Dobbiamo invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare? (*) Oikos

di William Domenichini

Nel mondo (scusate il termine) civilizzato i rifiuti non sono altro che la punta di un iceberg, un immenso mostro di ghiaccio alla deriva, la cui parte sommersa è il modello di sviluppo totalmente insostenibile ed incompatibile con le esigenze di ogni essere vivente, e la cui profonda crisi sociale è sotto i nostri occhi. Quell’iceberg ha già puntato il Titanic dove siamo a bordo: pensiamo alla modalità con cui produciamo rifiuti, dominata dal pensiero unico del consumo, ed al modello con cui lo stesso pensiero unico vorrebbe farceli smaltire. Osservando attentamente la nostra quotidianità scopriamo che ci hanno spacciato per progresso un gigantesco inganno generazionale: se qualcosa non ci serve, o funziona male, lo buttiamo, con noncuranza, convinti che, una volta lasciato fuori casa, il destino di quello che chiamiamo rifiuto – perché radicalmente ci rifiutiamo di verificare se sia possibile che quell’oggetto, o il materiale di cui è composto, abbia una seconda “vita” – non ci appartenga più, diventando competenza di chi amministra la “morte” di quella materia, seppellita o cremata.

Il pensiero lineare

In questi due modi il “gestore” del rifiuto può nascondere o bruciare le prove della sua esistenza a chi lo ha prodotto, a chi lo ha utilizzato, generando un circolo vizioso e sollevando, almeno nel breve termine, da ogni responsabilità chi continua a produrne. Chi, come Paul Connet, ci dice che abbiamo costruito un modello lineare in un pianeta fatto di cicli, ha colto nel segno: estraiamo materie prime, produciamo beni, li compriamo, li utilizziamo e li gettiamo, senza dare il tempo di rigenerare ciò che consumiamo, anzi abbiamo parametrato il benessere solo su ricchezza prodotta (PIL) dettata da teorie guerrafondaie che vanno dal turbocapitalismo di luttwakiana memoria al pantano della terze vie di blairiana ipocrisia. Una follia.

Perché l’iceberg possa passare inosservato c’è bisogno della nota “fabbrica dei sogni e delle menzogne” che produce (dis)informazione: dalle finte emergenze allo stato di emergenza perenne, giustificando soluzioni autoritarie (se preferite commissariamenti), che con le stesse finzioni dicono di risolvere problemi con cadenze quasi elettorali, naturalmente in deroga agli obiettivi minimi imposti con le normative regionali e nazionali. D’altro canto siamo stati abituati a “lavarsi i denti con le antenne della televisione durante la pubblicità*.

La fiducia nei cicli

Che fare? strategia Rifiuti Zero. Oggi in Italia circa 1.500 i comuni praticano, o sono in procinto di attivare, la raccolta differenziata dei rifiuti con il sistema porta a porta, dove gli operatori, periodicamente, raccolgono la differenziata a domicilio, eliminando i cassonetti stradali. Si tratta di esperienze molto diverse tra loro per l’eterogeneità dei comuni, per conformazione territoriale, numero di abitanti, dinamiche sociali, ma ovunque sia stato utilizzato il sistema porta-a-porta le percentuali di raccolta differenziata hanno superato, spesso di gran lunga, le percentuali minime richieste dalla normativa nazionale. Dodici di questi comuni hanno fatto qualcosa di più, aderendo alla strategia Rifiuti Zero: La Spezia, Capannori (primo comune in Italia ad aderire), Carbonia, Seravezza, Calcinaia, Montignoso, Aviano, Colorno, Vico Pisano, Giffoni Sei Casali, Monsano, Vinchio.
Ma cosa hanno fatto concretamente queste realtà? Tutti sono partiti dalla necessità di salvaguardare gli interessi pubblici connessi all’ambiente attraverso la riduzione dei rifiuti indifferenziati destinati allo smaltimento in discarica e l’incrementa della raccolta differenziata attraverso un semplice strattagemma come l’obbligo di legge: Primo passo il mantenimento e miglioramento degli obiettivi fissati dal D.Lgs. n.152/06: anno 2012 almeno il 65% di raccolta differenziata (art. 205).

