Nelle viscere della città – i bambini del sottosuolo Dossier & documenti,In Evidenza,Società & Sanità

di David Bellatalla

Mongolia 1992. Non c’è un solo cartello, insegna o illuminazione pubblicitaria che ci possa aiutare per orientarci nei meandri di questa città. Camminiamo in fretta con il pesante fardello dello zaino carico all’inverosimile, percorrendo strade anonime e incontrando gli sguardi incuriositi e investigatori dei passanti. Stiamo seguendo il sig.Ganaa, nella speranza di arrivare al più presto all’agognata stanza in affitto, contrattata e aggiudicata per pochi spiccioli di dollaro con questo benemerito sconosciuto appena incontrato nella stazione centrale di Ulaan Bataar.
E’ novembre ma qui in Mongolia l’inverno è già arrivato da un pezzo. E che inverno!
Finalmente entriamo in uno dei tanti anonimi grigi edifici che caratterizzano la capitale di questo sconfinato paese.
Sembrano tutte case progettate dallo stesso architetto o come dice Dino, sono semplicemente monoblocchi giganti della “Lego”, fatti con enormi prestampati in cemento, attaccati uno all’altro in modo approssimativo.
Sicuramente il modo più economico per dare un alloggio in gran fretta al popolo operaio di quelle città costruite nel bel mezzo del nulla, inevitabile conseguenza dal folle progetto espansionistico e del totale controllo voluto dall’Urss per le sue repubbliche asiatiche.
Il portone è lugubre e sporco, la serratura divelta, un tendone pesante in feltro rivestito di tessuto grezzo, unto e lurido all’inverosimile, deve essere spostato con forza per poter entrare nell’angusto androne.
Ci siamo, terzo piano, atmosfera sinistra. Siamo nella penombra e nel più profondo silenzio degno di una scenografia da thriller di serie B.
Fa freddo, il respiro si trasforma in abbondanti sbuffate biancastre anche qui dentro. Immagino cosa sarà trascorrervi la notte.
Ganaa apre con le chiavi la porta di una stanza arredata in modo veramente spartano.
La carta da parati è davvero vetusta, sporca e strappata in più punti.
Due letti in ferro, materasso, coperta e cuscino. Nessun lenzuolo.
Un armadio con alle spalle una lunga storia di frequentazioni.
Un tavolino dal pianale consumato all’inverosimile e una sedia, sicuramente trafugata da qualche aula scolastica.
Ecco la nostra stanza.
Solo qualche anno più tardi scopriremo di aver trascorso i nostri primi giorni in Mongolia in un dormitorio scolastico appena abbandonato e immediatamente trasformato in un fatiscente “affitta-camere” a ore per incontri clandestini.

Tre giorni dopo.

