestali trovano il proprio equilibrio. La raccolta di tali materiali, a sua volta, potrebbe vedere come cliente finale il bosco stesso e i territori agricoli in considerazione del fatto che il compost e il cippato di ramaglie può nutrire il suolo, i funghi, l’humus e proteggere, con la sua umidità naturale, il sottobosco dagli incendi, senza ricorrere ai pesticidi. Sotto i nostri  piedi, infatti, dove il suolo non sia impermeabilizzato da asfalto o cemento, dimora un brulicante universo di organismi viventi. In un centimetro quadrato di terra si  possono trovare più di 600 milioni di cellule batteriche. Anche la “pulizia” dai detriti deve essere trattata con molta attenzione e sotto l’occhio attento di tecnici specializzati, tenendo conto del fatto che i depositi alluvionali offrono una bassa resistenza all’onda di piena e che, asportandoli a valle, si aumenta l’erosione a monte, innescando un circolo vizioso e alterando il profilo di equilibrio del corso d’acqua. Il materiale litoide di ostacolo, ad esempio, può essere rimosso e sistemato, tranne casi eccezionali, nello stesso alveo, in aree ove la sezione idraulica lo consente o alla foce per il ripascimento dei litorali. Occorre eseguire gli scavi alternativamente sulle due sponde per consentire la vita biologica del corso d’acqua. A tale proposito va modificato l’art. 30, comma 7 del piano di bacino del torrente Chiaravagna che prevede, per i tratti “sovra – alluvionati, di non predisporre la relazione geologica, la relazione idrogeologica e quella idraulica. Tali analisi vanno eseguite, controllate in corso d’opera, a maggior ragione per il ripascimento delle spiagge. Discorso diverso meritano i veri materiali ingombranti del corso d’acqua, costituiti da rifiuti solidi di vario tipo, di materiale non bio – degradabile, abbandonati senza cura, dove capita prima, in attesa che le piogge li portino a valle. Lungo i versanti, poi, il ripristino dei muri a secco viene da anni auspicato ma sempre disatteso, nonostante norme che consentono di eseguire questa manutenzione senza alcun tipo di autorizzazione. Così la maggior parte cede e viene sostituita, su versanti scoscesi, con muraglioni di cemento spesso a servizio di nuove villette (paradossalmente chiamate di “presidio”, nei piani urbanistici) che creano ulteriori ostacoli al deflusso sotterraneo delle acque o, peggio, aumento di velocità del deflusso superficiale. Una soluzione è certamente l’obbligo di ripristinare i muri a secco con la stessa tecnica e finanche di costruire i nuovi muri allo stesso modo date le loro positive caratteristiche di deformabilità e drenaggio delle acque.

Costi e benefici

La stima dei costi contenuta nei piani di bacino, limitata ai soli interventi idraulici, aggiornata ad oggi è di circa 35.000.000€. Anche se fosse sottostimata e si dovesse aggiungere il risarcimento agli abitanti di via Giotto e il valore delle loro case, si tratta di un valore da 3 a nove volte più basso rispetto al prezzo dei danni che si verificano ogni 15 anni. Ad oggi, infatti, le valutazioni dei costi dovuti all’alluvione, ancora non definitive, si aggirano, con notevole incertezza, fra i 200.000.000€ e i 300.000.000€, dei quali ne sono stati stanziati, al momento meno di 100.000.000. Si pensi che solo per le spese pubbliche delle somme urgenze, che deve sostenere il comune, l’importo dei lavori ordinati supera gli 8,5 milioni di euro, al quale vanno aggiunti i danni subiti dai commercianti (tra 35.000.000€ e 45.000.000€, senza contare i danni agli altri privati), e i danni alle opere pubbliche, di urgente riparazione, non “somma”, che ammontano a circa 180.000.000€. Il danno arrecato agli insediamenti privati e alle opere pubbliche dalla presenza delle opere che ostacolano il deflusso delle acque, nelle diverse e successive alluvioni, poi, è molto più elevato e difficilmente calcolabile. E’ in corso una indagine della Procura della Repubblica che porterà a decisioni di merito con riflessi anche sulla legittimità delle procedure avviate e sulle responsabilità circa i danni arrecati alla collettività. Occorre aggiungere, tuttavia, che il ministero dell’economia e del tesoro ha tagliato il bilancio del ministero dell’ambiente dal miliardo e cinquecento milioni del 2008 ai 513 milioni di euro del 2011 e ai 498 milioni di euro previsti per il 2013 (taglio di quasi il 70%). Si tenga conto che nella difesa del suolo 1 € speso in prevenzione ne vale 5 €  per i risparmi sui danni dell’emergenza e del post – emergenza. Si confronti poi, rispetto a tali cifre, il costo dei tanto vituperati vincoli, cioè le norme (di legge o di piano di bacino o urbanistiche che siano), anche chiamati interventi “non strutturali”, che mirano a interdire l’utilizzo delle aree pericolose. Come più sopra richiamato, il loro costo per la collettività è pari a zero.

