“Così ci uccidono” , Se non li fermiamo Interviste,Prima Pagina

Intervista a Emiliano Fittipaldi

Emiliano Fittipaldi è uno dei rari inviati “vecchio stile” anche se ha solo 35 anni. Proviene dal “Corriere della Sera”, è passato nel 2005 al “Il Mattino” di Napoli nella redazione economica;  dal 2007 è a “L’Espresso”.

Tra le sue inchieste:  il volume “Profondo Italia” con Dario Di Vico (ex vicedirettore, ora inviato del “Corsera”), edito dalla BUR; numerosi servizi sull’emergenza rifiuti in Campania (che hanno portato alla perquisizione del suo ufficio e di quello di un collega  da parte delle forze dell’ordine); un’ illuminante ed istruttiva incursione nei tribunali incustoditi dove è stato ripreso mentre consultava indisturbato documenti top secret; la segnalazione dell’eroica opera svolta dalle truppe di San Guido Bertolaso che hanno fatto saltare con l’esplosivo una storica diga in sito Unesco in preparazione del G8 alla Maddalena;  la recente denuncia dello smaltimento di scorie radioattive da parte dello stabilimento Fiat di Cassino ed ora l’inchiesta sulle connessioni tra cosche mafiose, grandi aziende delle telecomunicazioni e senatori eletti all’estero in modo dubbio (e, peraltro, già precedentemente inquisiti).

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Da poco è uscito il suo libro, edito da Rizzoli, “Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell’Italia dei veleni”. E’ una denuncia circostanziata di come il Bel Paese galleggi oramai su un “ fondo “gelatinoso”    familistico, combriccolare, spregiudicato, avidissimo” (come scrive D’Avanzo sulla Repubblica) e che è fatto soprattutto di veleni. Sono in ciò che mangiamo, respiriamo, beviamo. Sono le fondamenta dei luoghi in cui lavoriamo e malamente viviamo.

D.    La prefazione del tuo nuovo libro “Così ci uccidono” è subito un pugno allo stomaco. Il proprietario di un’azienda – invano portata in giudizio – che in Sicilia inquina l’ambiente e danneggia la salute dei suoi operai  è il padre dell’attuale Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo.  Un macro conflitto d’interessi tra potere/profitto e salute/ambiente: altri  immagino ne descriverai in questo libro.  Quali altri ne hai individuati  nel corso delle tue inchieste?

R.    Giuseppe Prestigiacomo è stato indagato perché accusato di avvelenare i suoi operai. Il processo è finito in prescrizione nel 2008. Oggi è ancora imputato per danneggiamenti ambientali. L’assurdo è che la fabbrica è controllata da una holding di cui Stefania è stata socia di maggioranza fino al 2009. Un ministro dell’Ambiente proprietaria di fabbriche inquinanti si può vedere solo in Italia. Ma le assurdità che ho trovato lavorando all’inchiesta sono tante: tralasciando l’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti in cui sono coinvolte aziende top come Lucchini e Marcegaglia, ho trattato delle accuse ad Andrea Benetton, che avrebbe inquinato alcune sue proprietà vicino Caserta, della devastazione causata dall’Ilva di Emilio Riva a Taranto, dei bimbi malati vicino Roma, dove hanno insistito per decenni  le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana.

D.    L’atteggiamento apatico che, sempre nel tuo libro, ha l’operaio siciliano avvelenato dalla Ved dei Prestigiacomo  è un po’ quello della maggior parte dei suoi colleghi ed anche, temo, di buona parte del sindacato attuale. Non ti pare che oggi il sindacato sia più concentrato sulla tutela del lavoro e del reddito che non sulla tutela della salute e dell’ambiente di lavoro?

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R.     Il sindacato vive uno dei momenti più difficili della sua storia: non riesce a difendere i redditi dei lavoratori, gode di scarso favore da parte dell’opinione pubblica, è troppo occupato alle lotte intestine per il potere e le poltrone. La sicurezza degli operai  mi sembra l’ultimo dei suoi problemi.

D.  Non ti pare che anche le associazioni ambientaliste abbiano sottovalutato in questi ultimi anni la stretta relazione tra il diritto al lavoro e alla salute e la tutela dell’ambiente? E se sì, non pensi che nei prossimi anni possa verificarsi uno scontro tra lavoratori dipendenti e ambientalisti?

R.    Andrei ancora a monte. A me preoccupa soprattutto l’assenza di una forte cultura ambientalista in Italia. Tranne comitati che nascono per emergenze territoriali e specifiche (vivaddio) come quelli per il “no agli inceneritori” o quelli che difendono la Val di Susa, negli ultimi vent’anni l’Italia si è allontanata dall’Europa. In parlamento i Verdi sono stati spazzati via, le tematiche ambientali  fregano a nessuno. Restano in pochi, spesso inascoltati, a trattare di ambiente e salute.

D. Perché in Italia manca una visione di sviluppo industriale rispettoso per l’ambiente? E’ solo un problema di ingordigia, di rapina e sfruttamento (anche della natura oltre che degli esseri umani), di miopia imprenditoriale oppure di totale disinteresse per le generazioni future (compresi i propri eredi)?

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R.    L’illegalità si diffonde a macchia d’olio, come un cancro. Io sono campano, e ho scritto questo libro cercando di capire se la devastazione della mia regione fosse un unicum, o se invece le abitudini di Gomorra  rischiavano di tracimare nel resto della penisola. Ecco: ho scoperto che gli affari milionari che si fanno risparmiando in smaltimento della “monnezza” tossica e degli scarti industriali, la cattiva qualità di alimenti e bevande, la totale assenza di ogni scrupolo nei confronti della pelle di tutti (avvelenatori compresi) tutto ciò è un fenomeno nazionale.

D.    Tu hai scritto “I veleni trasudano dalle fondamenta delle scuole. Dai giardini degli ospedali. Dagli anfratti dove sono stati seppelliti. Un letame tossico che contamina un territorio grande come la Liguria(…). Siamo in pericolo nei gesti più semplici e vitali: vivere, respirare, bere, nutrirsi; in pericolo, nonostante per proteggerci siano state bruciate cifre incalcolabili di soldi pubblici. Soldi nostri, finiti in privatissime tasche”. Cosa potremmo fare per rovesciare le loro tasche e invertire la tendenza? Esistono esempi di buone pratiche altrove? E qui da noi?

R.    Bisogna diffondere le informazioni, bisogna indignarsi, e raccontare. Quello che si sa, la verità che nessuno vuole sentir dire. Per modificare l’etica di una nazione c’è bisogno  di tempo. Tanto tempo. Se nessuno inizia, però, non cambierà mai.

Foto tratte da:
stampalibera.com
Confcommerciocampania.it

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