Bambino inquinato Analisi,Contemporanea-mente

BAMBINI MALATI DI RIFIUTI

Fonte: Associazione Culturale Pediatri del Centro Sud.

I pediatri del Mezzogiorno richiamano l’attenzione sui bambini che vivono in prossimità delle discariche e agli inceneritori, bambini su cui si accumulano nuovi fattori di rischio per la salute ancora troppo spesso sottovalutati o ignorati. Al Congresso “Gli Argonauti XI” dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP) del Centro Sud, svoltosi nell’Aprile 2010, Anna Maria Moschetti, pediatra di famiglia ACP di Palagiano (TA), e Raffaele Cioffi, Dipartimento di Ingegneria dei Materiali dell’Università Parthenope di Napoli, hanno parlato di “Bonifica dei siti contaminati e trattamento dei rifiuti” a partire dalla situazione critica della Campania. In Italia esiste un elevato numero di siti contaminati da sottoporre ad operazioni di bonifica, considerando l’enorme quantità di rifiuti speciali, pericolosi e non, smaltiti legalmente o illegalmente sul territorio. Si stima, infatti, che la sola gestione illegale di rifiuti determini un giro di affari prossimo a 20 miliardi di euro all’anno. In particolare, nella sola Regione Campania i rifiuti speciali smaltiti illegalmente superano i 14 milioni di tonnellate annui. A questi si aggiungono circa 8.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani prodotti giornalmente e le enormi quantità stoccate sotto forma di “eco balle”. Il problema è che discariche e inceneritori per le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente sono le pratiche di trattamento dei rifiuti più rischiose per la salute delle popolazioni esposte. I rischi per la salute dovuti all’inquinamento ambientale sono maggiori per le popolazioni più vulnerabili, primi tra tutti i bambini. Solo controllando le alterazioni dell’ambiente si possono evitare le malattie da inquinamento: la salvaguardia della salute deve passare attraverso la salvaguardia dell’ambiente. Si chiede dunque che “le autorità politiche mettano in atto ogni sforzo possibile per favorire la riduzione della produzione dei rifiuti, la raccolta differenziata,  il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti”. All’interno dell’ACP si è formato un gruppo di lavoro nato “Pediatri per un mondo possibile”, attivamene impegnato sul tema del rapporto fra ambiente e salute del bambino.

Info: presidente@acp.it

NUOVO STUDIO USA SUI BIMBI IPERATTIVI: TROVATA CORRELAZIONE CON I PESTICIDI, A RISCHIO IL 10% DELLA POPOLAZIONE INFANTILE

Pubblicata in USA sulla nota rivista scientifica “Pediatrics” una nuova ricerca sull’intossicazione da pesticidi collegata all’iperattività dei bambini: i ricercatori hanno localizzato tracce di insetticidi nell’urina dei bambini, riscontrando come quelli con livelli più alti di tracce di polifosfati sono quasi due volte più a rischio di sviluppare ADHD (la sindrome dei bambini distratti e troppo agitati, ndr) rispetto a quelli con livelli normale di contaminazione. “C’è una preoccupazione crescente circa il fatto che questi insetticidi possono essere direttamente correlati con l’ADHD – ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters il dott. Marc Weisskopf, della Scuola di Harvard di Salute Pubblica, che ha lavorato allo studio – e quello che questa ricerca ha messo in chiara evidenza – ha aggiunto Weisskopf – è che tutto ciò è vero anche alle concentrazioni più basse”. Gli organofosfati furono originariamente sviluppati per la guerra chimica, e successivamente ampiamente utilizzati in agricoltura, nonostante i sospetti di tossicità per il sistema nervoso. Weisskopf ha rilevato come la presenza di questi agenti chimici nel cibo possa generare alcuni tra i sintomi comportamentali più comuni per l’ADHD, come ad esempio l’eccessiva impulsività, in ampie fasce di popolazione infantile, pari a circa il 10% dei bambini USA. “Siamo sempre stati dell’opinione, e i fatti ora ci stanno dando ragione – ha dichiarato il Dr. Paolo Roberti di Sarsina, Dirigente di Psichiatria all’AUSL di Bologna – che principalmente nell’ADHD ma anche in altre patologie come l’autismo, sono coinvolti fenomeni di intossicazione ed avvelenamento: soggetti che sono costituzionalmente più fragili, risultano sovraesposti a questi fattori, stesso dicasi per tutta una serie di coloranti artificiali che troviamo nelle più comuni caramelle e merendine. In futuro vedranno la luce sempre più ricerche in quest’ambito, che confermeranno la necessità di un’alimentazione “sostenibile” del bambino e anche della donna fin dalla prima gravidanza”. Un metodo efficace per risolvere il problema – dichiarano gli esperti – sarebbe la cosiddetta “diagnosi differenziale”, una procedura diagnostica che permette di identificare le vere causa alla radice dei problemi di comportamento, distinguendo i problemi di origine ambientale da quelli psichiatrici. 