Telecamera in spalla, cavalletto e borse delle macchine fotografiche saldamente fissate alla cintura.
Batterie cariche, rullini fotografici e nastri video nelle tasche dei giacconi pronti per l’uso.
Siamo in marcia, verso il quartiere di Chinghiltei, il distretto più settentrionale della città.
I mongoli lo chiamano Gheriin horoolol, il quartiere delle gheer.
La maggior parte delle persone che vive in questo quartiere, abita nelle gheer, la tradizionale tenda in feltro utilizzata dai nomadi della Mongolia, conosciuta in Europa con il vocabolo turco di “yurt”.
Ogni tenda è circondata da un alto steccato in legno che impedisce al passante la vista dell’interno.
Il cancello è generalmente in metallo, pitturato e vagamente decorato con i simboli tradizionali mongoli: il nodo senza fine, le losanghe intrecciate, la ruota della vita e i due anelli incrociati.
Le strade non sono asfaltate bensì in terra battuta con enormi buche e solchi provocati dal passaggio dei mezzi pesanti durante il periodo delle piogge.
Iniziamo a riprendere un gruppo di bambini che su pattini rudimentali e semplici cassette di legno giocano slittando, correndo, spingendosi e cadendo, su un ampio spiazzo tra i recinti delle case, completamente coperto di ghiaccio e che nella loro fervida fantasia, rappresenta il più perfetto e magnifico palazzetto del ghiaccio.
Ridono, sfidando il rigore del clima evidenziato dal colore rosso intenso dei loro zigomi e della punta dei loro piccoli nasi.
Non sembrano affatto infreddoliti, anzi si divertono come pazzi.
Infagottati nei loro tradizionali cappotti invernali mongoli, i caratteristici “deel”, trovano in questo semplice passatempo, un divertimento davvero speciale.
Si sentono liberi e pronti a mettersi in gioco, attraverso strabilianti acrobazie, scherzi con i compagni e corse mozzafiato verso traguardi immaginari.
Un uomo ci osserva, si avvicina a noi, ci saluta, parla un russo fluente ed erudito.
Il suo nome è Gambold.
Dopo le classiche domande di routine, e il consueto elenco di cantanti e attori italiani famosi in Mongolia grazie al festival di San Remo trasmesso sulla Tv nazionale e le rare pellicole straniere proiettate nei cinematografi locali, ci invita nella sua dimora per un te.
Il cancello si apre, due cerberi incatenati (per nostra fortuna) ringhiano inferociti mostrandoci le loro fauci poco rassicuranti.
Percorriamo una decina di metri per raggiungere un piccolo edificio in legno dal camino fumante.
Poco lontano la tenda tradizionale con la sua porticina in legno dipinta di rosso e riccamente decorata di fregi multicolori. Più lontano all’angolo opposto del recinto, una baracca; è la toilette, un luogo davvero poco incoraggiante da raggiungere per espletare un bisognino impellente, soprattutto durante le notti d’inverno.
La stufa in cemento è al centro della stanza, i letti sono sistemati nella parte settentrionale, addossati ordinatamente alla parete, un logoro divano e una poltroncina in materiale a noi sconosciuto, circondano un piccolo tavolino, dove probabilmente si consumano i pasti, si scrivono lettere, si cuciono abiti, si impasta la farina e vi si taglia la carne.
C’è odore di cibo, carne bollita e latte cagliato.
La moglie di Gambolt è una esile signora, è indaffaratissima a rassettare la casa per non disattendere gli ospiti “forestieri” appena arrivati.
Sta preparando il “sutetsae”: te, latte e sale, bevanda tradizionale del popolo mongolo che viene offerta come segno di ospitalità in qualunque occasione e in qualunque stagione.
Bollente e fumante, assomiglia più ad un brodino vegetale che ad una tazza di te.
Ma con queste temperature diventa piacevole anche per un palato occidentale.
Il nostro ospite ci intrattiene per quasi un’ora con i suoi racconti e le sue curiose domande sul modello occidentale, sulla nostra religione, sugli stipendi e sulle condizioni di in Italia.
La Mongolia ha appena ottenuto l’indipendenza dal regime comunista e soprattutto la libertà politica, economica e militare dalla Russia, e oggi guarda fiduciosa verso un futuro di stampo occidentale, consumistico e capitalista.
Gambold è invece molto preoccupato, dice che la nuova classe dirigente ed i loro politici non sono ancora preparati per un così radicale cambiamento e questo potrebbe essere il vero dramma per la nuova storia della  Mongolia.
La porta si apre, entrano due folletti circondati da una nube di neve che li introduce agli astanti, accompagnata da una folata di vento gelido.
Sono i due figli.
Enkhbat e Gherlee: rispettivamente 10 e 12 anni.
Frequentano la vicina scuola statale e il più grande il prossimo anno andrà alle scuole superiori, lontano da casa, in centro città.
Li riconosciamo come due dei giovani funambolici atleti sul ghiaccio, precedentemente immortalati nella pellicola del buon Dino.
Si liberano dei loro pesanti indumenti e si sistemano accovacciati in un angolo della casa, in silenzio per non disturbare.
I volti sono paonazzi dal freddo ma i loro sorrisi mostrano denti bianchissimi e una salute invidiabile.
La madre da loro una ciotola di fumante sutetsae e qualche biscotto fatto in casa.
Soddisfatti bevono e mangiano senza staccarci gli occhi di dosso.
Gambold li osserva e riprende il suo racconto.
È preoccupato per il loro futuro. Fino ad ora tutto è stato sotto il rigido controllo dello stato comunista, oggi con la nuova situazione politica, tutto è nell’incertezza più assoluta e il futuro dei suoi due figli è inevitabilmente nelle mani del nuovo governo e delle sue future scelte.
Oggi Enkhbat e Gherlee possono ridere e giocare sereni, hanno una casa tutta per loro, cibo a sufficienza, tutte le loro necessità sono assicurate dai loro genitori, l’assistenza medica e la scuola funzionano e danno sufficienti garanzie per poter dormire sereni e fare sogni tranquilli.
Dino si alza e porge ai due ragazzini una barretta di cioccolato.
È un “Mars” della nostra “riserva per la sopravvivenza”, cioccolato americano. Una vera novità per loro.
Enkhbat e Gherlee non sanno che fare, vorrebbero prenderla ma aspettano il consenso dei genitori.
Gambolt alza le folte sopracciglia e abbassa il capo in segno di assenso.
Non scorderò mai quei due sorrisi gioiosi e innocenti.