Prendiamo in esame l’ultimo caso: La Spezia. Dopo la sperimentazione, il porta-a-porta viene esteso a tutto il centro storico e al levante cittadino. Nel contempo l’amministrazione si impegna, attraverso il voto di una mozione in Consiglio comunale promossa da Rifondazione comunista, ad intraprendere il percorso verso il traguardo dei Rifiuti Zero entro il 2020 stabilendo alcuni passaggi intermedi. Partendo dunque dall’estensione della raccolta porta-a-porta dei rifiuti a tutte le principali e più popolose frazioni del territorio comunale, occorre strutturare alcuni interventi mirati: dal verificare il miglioramento del sistema tariffario adeguandolo ad una concreta rispondenza dell’effettiva quantità di rifiuti prodotti dalle utenze, fino alla realizzazione di un centro comunale per la riparazione e il riuso dove beni durevoli ed imballaggi possano essere re/immessi nei cicli di utilizzo. Tutto ciò ricorrendo eventualmente anche all’apporto di cooperative sociali e al mondo del volontariato, non dimenticando corsi di formazione-informazione rivolti al personale dell’ente e ai dipendenti del gestore per ridurre gli sprechi e favorire lo sviluppo di un mercato di beni e servizi basati su materiali riciclati. Un percorso legato alla necessità di intraprendere progetti per minimizzarne i flussi di rifiuti, favorendo, anche in ambito di programmazione provinciale, la realizzazione di impianti “a freddo” in grado di recuperare ancora materiali contenuti nei residui ed in grado di orientare costanti iniziative di riduzione volte a “sostituire” oggetti e beni non riciclabili o compostabili. La degna chiusura di un percorso così virtuoso è l’impegno effettivo che i rifiuti residui non vengano più inceneriti.

L’utopia dei Rifiuti Zero

Utopia? Demagogia? Eppure ci sono altre realtà che da tempo hanno intrapreso la strada di Rifiuti Zero. Cos’è accaduto di tanto utopico? Le bollette per i cittadini in questi comuni diminuiscono, e se va male non aumentano, calano i costi per le pubbliche amministrazioni, perché diminuendo la produzione complessiva di rifiuti diminuiscono le spese di conferimento e si creano posti di lavoro sostenuti dalla diminuzione dei costi di gestione, crollano le emissioni nocive così come sparisce la deturpazione del paesaggio e le discariche abusive, senza contare l’evoluzione sociale di un modello che si fonda sulla partecipazione dei cittadini, dove per partecipazione s’intende non l’informazione verticale, ma la condivisione di un progetto che è prima sociale e poi ambientale.

Cosa accadrebbe se i 1.500 comuni che sono già passati al porta-a-porta deliberassero Rifiuti Zero? Quale rivoluzione si scatenerebbe nel paese? Ma andiamo ancora oltre: e se anche i restanti 6.600 e rotti comuni seguissero quest’esempio? Nel giro di pochi mesi si ingenererebbe una reazione a catena inarrestabile: sistemi produttivi locali sollecitati ad investire in un’impiantistica finalizzata al recupero ed al riutilizzo delle materie seconde provenienti da raccolta domiciliare, imprese costrette a produrre beni senza imballaggi, sfusi o alla spina, o più genericamente si avrebbero beni progettati per essere recuperati, con vite utili più lunghe. Avremmo beni progettati per essere riciclati, riparati o riutilizzati, beni più utili, duraturi, e quindi meno dispendiosi e che quindi necessiterebbero di meno ore lavorative per poterseli permettere.
Sarebbe possibile sostenere l’agricoltura locale, favorita dall’uso del compost, un ammendante naturale. L’accorciarsi delle filiere produttive porterebbero a rivedere persino la logistica distributiva delle merci e le intermodalità del trasporto di beni. L’esigenza di strutturare sistemi di riparazione e di recupero solleciterebbero ampi settori occupazionali e formativi, dalla ricerca specializzata all’attività qualificata, dall’analisi merceologica dei rifiuti al laboratorio di riparazione. In tutto questo non viene minimamente accennato a cosa cambierebbe in termini di qualità della vita: meno smog e più salute, più decoro urbano, meno traffico pesante, efficienza, prodotti più controllabili e più freschi. Perché tutto questo non avviene o fatica a strutturarsi?

