La nuova frontiera liquida della Democrazia Analisi,Contemporanea-mente

di William Domenichini

«Quando arrivammo a Buenos Aires ci successe qualcosa di insolito. Improvvisamente un uomo mi diede un foglio, sembrava un avvertimento, in cui vi era scritto “siamo lo specchio in cui dovete guardarvi, l’errore da evitare”.» Con questa scena, il film The Take, dipinge la drammaticità del risultato delle politiche liberiste nell’America latina di inizio secolo: un totale disastro sociale.

Il liberismo che fa acqua e profitti

Come se nulla fosse successo, nel 2005 venne reso noto un documento firmato dal World Business Council, una lobby che raggruppa i giganti mondiali dell’energia e dell’acqua, dall’inquietante titolo: «Doing business with the poor. A field guide». Per fare affari con i poveri, la multinazionale francese Suez, pochi mesi più tardi, adottò lo slogan “Forniamo l’essenziale della vita”, con il chiaro obiettivo di fare business sui servizi fondamentali per la vita umana: l’acqua, l’energia e la gestione dei rifiuti.

Qualcuno disse che il mondo si divide in due categorie, chi ha la pistola carica e chi scava. Il compito di scavare è riservato a quei 5 miliardi di esseri umani che eternamente riteniamo in via di sviluppo, ai quali sono state imposte le regole del turbocapitalismo globale, tra il ricatto delle bilance commerciali e l’applicazione di sistemi economici coercitivi che si propongono di fare profitto sui bisogni vitali degli esseri umani.

Cosa cambia nel mondo occidentale? Anche qui gli strumenti per insidiare i beni comuni sono espressamente finanziari, dal project financing ai derivati passando per i sub-prime, sotto l’azione costante della Fabbrica dei sogni e delle menzogne: i media. Non è per nulla un caso che una nota pubblicità di uno dei maggiori gruppi bancari ed assicurativi italiani avesse una pubblicità il cui slogan citava: “Pesa più un litro d’acqua che un litro di petrolio? La banca lo sa!”.

Dal Sudamerica per il “diritto umano”

Ma al pessimismo della ragione non possiamo che anteporre l’ottimismo della volontà. Il 28 luglio 2010 un documento presentato dalla Bolivia del presidente Evo Morales, il leader del movimento sindacale dei cocaleros boliviani, è stato approvato dall’assemblea generale dell’ONU, con 122 voti favorevoli, nessun contrario e 41 astenuti (tra cui, guarda caso, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia). Si tratta di una risoluzione che dichiara l’accesso all’acqua potabile uno tra i diritti fondamentali, un “diritto umano”.

Il voto dell’assemblea ONU sancisce l’ennesimo insegnamento di civiltà che viene dal movimento di emancipazione sudamericano e rappresenta un risultato storico, culmine di un lungo cammino di lotte per l’acqua, per i diritti. Si tratta di una risoluzione politica, dunque priva di valore normativo, ma che rafforza la decennale battaglia affermando che “l’accesso a un’acqua potabile pulita e di qualità, e a installazioni sanitarie di base, è un diritto dell’uomo, indispensabile per il godimento pieno del diritto alla vita”. Un passo decisivo per affrontare la questione sempre più urgente della mancanza di risorse idriche per centinaia di milioni di persone.

Secondo l’ONU infatti, ogni anno un milione e mezzo di bambini muore per malattie legate alla carenza d’acqua, 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi vivono in condizioni igieniche disumane. Senza contare che attualmente nel pianeta si contano circa 50 tra conflitti e tensioni tra stati per cause legate alla proprietà, alla spartizione e all’uso dell’acqua, come a legittimare la stessa etimologia della parola “rivale”, ovvero chi si contende la riva del fiume: dal fiume Colorado negli USA, al Mahadi in India passando per la Palestina.

In Medio Oriente per il possesso dell’acqua

Nel 1967 in medio-oriente scoppiò la guerra dei sei giorni, a cui seguì l’occupazione israeliana della Cisgiordania e delle alture del Golan. Quell’operazione fu progettata anche per scopi idrici, tant’è che il Headwater Diversion Plan di Siria e Giordania prevedeva la costruzione di una diga lungo il fiume Giordano, per deviarne il corso prima del suo sfociare nel Mare di Galilea. Oggi le acque della Cisgiordania sono gestite da una compagnia idrica israeliana, la Mekorot Water Company, ed i coloni dei territori cisgiordani occupati ricevono una quantità d’acqua tre volte e mezzo superiore alla quota destinata ai palestinesi, i quali hanno il “lusso” di consumare dai 50 ai 70 litri/giorno. La conseguenza generale è che un israeliano consuma in media 370 metri cubi all’anno, un colono fra i 640 e i 1.480, un palestinese all’incirca 100.

Esistono ordinanze militari israeliane che vietano ai palestinesi di possedere un impianto idrico senza un permesso dell’autorità militare, impediscono di scavare nuovi pozzi, limitano quelli esistenti a non superare i 140 metri di profondità, mentre i pozzi israeliani raggiungono anche gli 800 metri. Nei villaggi rurali palestinesi l’acqua arriva solo poche ore al giorno e non per cause tecniche, ma perché la compagnia israeliana può decidere arbitrariamente di toglierla ai palestinesi per garantirla ai coloni ed alle loro coltivazioni. Come se non bastasse il tracciato della tristemente famosa Israeli West Bank barrier segue con cura le principali colonie garantendo anche il possesso delle terre migliori, racchiudendo gli accessi ottimali all’acqua e, talvolta, separando i pozzi dalle terre coltivate dai palestinesi.