10 anni dopo

Un telefono cellulare costa quanto tre stipendi di Saraantuya. Lei lavora come hostess per la MIAT, la compagnia aerea nazionale mongola ed è straordinariamente orgogliosa del suo nuovo telefonino.
In cucina davanti all’ennesima tazza di Nescafè, è ancora indecisa se aiutarci nella nostra avventura o rinunciare definitivamente.
Il compenso non è poi così allettante ma la nostra amicizia fa la differenza.
Alla fine accetta.
Ci aiuterà a girare le immagini dei bambini di strada per realizzare il nostro documentario di denuncia sulle condizioni dei bambini del sottosuolo. Sono oltre tre mila, almeno così raccontano le stime della Croce Rossa della Mongolia.
È rischioso, sa benissimo in che razza di problemi potrebbe imbattersi se la polizia dovesse “pizzicarci” nel fare riprese con i bambini che vivono nelle viscere della città.
Per lei le conseguenze potrebbero essere davvero terribili. Perdere il lavoro soprattutto, sarebbe qualcosa che sconvolgerebbe completamente la sua vita.
Saraa ha 32 anni, divorziata e senza figli, vive sola in un appartamentino nel distretto di Sansar, e il suo affitto non è così a buon mercato.
Adesso, con lo stipendio della compagnia aerea, si può permettere persino uno shopping nella nuova catena di supermercati che mettono in bella mostra alcuni prodotti “occidentali”, profumi francesi, vestitini e scarpe italiane taroccate e soprattutto tecnologia giapponese e americana.
Il programma è già stato pianificato, inizieremo domani, Saraa ha tre giorni off dal lavoro. Per noi queste prime giornate saranno fondamentali.
Abbiamo già individuato il gruppetto che vive nel tombino proprio dietro all’edificio nel quale viviamo.
Dino prepara la cena.
Spaghetti alla carbonara. Un budino al cioccolato. Come sono cambiate le cose dal 1992.
Noi oggi possiamo permetterci di fare la spesa nello Sky-Center, il supermercato più “esclusivo” della città, dove si possono acquistare vini italiani e francesi, pancetta affumicata americana, pesce surgelato neozelandese e mille altri prodotti che solo pochi anni fa erano un vero e proprio miraggio per l’intera Mongolia.
La sveglia è alle 8.00 ma fuori è ancora buio. Le precise geometrie del ghiaccio contornano la finestra di cucina. Il caffè è pronto. Anche noi.
Si parte.
Saraa è puntualissima, insieme avviciniamo il gruppo.
La cosa più complicata sarà spiegare ai ragazzi cosa vogliamo fare e soprattutto come e perché vogliamo filmarli.
Ci accucciamo e ci sporgiamo sul bordo del tombino.
Iniziamo a chiamare.
Dopo pochi minuti dal sottosuolo emerge il volto sudicio e ancora intorpidito dal sonno di un ragazzo che vive la sotto.
Chi lo ha disturbato? Quella è la sua casa. Nessuno può entrare senza il suo permesso.
È lui il capo del gruppo.
Sono in sette la sotto. L’età del più piccolo è di 10, 14 anni quella del più grande.
Il capo e altri due suoi fidi compagni ci seguono in un portone vicino alla loro “casa”.
Entriamo nell’atrio. Nessun guardiano. Tutto come previsto.
Saraa inizia a spiegare cosa intendiamo fare con loro.
Il capetto la interrompe. Quanto ci date?
Appena si parla di soldi Dino entra in azione.
Niente denaro, vi compreremo vestiti e cibo. Vestiti nuovi e puliti, cibo buono, quello del supermercato.
La proposta è allettante.
Parlottano tra loro ma i loro occhi e i loro gesti ci fanno capire che questa occasione è per loro qualcosa di assolutamente imperdibile.
Dino capisce tutto e rilancia.
Avrete tutto questo ma in cambio vogliamo che alla fine delle riprese veniate con noi per una visita medica.
Parlottano ancora, Saraa ci rassicura con lo sguardo.
Affare fatto.
Il capo chiede a Saraa quando inizieremo.
Subito! Incalza Dino.
Allora prima i regali, replica il capo.
Solo alla fine, tra una settimana. Dobbiamo prima filmare come vivete, poi come promesso avrete tutto. Prendere o lasciare.
Dino è un mago nelle trattative.
Iniziamo con le interviste, qui nel portone, sicuramente è più sicuro qui che là fuori.
Inizia il capetto.
Due anni fa ha lasciato i suoi genitori, avevano perso il lavoro entrambi e infine anche la casa. Dediti all’alcol avevano iniziato a picchiarlo, senza ragione. Non c’era più da mangiare, si dormiva dove capitava, insieme con altre persone, la maggior parte di loro sempre ubriaca. Disperati. Tutti nelle stesse condizioni. Le violenze si facevano sempre più frequenti, la vita insopportabile. Allora via. Via da tutto e da tutti, in cerca di fortuna, lontano dalle violenze e dall’alcol.
Dapprima con un gruppo di ragazzi più grandi. Anche lì le cose non andavano bene.
I grandi erano violenti e facevano tutto a modo loro. Mangiavano le cose migliori, si spartivano il bottino della giornata e dormivano nei posti migliori.
Ecco allora la decisione di “farsi il proprio gruppo” e trovarsi una propria “casa”. Quella era sicuramente la cosa migliore da fare.
Adesso per lui le cose andavano meglio.
Chiedo se non vorrebbe tornare dai suoi genitori, forse adesso stanno meglio anche loro, e sicuramente lo staranno cercando. Fa cenno di no con il capo. Sa che suo padre è finito in galera e la madre vive con un altro uomo che non vuole saperne di lui.
Una porta si apre, l’intervista si interrompe.
I due bravi scompaiono in un batter d’occhio fuori da portone.
Un uomo scende dalle scale e inizia imprecare con noi, con il ragazzino e con Saraa.
La nostra amica ribatte a dovere. L’uomo sbraita. Sembra che le cose precipitino per davvero.
Infine il bruto si fa largo a spinte verso l’uscita, borbottando insulti verso tutti noi.
Saraa ci informa che sarà meglio andare, sicuramente quell’uomo chiamerà la polizia.
Tra poco saranno qui.