Conclusioni

Gli interventi previsti nei piani di bacino devono essere realizzati in pochi anni e non in decenni. Il loro costo rispetto ai danni di una sola alluvione come quella del 04/10/2010 è pari a meno di un quarto. La normativa (intervento non strutturale, a costo zero) deve essere più severa e restrittiva nelle aree inondabili, lungo i corsi d’acqua, nelle aree pianeggianti sovrastanti estese falde acquifere, sulle frane, le aree di loro possibile espansione e nelle zone ad alta suscettività al dissesto. In generale bisogna ridare spazi inondabili ai torrenti e ai rii e qualche meandro qua e là andrebbe ripristinato con le sue aree golenali. Ad esempio, non sembra eccessivo chiedere di scoperchiare e ri – naturalizzare i lunghi tratti dei corsi d’acqua tombinati a valle di via Merano e via Puccini; le fasce, poi, devono tener conto delle imprecisioni contenute nei calcoli; nelle fasce A di inondabilità deve essere ammessa solo la demolizione delle opere esistenti e la ri – naturalizzazione. Nelle fasce B e C non deve essere ammessa in nessun caso la nuova edificazione. Dovrebbero poi essere estese a tutti i piani di bacino le fasce di riassetto fluviale e la norma (contenuta in quello del torrente Chiaravagna) che vieta tutti quegli interventi che comportino interferenze con la falda freatica. Tale accorgimento eviterebbe, ad esempio, la costruzione di box interrati, veri e propri compartimenti stagni, nei depositi alluvionali, fatto che costringe le acque a scorrere, ancor più, in superficie, o a inondare gli stessi garage con successiva richiesta di risarcimento dei danni alla collettività. Anche nelle norme geologiche di attuazione del piano urbanistico, da realizzarsi a crescita “zero”, dovrebbe essere inserita la stessa regola. Fra le discipline da modificare vi è anche quella, indicata qualche anno fa dalla Regione Liguria, che permette determinati interventi in aree inondabili anche quando le sistemazioni idrauliche sono solo approvate e non realizzate. Lungo le sponde e sui versanti la vegetazione spontanea e il sottobosco non sono spazzatura da estirpare ma elementi che attenuano la caduta delle piogge, trattengono la discesa delle acque a valle e consolidano il terreno. Per quanto riguarda le frane occorre estendere i divieti delle frane attive (Pg4) alle frane quiescenti (Pg3), alle aree ad alta pericolosità geomorfologica (o suscettività al dissesto) Pg3a e, dopo averle individuate, alle zone di possibile espansione delle frane. In tali settori occorre limitare, cioè, qualsiasi intervento edilizio alla sola manutenzione straordinaria. Un ulteriore intervento a basso costo può essere, ad esempio, una legge regionale che fermi l’attuale consumo di suolo e individui un sistema per un aumento della dotazione di verde. Si dovrebbe abolire la possibilità di trasferimento degli indici che vanifica la vocazione naturale dei territori. Sarebbe utile, inoltre, creare corridoi verdi fra i giardini e l’inverdimento pensile di edifici pubblici, privati e industriali. I geologi delle amministrazioni pubbliche dovrebbero avere poteri di interdizione, nelle zone pericolose, sui titoli edilizi. Si può, insomma, concludere, richiamando e parafrasando le parole di Besazza et al. (1995), riferite allora al torrente Sturla. I bacini di Chiaravagna, Cantarena, Molinassi, Marotto e Rostan hanno “denunciato” ancora la cattiva gestione del territorio e indicato il fallimento della monocultura urbanistica nell’uso (o meglio consumo) del suolo. Le analisi e le soluzioni contenute nei piani di bacino individuano un modello corretto di intervento ma è necessario rivedere la pur recente riforma legata al D. Lgs. N. 152/2006 che trasferisce le funzioni in materia dalle autorità di bacino (che in Liguria sono attualmente la Regione e la Provincia, braccio operativo) alle autorità di distretto. Appare troppo vasta la ripartizione dell’Appennino settentrionale, troppo alto il rischio di analisi imprecise, controcorrente e centralistica tale scelta in tempi di riequilibrio federale. Anche lo scioglimento di alcune comunità montane, considerate troppo “marine”, sembra ora, alla luce degli avvenimenti, una scelta frettolosa. In definitiva servono censimenti più sistematici degli eventi, analisi più accurate dei pericoli (soprattutto per le frane), norme più severe e restrittive, l’attuazione degli interventi strutturali attraverso una progettazione più attenta alla morfodinamica e agli ecosistemi, il cambio d’uso di vaste porzioni pericolose verso parchi e aree a verde, il superamento delle attività di cava e la piena attuazione dei piani di protezione civile per la fase di emergenza. Più di tutto, infine, occorre un deciso cambio di passo e l’allocazione non procrastinabile delle necessarie e non ingenti risorse.