Un metodo che comporta però l’impiego di risorse spesso non disponibili nelle ASL. “E’ clamoroso – dichiara il Prof. Claudio Ajmone, psicologo ed esperto di ADHD – era il 2006 la prima volta che abbiamo avanzato all’Istituto Superiore di Sanità ed all’Agenzia del Farmaco una richiesta ben circostanziata, per inserire una seria diagnosi differenziale nei protocolli diagnostico-terapeutici per l’ADHD. L’ISS prevede nei propri protocolli la diagnosi differenziale solo per poche patologie, e tra esse ad esempio non sono inclusi questi pesticidi. Se noi elidiamo dai casi di ADHD in cura con psicofarmaci tutti i casi il cui disagio comportamentale e frutto di altre cause, come questi pesticidi, o i coloranti alimentari, cosa ci resta dell’ADHD? Solo un grande business a favore delle multinazionali farmaceutiche. Noi non stiamo aiutando questi bambini, gli stiamo facendo del male”. Luca Poma, giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini, il più rappresentativo comitato di farmacovigilanza pediatrica in Italia conclude: “l’ADHD è figlia della nostra società: noi adulti causiamo questa sindrome ai nostri bambini, aggravando con la nostra noncuranza fattori di rischio ambientali, e poi pretendiamo di “rimediare” somministrandogli potenti psicofarmaci e metanfetamine che li espongono a rischi gravi per la loro salute. Facciamo ora appello all’Istituto Superiore di Sanità affinché un serio protocollo per una diagnosi differenziale completa venga applicato a tutti i bambini italiani in cura per problemi di comportamento”.

Info: http://pediatrics.aappublications.org/cgi/content/abstract/peds.2009-3058v1; www.giulemanidaibambini.org; portavoce@giulemanidaibambini.org

ESPOSIZIONE PARENTALE AI PESTICIDI E TUMORI CEREBRALI INFANTILI a cura di A. Biolchini, G. De Gaspari, A. Nova, L. Rabbone – Associazione Culturale Pediatri, Gruppo “Pediatri per Un Mondo Possibile”.

Fonte: Parental Exposure to Pesticides and Childhood Brain Cancer: U.S. Atlantic Coast Childhood Brain Cancer Study Shim YK, Mlynarek SP, Van Wijngaarden E. Environmental Health Perspectives 2009;117:1002-6.

Il tumore al cervello è il secondo per frequenza tra i tumori nell’infanzia. Al contrario di altri fattori eziologici (genetici, radiazioni ionizzanti) già ben documentati  in letteratura, il possibile ruolo eziopatogenetico dell’esposizione residenziale e lavorativa dei genitori ai pesticidi non è ancora ben chiarito. Uno studio americano (2) ha analizzato 421 coppie di casi/controllo (delle 526 selezionate) di tumori cerebrali primitivi diagnosticati tra il 1993 e il 1997 in ragazzi sotto i 10 anni residenti i quattro Stati della Costa Atlantica USA (Florida, New Jersey, New York e Pennsylvania). Tramite questionario telefonico oltre i dati anagrafici sono stati rilevati la scolarità, l’età dei genitori alla nascita del figlio e, nei due anni precedenti, la loro attività lavorativa e l’esposizione cutanea ai pesticidi per la cura domestica di giardini e prati. I tumori cerebrali più frequenti, astrocitoma e i primitivi neuroectodermici (PNET), si presentavano nella maggior parte in soggetti bianchi, maschi e nati tra il 1988 e il 1992, con madri generalmente più giovani e più scolarizzate; l’esposizione parentale ai pesticidi sul lavoro è risultata molto meno frequente rispetto a quella per uso domestico. Dei quattro tipi di pesticidi valutati (insetticidi, erbicidi, fungicidi agricoli e disinfettanti/germicidi) è stato riscontrato un significativo rischio di astrocitoma associato all’uso residenziale di erbicidi (OR=1,9; 95% CI, 1.2-3.0), indipendentemente da quale genitore ne avesse fatto uso; tale rischio rimaneva egualmente elevato per l’esposizione combinata casa-lavoro a tali pesticidi e si riduceva di più di quattro volte se il padre faceva uso di grembiuli protettivi durante l’applicazione o si lavava subito dopo. I risultati di questo studio, discordanti dalle conclusioni di ricerche precedenti che hanno descritto una più forte associazione dell’esposizione ai pesticidi con il PNET, devono essere ulteriormente confermati con approcci multidisciplinari (biomarkers di esposizione e di effetti sull’organismo, interazione gene-ambiente).

INQUINAMENTO E SALUTE DEL BAMBINO. COSA C’È DA SAPERE, COSA C’È DA FARE

Si segnala l’uscita di “Inquinamento e salute del bambino. Cosa c’è da sapere, cosa c’è da fare”, un libro curato e scritto dal gruppo di lavoro Pediatri per un mondo possibile dell’ACP, con la Prefazione di Roberto Romizi, Presidente Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia. Il volume, pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore, è disponibile in libreria. Tratta il tema dell’inquinamento in tutte le sue possibili declinazioni, da quello atmosferico a quello acustico, dagli studi sulle radiazioni alla questione degli OGM, dall’inquinamento dell’acqua a quello del cibo, fornendo ai pediatri di famiglia, ai medici di medicina generale e agli specialisti un ricco ventaglio di informazioni scientifiche integrate con raccomandazioni pratiche. Il libro non si limita a dare una presentazione teorica su queste tematiche per aumentare l’attenzione sul rapporto ambiente e salute. Ma offre anche dei suggerimenti pratici su come agire per evitare o ridurre l’esposizione agli inquinanti.

Immagini tratte da: media,panorama.it

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Amiqa.it

Pubblicato il  24 giugno 2010

Bambino inquinato
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