Tre giorni dopo

Il fetore è davvero insopportabile. Nel tombino, tre metri sotto il livello della strada c’è buio e lo spazio è angusto. Sui tubi dell’acqua calda sono sistemati i cartoni recuperati nella spazzatura che fungono da materassi. Immondizia dappertutto. Poco lontano in un angolo ci sono escrementi e urine. È il loro bagno. Impossibile pensare di uscire la notte per i propri bisogni. La dissenteria è di casa tra queste povere creature.
Usciamo insieme per iniziare l’ennesima avventura quotidiana. Prima cosa da fare: recuperare bottiglie di plastica e lattine nelle immondizie per poterle rivendere al mercato. Ogni ragazzo ha il suo sacco. Tutti lavorano per il capo. Lui provvederà alla vendita e all’acquisto di viveri e di sigarette.
Bisogna far presto prima che altri bambini di strada arrivino alla discarica dell’hotel e facciano piazza pulita.
Ci avviciniamo alla discarica sul retro dell’hotel Bayangol. Uno dei ragazzi del nostro  gruppo urla e inizia a correre. Ha scorto da lontano alcuni bambini di strada che stanno rovistando tra le immondizie.
Sono piccoli; piccoli davvero. Sei, forse otto anni, il più grande di loro.
Il bravo arriva, urla e li prende a calci, qualcuno prova a reagire ma alla vista dell’arrivo del branco fugge con gli altri.
La gente comune passa poco lontano da noi e osserva disgustata la scena ma non interviene, qualcuno borbotta qualcosa e continua per la propria strada.
Dino riprende tutto. Io faccio da palo. La polizia potrebbe arrivare da un momento all’altro.
Dopo l’ennesima discarica ci dirigiamo verso il mercato.
Vorremo filmare il momento della vendita ma Saraa ci mette in guardia. Al mercato con la telecamera? Filmare la vendita delle plastiche e delle lattine? Non è una grande idea. Non proverei neanche a chiederlo, neppure per denaro quei tipi si farebbero filmare. I rischi di venir cacciati via o peggio ancora di essere presi a calci, sarebbero altissimi. Concordiamo.
Aspettiamo dall’altra parte della strada.
Ecco arrivano.
In tutto sono 380 tugruk, meno di 50 centesimi di Euro. Enkhbayar, il capo ce li mostra orgoglioso.
Avviciniamo un piccolo chiosco sulla strada.
Primo acquisto: 5 sigarette e 4 gomme da masticare, una bibita. Il capo distribuisce. Tutti bevono dalla bottiglia in ordine di grado. Tre sigarette sono per lui, due vanno ai bravi e le gomme per gli altri. Il pranzo è servito.
Adesso un meritato riposo nell’atrio della stazione, al caldo, poi via di nuovo. Bisogna rimettersi al lavoro.
Verso le cinque del pomeriggio negli immondezzai cominciano ad arrivare a scaricare i camion. Ci sono anche gli avanzi di cibo dei ristoranti. Inizia la ricerca della cena.
A volte ci sono scatole di dolci con resti di torte in stato più o meno avanzato di decomposizione. Pezzi di pane rinsecchito, resti di cibo mescolati e ammucchiati in sacchetti di plastica. Per valutare se un alimento sia ancora commestibile, il metodo è sempre lo stesso: lo si annusa.
Io rimango lontano perché a volte debbo trattenermi. Lo stomaco mi si stringe, ho sempre più spesso voglia di vomitare.
Dino è di ferro. Filma, documenta ogni cosa.
Ho bisogno di un break.
Lascio il gruppo e vado a sedermi sulla scalinata dell’Ulaan Bataar Hotel, l’albergo di lusso per turisti, diplomatici, star cinematografiche e businessman.
Accendo una sigaretta. Si avvicina un turista.
È un canadese in cerca di un viaggio-avventura nella terra dei nomadi.
È appena arrivato, alloggia in una guest-house economica del centro e soprattutto ha le idee poco chiare su dove andare e cosa fare per la sua vacanza in Mongolia.
Sulla sua guida della Lonely Planet ci sono poche indicazioni in proposito. La Mongolia è terra ancora tutta da scoprire per i turisti “fai-da-te”, zaino in spalla e pochi dollari nel marsupio.
Iniziamo a parlare, spiego cosa sto facendo.
Sembra molto sorpreso. Mi chiede cosa stanno facendo le autorità per questi bambini. Rispondo quello che so: che al momento ci sono due centri accoglienza statali dove i bambini “rastrellati” vengono portati con forza. Dove dentro quei centri si seguono regimi troppo restrittivi per molti di loro. Manca qualsiasi forma di assistenza psicologica. I bambini vivono tutti insieme ammassati in fatiscenti dormitori. Inoltre il cibo non è né abbondante né allettante, tanto per usare un eufemismo. Sembra più un luogo di detenzione che un centro assistenza per bambini. Chi di loro è stato per strada due o più anni non sopporta un tale regime. Per questo molti dei bambini scappano e tornano per strada.
Fortunatamente ci sono le associazioni, le confraternite di religiosi, i gruppi di volontari che stanno cercando di tamponare l’emergenza, distribuendo cibo, creando case-alloggio per i più piccoli, provvedendo all’assistenza medico-sanitaria di base e cercando di dare loro un minimo di istruzione. Si mantengono grazie a finanziamenti che arrivano dall’estero, soprattutto da privati. Ma i bambini sono tanti e tutto questo non basta.
Mark il canadese è colpito dai miei resoconti.
Proprio in quel momento un piccolo di strada si avvicina alla scalinata. Avrà sei-sette anni. Indossa un maglioncino logoro e strappato in più punti. Un paio di scarpe spaiate almeno due misure più grandi della sua. Il volto sporco e tumefatto.
Chiede “munkho”, soldi.
Mark ha deciso, apre lo zaino e tira fuori una felpa di pyle.
Gliela porge, il bimbo la prende sorridendo.
Bayarlaa, grazie, risponde il piccolo.
Io annuisco, il bimbo scompare correndo.
Non dico nulla, ma sono sicuro che dietro l’angolo della strada c’è il suo gruppo, con il loro capo che a forza strapperà la felpa dalle mani per farla sua.
Ho già visto questa scena, troppe volte.
Mi congedo e torno dai “miei”.