RIFERIMENTI:

 

  • Amici del Chiaravagna, 2010. Video alluvione, http://nuke.amicidelchiaravagna.it/Archivio/Video/tabid/178/Default.aspx.
  • Amici del Chiaravagna, 2010. Dissesto idrogeologico di Genova Sestri ponente: Stato dell’arte e soluzioni, http://nuke.amicidelchiaravagna.it/Portals/0/Doc/Dissesto%20idrogeologico%20Sestri%20Ponente%20-%20stato%20e%20soluzioni.pdf, 28pp.
  • ARPAL CMFI – PC, 2010 a. Mappa dei sensori di Precipitazione, http://www.meteoliguria.it/dati_osservati/mappa_sensori.html?para=rai, 04/10/2010.
  • ARPAL CMFI – PC, 2010 b. Previsione meteorologica per l’area di Genova, bollettino di sorveglianza per C. O. C. Genova Sestri ponente,  (emesso Lunedì 11 Ottobre 2010 alle 10.30 ora locale), 3 pp.
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Alessandro Tomaselli (geologo e dottore di ricerca in geofisica), lavora per la provincia di Genova, direzione pianificazione generale e di bacino. Si occupa di rischio idrogeologico di geologia dell’urbanistica e di piani di bacino, avendo partecipato alla loro realizzazione e all’applicazione della conseguente normativa,  in aree sottoposte a vincolo idrogeologico. Ha pubblicato alcuni articoli su questi argomenti e sulla sismicità dell’Italia nord – occidentale, su riviste e siti di settore. Si citano, ad es.:

  • Augliera P., Pastore S. e Tomaselli A., 1992. Sismicità della Lunigiana – Garfagnana: primi risultati da una rete mobile. Atti IX Conv. G. N. G. T. S. – CNR, 1, 221-232.
  • Eva C., Augliera P., Cattaneo M., Pastore S. e Tomaselli A., 1992. Sismotettonica dell’Italia Nord-Occidentale. Atti Conv. G. N. D. T. – CNR, 25-27 Giugno 1990, 1, 35-51.
  • Faccini F., Piccazzo M., Robbiano A. e Tomaselli A. 2008. The Campegli landslides (Ligurian Apennines): Monitoring activities, geomorphological hazard and evidences of a deep seated gravitational slope deformation. International geological congress, Oslo 2008, August 6 – 14th, poster (abstract on http://www.cprm.gov.br/33IGC/1320084.html ).
  • Falcioni C. e Tomaselli A., 2008. Attività dell’Osservatorio dei Rischi Idro – geologici della Provincia di Genova (Italia) nel periodo dal 1993 al 1998. Geologia Tecnica e ambientale, 1, 49-55.
  • Tomaselli A., 2006. I Piani di Bacino e il Bilancio idrico. Provincia di Genova, URB –AL / CREAR, Genova, 21-23/9/06, http://crear.provincia.genova.it/DocumentosDocumenti/tabid/229/EntryId/1277/DMXModule/839/Default.aspx 27pp.
  • Tomaselli A., 2008. I Piani di Bacino e la salvaguardia del territorio. Intervista in GFS (Geologia Senza Frontiere) notiziario, http://www.gsf.it/index.php?option=com_letterman&task=view&Itemid=17&id=15, 6.
  • Tomaselli A. e Colombo A., 1999a. Sistema Informativo Provinciale dei Piani di Bacino della Provincia di Genova. In “Progetti per l’Informazione Geografica in Liguria”. Informaz. Terr. E Rischi Amb., contributo al conv. ASITA ’99, 9 – 12 Novembre 1999, 2.
  • Tomaselli A., Pastore S., Augliera P. e Eva C., 1993. Sismicità dell’Appennino Nord-Occidentale. Studi Geologici Camerti, vol. speciale 1992/2, 43-50.
Note sull’inondazione dell’ottobre 2010 a Genova Sestri
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