Nel paese dei balocchi

Presumendo che questo contesto profumi eccessivamente di rivoluzione, nel paese dei balocchi non bastano sacche di resistenza che, da Capannori a Colorno, passando per Cassinetta di Lugagnano, mostrano nella pratica che le utopie si possono realizzare, perché l’assenza di una reale pianificazione normativa nazionale efficace, porta ad imporre soluzioni che autoalimentano emergenze su emergenze, dando credito ad una classe politica che propone veri e propri scempi di inciviltà, da Chiaiano a Terzigno dimenticandosi di Pitelli o sponsorizzando inceneritori come a Falascaia in Versilia o Colleferro a Roma (impianti sequestrati perché si taroccavano i dati sulle emissioni per bruciare di tutto e di più).

Nel paese dei balocchi non bastano esempi di impresa compatibile come il centro di recupero dei materiali di Vedelago, perché quando Emma Marcegaglia, così come qualche suo vassallo confindustriale, parla a tg unificati non c’è un sottotitolo in cui si dice “io costruisco inceneritori”, oppure perché quando Veronesi pontifica sul fatto che gli inceneritori non fanno male alla salute il sottotitolo non informa dicendo “io sono finanziato da aziende che li costruiscono”. Nel paese dei balocchi non è male rammentare che impianti nocivi, come gli inceneritori, stanno in piedi grazie al patto che sussiste tra classe politica miope (o connivente) e interessi di bottega di imprenditori senza impresa, con il finanziamento pubblico/truffa dei CIP 6. Ritorna un adagio già sentito: socializzare le perdite (sulle bollette dell’energia elettrica) e privatizzare i profitti (nelle tasche di capitani coraggiosi).

Coi piedi per terra

Secondo il “Rapporto sulle tecniche di trattamento dei rifiuti urbani in Italia” (2007) la dotazione impiantistica presente, e funzionante, è di 426 impianti di trattamento dei rifiuti urbani, la maggior parte localizzati al nord: 33 per trattamento meccanico post raccolta differenziata, 195 di compostaggio, 135 impianti di trattamento meccanico-biologico (Tmb), 10 impianti per la digestione anaerobica e 53 inceneritori. Questi impianti sono in grado di trattare, a seconda della loro finalità, qualcosa come 27.044.106 tonnellate di rifiuti urbani, totale da cui è però escluso il quantitativo degli impianti di trattamento meccanico post raccolta differenziata, difficoltoso da determinare. Tuttavia sulla base dei dati acquisiti è possibile valutare, nel corso del 2007, un recupero di materiali con una. resa media superiore all’85%.

Negli impianti di compostaggio vengono trattati circa 3,1 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani con una produzione di circa 930.000 tonnellate di compost concimante, negli impianti di Tmb vengono trattati poco più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti (4,9 milioni di tonnellate trattate in 60 impianti) da cui si ottiene circa la metà del combustibile derivato da rifiuti (circa 1,45 milioni di tonnellate) a cui quale vanno associate 1,25 milioni di tonnellate di produzione correlata di frazione organica stabilizzata (Fos), ossia il cosiddetto compost grigio. Nei 10 impianti di digestione anaerobica sono state trattate circa 200.000 tonnellate di rifiuti che hanno dato luogo alla produzione di poco meno di 50.000 tonnellate di digestato, oltre a circa 25 GWh di energia elettrica, che costituisce la forma prevalente di recupero energetico.