Ultimo giorno di riprese

È il momento degli acquisti al mercato di Naaran Tuul, il grande mercato all’aperto di Ulaan Bataar. Migliaia di piccoli venditori, molti di loro improvvisati, stanno cercando fortuna vendendo prodotti che recuperano in Cina o chissà dove e cercano di rivendere al miglior prezzo in questo folle baraccone dove si può trovare veramente di tutto.
Uno per uno i nostri amici scelgono il loro giaccone, le scarpe, i pantaloni.
Non guardano il tessuto o il colore, solo la marca, deve avere una marca americana, meglio se con la scritta “Usa” sulla schiena o sulla manica. Tutto deve essere “made in USA”, il loro sogno si chiama così. Lo hanno visto nei film, nei cartelloni pubblicitari, su qualche rivista. Per loro la vita in America è il vero paradiso, il luogo dove tutto è possibile e la vita è solo ricchezza e divertimento.
È l’ora della visita medica, Dino ha sistemato il cavalletto e la videocamera nell’angolo dell’ambulatorio per non disturbare il lavoro del medico e dell’infermiera. Entra il primo, il più piccolo del gruppo. L’infermiera lo aiuta a spogliarsi. Dino riprende la scena fin quando il bimbo toglie la maglietta e il sottopantalone e il suo corpo mostra tutti i segni di malattie, dermatiti e quant’altro si possa immaginare per un quadro clinico raccapricciante. Dino spenge la videocamera. Dice che non se la sente di riprendere. Concordo con lui.
Il medico ci consegna la lunga lista di creme, pillole e fiale che i bambini dovranno ingerire se vogliono sopravvivere. Scuote la testa e ci dice che non le prenderanno mai, nonostante l’intero gruppo abbia fatto solenne promessa dopo il suo lungo sermone a fine visita.
Usciti dalla farmacia li accompagniamo verso “casa”. Ci facciamo promettere che seguiranno le indicazioni del medico. Annuiscono e scompaiono sotto terra. Sospetto che già da domani cercheranno di rivendere i farmaci per qualche spicciolo o sigaretta.