L’Italia in mezzo al guado

In questi giorni l’United Nations Environment Programme (UNEP), nel rapporto “Greening Water Law”, chiede alle autorità che si occupano di risorse idriche di rivedere la normativa modificandola nella sua dimensione ambientale per scongiurare una plausibile crisi idrica globale. Qual’è la risposta italiana?

Nel nostro bel paese predomina lo stretto legame tra una classe politica feudale ed una classe imprenditoriale di “capitani coraggiosi”, la cui prassi è diventata far impresa con le concessioni, tramite società miste di partenariato pubblico-privato, sfruttando servizi essenziali in regimi monopolistici: convincendo la popolazione che tali servizi hanno un costo svincolato dal loro reale valore, con cifre che derivano da strumenti finanziari sofisticati o con profitti garantiti per legge, la politica feudale con una sorta di marketing sociale, trasversalmente spiana la strada alle multinazionali, o gruppi di potere, che chiedono (ed ottengono) dispositivi compiacenti, dai Consigli comunali al Parlamento: il decreto Ronchi ovvero privatizzare il servizio idrico convertita nella legge 133/2008.

Qualcuno potrebbe dire che se la risposta è il decreto Ronchi, la domanda è sbagliata! Ma tant’è che nel 2011 lo stato italiano regalerà le concessioni trentennali dello sfruttamento delle risorse idriche del nostro paese a lupi famelici come Veolia o Suez, per l’appunto. Per giustificare una simile svendita non si può far altro che mentire. La prima menzogna è il vincolo europeo, ovvero l’obbligo attraverso la giurisprudenza comunitaria, che semplicemente non esiste. La seconda balla, assai più subdola e strisciante, riguarda la gestione dei cosiddetti carrozzoni pubblici. Beninteso che sarebbe sciocco sostenere che non esistono realtà incancrenite in cui la cattiva politica ha sperperato e mal gestito la cosa pubblica, tuttavia la risposta di Ronchi non è un maggior controllo, maggiori vincoli e responsabilità soggettive, ma il passaggio di mano dai cosiddetti monopoli pubblici a monopoli privati.

Per inciso questa visione non è così mal vista da alcuni ambienti “socialdemocratici”: non a caso alla Spezia, il presidente della Provincia Fiasella (Pd) nomina assessore al Lavoro un dirigente di Confindustria, proprietario di un’azienda che opera nel settore energetico, edile/immobiliare e, udite udite, idrico avendo la proprietà di alcuni pozzi sul territorio spezzino. Naturalmente in questa visione acquedotti, fognature e sistemi di depurazione sono e rimarranno in mano alla cosa pubblica, forse per il banale motivo che ai privati non interesserebbe nemmeno possederli, visti gli oneri di gestioni, mentre è ben più remunerativo avere mani libere su bollette, gestione degli investimenti e quindi sui profitti, per giunta garantiti per legge.

L’acqua sarà di tutti?

Ancora per la serie ottimismo volonteroso, l’ultima speranza, seppur moribonda, tarda a morire ed è ancora una volta riposta nella partecipazione collettiva. Si è da poco conclusa la raccolta firme per i 3 referendum sull’acqua, per chiedere l’abrogazione dell’art.150 (scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) e dell’art.154 (tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152/2006 e del nefasto art. 23 bis della Legge 133/2008 (obbligo di privatizzazione entro il 2011). La campagna referendaria è stata un successo senza precedenti, una rappresentanza diretta ed autentica del popolo sovrano costituita da 1.401.432 persone che chiedono alla Corte Costituzionale di esprimersi su chi ed in nome di quali interessi si deve gestire un bene comune come l’acqua.

Il vero paradosso è che mentre questa forma partecipativa vive nelle piazze, un’altra rappresentanza del popolo, cooptata dalle segreterie di pochi partiti nell’attuale Parlamento, utilizza il “male comune” del debito pubblico, per giustificare il finanziamento di interessi privati con i soldi dei lavoratori dipendenti, privatizzando monopoli pubblici travestendoli da liberalizzazioni del mercato. Qualcuno ricorda che fine ha fatto il coraggio dei capitani dell’Alitalia o di Telecom?

Qualche anno fa, mentre noi occidentali sviluppati ignoravamo lo specchio in cui avremmo dovuto scorgere l’errore da evitare, compariva sui muri scalcinati delle città sudamericane scritte ammonitrici che chiedevano “¿Si privatizar es la cura por que Argentina agoniza?”. A quella domanda è stata data una risposta e quella lezione è servita a quei popoli per iniziare un percorso di riappropriazione della propria terra, guidati da quei Lula, Funes, o Morales che oggi vincono una battaglia come il diritto umano all’acqua approvato dall’ONU, insegnandoci che la nuova frontiera di Libertà e di Democrazia è costituita da una parte di ossigeno e due parti di idrogeno.

La riflessione che ci lascia l’esperienza sudamenicana è per la prossima sfida, che qui in Italia si chiama referendum: l’ultima chance prima di farci mettere i lucchetti ai rubinetti, per scongiurare di agonizar.

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