Infine i 53 impianti di trattamento termico: un gassificatore e poi tutti inceneritori, di cui solo uno non dotato di recupero energetico, hanno trattato 4,45 milioni di tonnellate di rifiuti costituiti principalmente da rifiuti urbani indifferenziati o residui (59,2%), da flussi da essi derivati, come frazioni secche o Cdr, derivanti da trattamenti di tipo meccanico-biologico (25,1%) e, in misura minore, da rifiuti speciali (15,7%), producendo circa 2.834 GWh di energia elettrica e 757 GWh di energia termica, nonché circa 800.000 tonnellate di scorie e circa 220.000 tonnellate di residui dal trattamento dei fumi, per un totale approssimativo di circa 1,2 milione di tonnellate di rifiuti tossici da stoccare in discarica. Qualcuno potrebbe pensare che incenerendo si produce anche energia, ma per dare un idea di quanto sia inefficiente tale modalità basta ricordare che la fredda Germania produce circa 4.300 GWh di energia elettrica solo con il solare.

Il quadro è chiaro: prodotti 32,55 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, ne vengono trattati (compreso il trattamento meccanico post RD) circa 20,66 milioni di tonnellate (63,5%), mentre 11,89 milioni di tonnellate (36,5%) smaltite direttamente in discarica “tal quale”. A questi quantitativi vanno sommati i residui derivanti dal pre-trattamento e dal trattamento, quantificando la stima dei rifiuti nascosti nelle discariche a circa il 52%. Il 18% li bruciamo e solo il restante 30% circa lo ricicliamo.
Questa è la vera utopia, questa è la vera demagogia: “guardare il cielo malconcio di Chernobyl da qui*. Rifiuti Zero è una delle soluzioni.


Foto tratte da: timesofmalta.com – ambientefuturo.org – spoleto5stelle.it – ilsannita.it – media.panorama.it – 2bp.blogspot.com

Nota: *Citazioni tratte dai versi della canzone “Per combattere l’acne” del gruppo musicale “Luci della centrale elettrica“. Il link del video (consigliato) è: http://www.youtube.com/watch?v=Z8HzwcbeGFE
Dobbiamo invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare? (*)
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Recent Comments

  1. Carlo

    Un breve commento. Bene, per quanto riguarda il discorso nazionale, ed oltre. Male, per quanto riguarda il discorso spezzino: non si capisce se La Spezia ha aderito o meno a “Rifiuti Zero” ed in che termini. Non ho letto niente in merito al di fuori dell’articolo, ma credo che, eventualmente, non sia andata oltre qualche generica petizione di principio (come al solito…), oltre tutto talmente elastica da non dovere essere necessariamente seguita da fatti. E, del resto, non può che essere così: se una scelta conseguente ci fosse stata, la città sarebbe stata inondata di manifesti che avrebbero annunciato una simile e radicale revisione della politica spezzina!!! Invece, vedo che qua è la solita solfa…
    CARLO

  2. Simona Cossu

    Ciao Carlo, sono Simona Capogruppo di Rifondazione Comunista nel Comune Della Spezia, vorrei invitarti a visitare il sito del Comune e verificare di persona la mozione da noi presentata e approvata “verso rifiuti zero”.
    Credo che non contenga solo enunciazioni di principio ma anzi impegni importanti, se pensi però che per cambiare radicalmente la politica dei rifiuti possa bastare un documento approvato dal Consiglio Comunale allora ti sbagli, noi abbiamo il dovere, come stiamo facendo da tempo, di fare proposte, organizzare iniziative, cercare di sensibilizzare il più possibile tutti su questo argomento ma se non c’è una mobilitazione di tutti coloro che sono interessati a questo tema non si riuscirà a portare a casa il risultato. La nostra città è fatta così non si ripettano le leggi (vedi il Piano regolatore Portuale ) figurati le mozioni del Consiglio Comunale, purtroppo però non vedo grandi mobilitazioni per questo.
    Un merito io come Consigliera di Rifondazione me lo prendo,non stiamo più discutendo se incenerire il cdr all’Enel ma discutiamo se è realizzabile da noi l’obbiettivo rifiuti zero.
    Noi come Partito continueremo a lavorare per portare a casa il risultato, ci auguriamo di poterlo fare insieme a tanti altri che come noi sono sensibili a questo tema.
    Un Cordiale saluto Simona Cossu

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