Anno 2010

Passeggiare nel centro durante l’estate è stressante. Impensabile usare il taxi, le macchine giapponesi e coreane sono dappertutto, hanno invaso ogni possibile strada e procedono più lentamente dei pedoni.
I marciapiedi sono ridotti ad una selva di bancarelle ambulanti tra le quali bisogna continuamente schivare gruppi di passanti, truppe eterogenee di turisti corredati di zainetti, macchine fotografiche e immancabili bottiglie d’acqua minerale, improvvisati venditori di souvenir e ladri principianti.
E i bambini dove sono finiti?
Non ci sono più.
Almeno in centro.
La polizia negli ultimi anni ha provveduto a “ripulire” la zona centrale e confinare il problema alle zone periferiche, nei distretti delle gheer. Lontano dagli occhi dei turisti e dalle loro videocamere.
Nessuno di loro si avventurerà mai nel distretto di Chinghiltei, nessuno degli stranieri che lavorano in Mongolia passerà mai di qui. A parte la disperazione, la miseria e lo sporco, in questi quartieri non c’è davvero nient’altro da cercare. O meglio, ci sono i bambini; i bambini di strada.
A Ulaan Bataar c’è chi persino ritiene che il problema non esista più, che i piccoli si siano letteralmente volatilizzati.
Ci vuole un po’ per trovarli, bisogna aggirarsi in luoghi poco rassicuranti oppure entrare in locali fatiscenti e abbandonati per trovarli.
Sono sempre loro. Sono sempre le stesse storie.
Cammino con l’amico italiano Antonio, da poco arrivato in Mongolia e entusiasta della sua avventura nel deserto del Gobi, della bellezza del paesaggio e dell’incontro con i nomadi.
Oggi è con me a Chingiltei, perché voglio mostrargli un’altra Mongolia.
Mentre camminiamo tra i recinti delle gheer, schivando resti di spazzatura, carcasse di cani morti e saltelliamo sui margini dei rivoli di scarico che continuamente attraversano le strade fatiscenti, il Nostro appare confuso e preoccupato per la propria incolumità.
Dietro l’ennesima latrina di strada, ecco che arrivano. Sono in quattro.
Il più grande avrà 10 anni. Vengono verso di noi. Hanno intravisto un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Adesso corrono. Turisti stranieri = soldi.
Due di loro sono scalzi, smagriti e sporchi all’inverosimile.
Antonio non sa che fare. Gli dico di rimanere fermo, tranquillo e di non fare nulla.
Chiedo loro i nomi e l’età. Uno per uno rispondono. Poi domando dove vivono. Nessuna risposta. Il mio amico vorrebbe dare loro dei soldi. Cerco di spiegargli cosa ne farebbero e chi tra loro, con la forza, prenderebbe solo per lui l’intero malloppo.
Apro la borsa a tracolla e distribuisco pacchetti di biscotti e frutta secca in parti uguali. Il più grande ha capito che Antonio è un tenerone. Gli si fa più vicino. Si rivolge a lui chiedendogli denaro.
Antonio mi guarda cercando risposte e consigli.
Traduco che il piccolo vuole solo ringraziaci. Antonio allunga la mano per accarezzargli la testa ma il ragazzino schizza via rapidissimo sottraendosi al contatto fisico. Chissà quante violenze avrà subito. Lo spiego all’amico.
Cosa possiamo fare? Antonio adesso vuole passare all’azione. Questa è una Mongolia che non si aspettava di trovare. Si sente toccato e vorrebbe concretamente aiutare queste piccole anime perse di Chinghiltei.
Lo porto con me dalla dottoressa Tserintsondolm presso il piccolo edificio della Croce Rossa di Chinghiltei con la quale sto lavorando da diversi anni.
Entriamo nell’edificio che non molti anni or sono abbiamo acquistato e raggiungiamo il piccolo ufficio della dottoressa al primo piano. Sorseggiamo una tazza di caffè solubile e iniziamo a raccontare ad Antonio la storia del nostro progetto: la casa accoglienza per i bambini di strada.
Abbiamo già ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie per realizzare l’ampliamento dell’edificio che ci darà l’opportunità di costruire un refettorio con cucina, magazzini, bagni e due laboratori al piano terra e tre dormitori con bagni e docce al piano superiore. Duecento metri quadrati in tutto.
Complessivamente darà ospitalità a 38 bambine. Avranno un alloggio, cibo decente, assistenza medico sanitaria e potranno seguire un corso di formazione per taglio e cucito, una speranza per il loro futuro.
È un progetto ambizioso ma potrebbe diventare un esempio da seguire, un faro nella notte gelida e disperata dei bambini del sottosuolo.
La vicina scuola elementare ci ha dato il permesso di poter attraversare il proprio cortile con le nuove condotte dell’acqua e per gli scarichi. Il progetto architettonico è stato già realizzato e approvato dagli uffici competenti.
Il grosso del lavoro inizierà la prossima estate e stiamo continuando a cercare finanziamenti per poter completare l’opera. Di soldi ne mancano tanti. Abbiamo fiducia che in un modo o nell’altro i denari arriveranno.
Antonio ci chiede come possiamo essere così fiduciosi.
La dottoressa lo guarda e gli chiede se ha osservato con attenzione gli sguardi dei bambini di strada appena incontrati. Antonio annuisce. Allora Tserintsondolm riprende.
I loro occhi e i loro sguardi sono la nostra forza e la nostra determinazione.
Siamo certi che ce la faremo, per loro e per il loro futuro.
Alzo la tazza con il caffè per brindare al successo e ai bambini di Chinghiltei.
Antonio alza la tazza ormai vuota, mi guarda e inizia a piangere.

David Bellatalla

Attualmente  l’impegno umanitario di  David Bellatalla è rivolto ai cosiddetti  “bambini del sottosuolo”, bambini senza famiglia che trovano rifugio nei  tombini  della capitale della Mongolia. Il programma prevede la costruzione di un centro di ospitalità e assistenza per le bambine di strada in uno dei sobborghi più poveri della capitale.
Coloro che volessero inviare una somma in denaro – qualsiasi cifra rappresenta un aiuto inestimabile per poter procedere con i lavori di ampliamento del “centro di accoglienza per i bambini” –  potranno farlo inviandola alla Croce Rossa della Mongolia.

Beneficiary’s information:
Mongolian Red Cross
Chingiltei Red Cross Branch
account number 404197595

beneficiary’s bank
TRADE AND DEVELOPMENT BANK OF MONGOLIA
ULAAN BAATAR, MONGOLIA
swift code: TDBM MN UB

Nelle viscere della città – i bambini del sottosuolo
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